Roma, corteo di 5mila dipendenti dei call center

Sono 80mila le persone impiegate in questo settore e manifestano per chiedere anche che vengano proibite le gare d’appalto al massimo ribasso

È il settore che tanto al cinema, che nei libri e nella cultura pop è diventato l’emblema della generazione precaria, eppure è anche un settore che oggi occupa oltre 80mila persone che non vogliono lasciarlo: oggi a Roma è in corso una manifestazione degli operatori dei call center, organizzato dalle sigle sindacali Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil per chiedere un miglioramento delle condizioni lavorative, ma soprattutto per chiedere che venga evitata la delocalizzazione, sempre più ricorrente. In questo momento nelle strade della capitale stanno manifestando circa 5mila persone

CONTRO LE GARE AL RIBASSO. Oggi infatti, hanno denunciato i lavoratori in corteo, accade sempre più spesso che le società straniere, con costi più bassi, vengano preferite a quelle italiane e per questo chiedono un rilancio del settore e una regolamentazione, con l’abolizione delle gare al massimo ribasso che frequentemente non coprono poi nemmeno il costo dei salari e di fatto favoriscono il mercato del lavoro in nero. I sindacati hanno denunciato che «A neanche 10 anni dal processo di stabilizzazione che, solo fra il 2007 e il 2008, ha prodotto più di 25mila regolarizzazioni di rapporti di lavoro, il comparto dei call center in outsourcing italiani è nuovamente sull’orlo del baratro. Mentre nel Paese si discute di come creare occupazione stabile, il settore che più di tutti in questi anni ha saputo creare occupazione buona, rivolgendosi principalmente al mondo giovanile rischia oggi di crollare nel silenzio generale della politica e dell’opinione pubblica». “Siamo noi, quelli che vi rispondono italiano siamo noi” intonano intanto i cori dei manifestanti. E una di loro racconta, Anna,lavoratrice di Palermo della società Almaviva, una delle più grandi racconta a Repubblica: «Nessuno da piccolo sceglie di lavorare in un call center. Io e molti altri abbiamo cominciato dieci anni fa come “lavoretto” che poi si è trasformato in un lavoro vero e proprio. Adesso abbiamo quasi quarant’anni e rischiamo il posto di lavoro a causa delle delocalizzazioni e del dumping. Ed è difficile trovare un altro lavoro, soprattutto in alcune realtà come quella della Sicilia in cui di lavoro ce n’è già poco».