Rolando Rivi è beato. «Siamo qui per celebrare la vittoria della vita sulla morte, del bene sul male»

L’omelia del cardinale Angelo Amato alla Messa per la beatificazione del giovane seminarista assassinato nel 1945 da partigiani «imbottiti di odio e indottrinati a combattere il cristianesimo»

Tratto dall’Osservatore Romano – Una delle più dolorose pagine della storia italiana recente, a pochi giorni dalla fine del secondo conflitto mondiale, fu la barbara uccisione del quattordicenne Rolando Rivi (1931-1945). Un ragazzo che preferì morire per «onorare e difendere la sua identità di seminarista». Per questo, il suo martirio per la fede è «una lezione di esistenza evangelica». All’odio dei suoi carnefici, infatti, rispose «con la mitezza dei martiri, che inermi offrono la vita perdonando e pregando per i loro persecutori». È quasi commosso il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, quando durante il rito di beatificazione del giovane Rivi – presieduto in rappresentanza di Papa Francesco, sabato pomeriggio, 5 ottobre, a Modena – racconta i drammatici e ultimi giorni di vita del nuovo beato.

«Era – ha sottolineato il porporato – troppo piccolo per avere nemici, erano gli altri che lo consideravano un nemico. Per lui tutti erano fratelli e sorelle. Egli non seguiva una ideologia di sangue e di morte, ma professava il Vangelo della vita e della carità». Nonostante fosse ancora un bambino, Rolando aveva già ben compreso il messaggio del Vangelo: «Amare non solo i genitori e i fratelli, ma anche i nemici, fare del bene a chi lo odiava e benedire chi lo malediceva». Celebrare il martirio del piccolo Rolando, ha detto il cardinale, è anche un’occasione per «gridare forte: mai più odio fratricida, perché il vero cristiano non odia nessuno, non combatte nessuno, non fa male a nessuno. L’unica legge del cristiano è l’amore di Dio e l’amore del prossimo». Infatti, le ideologie umane «crollano, ma il Vangelo dell’amore non tramonta mai perché è una buona notizia». E la beatificazione di Rivi è «una buona notizia per tutti. Di fronte alla sua bontà e alla sua gioia di vivere, siamo qui riuniti per piangere sì il suo sacrificio, ma soprattutto per celebrare la vittoria della vita sulla morte, del bene sul male, della carità sull’odio».

Fin da piccolo, Rolando aveva un sogno: quello di diventare sacerdote. A undici anni entrò in seminario, come ha ricordato il porporato, e come si usava allora, indossò la veste talare, che da quel giorno «diventò la sua divisa». La portava «con orgoglio. Era il segno visibile del suo amore sconfinato a Gesù e della sua totale appartenenza alla Chiesa. Non si vergognava della sua piccola talare. Ne era fiero», tanto che la portava in seminario, in campagna, in casa. «Era il suo tesoro da custodire gelosamente – ha aggiunto – era il distintivo della sua scelta di vita, che tutti potevano vedere e capire». A causa della guerra, molti consigliavano a Rolando di togliersi la talare, perché era pericoloso indossarla, visto il clima di odio contro il clero. Davanti ai timori anche dei familiari, Rolando rispondeva: «Non posso, non devo togliermi la veste. Io non ho paura, io sono orgoglioso di portarla. Non posso nascondermi. Io sono del Signore». Ma il 10 aprile 1945, dei partigiani «imbottiti di odio e indottrinati a combattere il cristianesimo», catturarono Rolando. Il ragazzo, ha ricordato il porporato, venne «spogliato, insultato e seviziato con percosse e cinghiate per ottenere l’ammissione di una improbabile attività spionistica». Dopo tre giorni di sequestro, «con una procedura arbitraria e a insaputa dei capi, il 13 aprile 1945, il ragazzo fu prima barbaramente mutilato e poi assassinato con due colpi di pistola, uno alla tempia sinistra e l’altro al cuore». Dal sacrificio di Rolando, ha aggiunto il porporato, vengono quattro consegne per tutti noi: perdono, fortezza, servizio e pace. In modo particolare, ha concluso, egli «si rivolge ai seminaristi d’Italia e del mondo, esortandoli a rimanere fedeli a Gesù, a essere fieri della loro vocazione sacerdotale e a testimoniarla senza rispetto umano, con gioia, serenità e carità».