La fede “operante” del cardinale Ruini

Di Emanuele Boffi
17 Giugno 2026
È morto l’ex presidente della Cei che per tanti anni è stato un punto di riferimento per cattolici battaglieri e laici di buona volontà. Lo dipingevano come un Richelieu, ma lui insisteva su altro: il cristianesimo è libertà e gioia
Il cardinale Camillo Ruini (foto Tempi)
Il cardinale Camillo Ruini (foto Tempi)

Nonostante, anche ieri, a poche ore dalla morte, sia stato dipinto come una sorta di Richelieu o eminenza grigia, il cardinale Camillo Ruini è stato in realtà un uomo di grande fede. Innanzitutto è stato questo, come avemmo modo di constatare durante un lungo colloquio in casa sua nel settembre 2020. Una fede non eterea, non astratta, non vaporosa, ma che, forte di alcune grandi certezze derivanti dall’esperienza, “osava” dare indicazioni e suggerimenti – perché massima è sempre stata la considerazione di Ruini per la libertà altrui – a un uomo moderno spaesato e indeciso.

«Non è eccessivo dire che il cristianesimo è la religione della libertà, come è la religione dell’amore», ci disse in quell’intervista in cui parlò a lungo di questo tema, senza censurare il fatto che «per lunghi secoli, la Chiesa – pur continuando ad affermare che la fede è un atto libero – non ha rispettato abbastanza la libertà di chi non credeva, o credeva diversamente, e non ha più riconosciuto la libertà religiosa, che era un suo patrimonio originario ma nell’epoca moderna è stata rivendicata contro di lei».

Un pinguino all’equatore

L’ex presidente della Cei è stato un uomo coraggioso e – anche qui, contrariamente a una certa vulgata che ne faceva una sorta di dottor sottile, un calcolatore con la porpora – semplice. Alla scuola di san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI aveva imparato a “dire le cose come stanno”, a parlare apertamente, ma mai in modo contundente o offensivo. L’alone di arcigno conservatore con cui è stato spesso dipinto era una menzogna per depotenziare invece il suo tratto più caratteristico: la consapevolezza che la fede è gioia e che questa letizia piena aiuta l’uomo a vivere meglio, più ragionevolmente, dentro le increspature della vita.

Era uomo colto e spiritosissimo, e tale si confermò in un’intervista a Sette del Corriere della Sera, in cui parlò della morte e della condizione dell’anima che, finché non c’è resurrezione, si trova «come un pinguino all’equatore». Anche allora Ruini apparve per quel che era: un uomo di fede che ha «paura della morte», ma crede «nella resurrezione», che sa di essere un peccatore, ma «prega, ora e nell’ora della nostra morte». Un uomo che, di fronte ai grandi misteri della vita (il peccato, l’inferno, il male), sa di non poter comprendere tutto, ma è sicuro che un Dio benevolo è venuto a portare una speranza che sfida ogni scetticismo.

Papa Benedetto XVI con il cardinale Camillo Ruini, 3 maggio 2008 (foto Ansa)
Papa Benedetto XVI con il cardinale Camillo Ruini, 3 maggio 2008 (Ansa)

Un’eredità di cui farsi carico

Non si è mai sottratto nel dare giudizi. Sui Papi che ha amato (Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Leone XIV) e su quelli che faticava a comprendere (Francesco), ma che comunque amava. Interveniva nel dibattito pubblico con intelligenza tagliente, dai temi bioetici fino alla giustizia (pronunciò il suo sì al recente referendum senza alcuna reticenza). Il cardinale Ruini è stato definito un personaggio “politico”, ma bisogna intendersi bene sul sottotesto di questo appellativo. Perché è stato sì “politico” per quanto detto prima: era convinto che la fede illuminasse ogni aspetto dell’agire umano. Ma non è stato “politico” nel senso di “partigiano”, come soprattutto la stampa di sinistra ha tentato di dipingerlo.

Ha sempre voluto mettere in guardia i fedeli dagli idoli e dai vitelli d’oro che, dalla notte dei tempi, gli uomini costruiscono per la loro mancanza di speranza. Questo ha fatto e questo gli ha permesso per tanti anni di essere un punto di riferimento per cattolici battaglieri e per laici di buona volontà. Un’eredità di cui, si spera, qualcuno vorrà farsi carico.

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