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Camisasca: «La vita di Rolando Rivi si racchiude nella sua espressione: “Io sono di Gesù”»

ottobre 4, 2013 Emmanuele Michela

Intervista al vescovo di Reggio Emilia sulla figura del seminarista 14enne ucciso dai partigiani che sarà beatificato domani (5 ottobre): «Non guardiamo al suo martirio in ottica politica, il suo è un insegnamento di perdono e conversione»

Sarà proclamato beato domani, sabato 5 ottobre, davanti ad almeno 7 mila di fedeli riuniti presso il Palazzetto di Modena. L’affetto che le terre d’Emilia tributano a Rolando Rivi è grande, e ha costretto gli organizzatori a spostare la celebrazione dal Duomo cittadino alla più ampia struttura sportiva. La storia di questo giovane seminarista, ucciso 14enne in odium fidei da un gruppo di partigiani, è un frammento di cosa doveva essere la vita che nel triangolo della morte alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ma per Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia e Guastalla, il martirio di Rivi è un invito ad andare oltre la logica di contrapposizione storica e di rivalsa sul periodo della Resistenza, per cogliere fino in fondo cosa spinse il giovane Rolando a rimanere sempre così attaccato alla sua talare.

Eccellenza, il Duomo di Modena non basterà ad accogliere i fedeli e si è deciso di spostare nel Palazzetto la celebrazione, segno che tra la gente dell’Emilia la riconoscenza verso Rivi è grande. Da dove nasce tutto questo affetto?
Le persone sono attratte dalla luminosità e dalla semplicità della figura di Rolando. Non ci ha lasciato parole scritte, neppure conosciamo le ultime parole dette nel momento del martirio. Però ci ha lasciato la luce di una testimonianza a Cristo totale. La sua vita si racchiude nell’espressione che lui usava spesso: «Io sono di Gesù». Quindi Rolando è la testimonianza della semplicità e della totalità dell’amore. È la testimonianza che l’amore è più forte della morte, come dice il Cantico dei Cantici: le acque non potranno spegnere quell’amore. L’oceano per Israele era il simbolo del demoniaco: ecco, il demonio non può spegnere l’amore. Questo è ciò che le persone avvertono, e qui sta la ragione dell’attrattiva verso Rivi.

Stupisce quel grande senso di appartenenza alla sua talare, con cui arrivò a sfidare giovanissimo le minacce dei partigiani.
Questo attaccamento alla talare era la modalità con cui un ragazzo di 14 anni affermava la propria appartenenza a Cristo. Oggi può essere vista come una cosa anacronistica, ma in realtà era questa la sua modalità di gridare al mondo: io sono di Cristo, Cristo è il Signore della mia vita, nel senso che è Colui che colma la mia attesa di felicità e di pienezza.

Ad aprile, celebrando la messa in ricordo di Rivi, lei ha spiegato che il suo martirio non è la vittoria di una parte su un’altra, ma la vittoria della fede. Che valore ha la testimonianza di questo prossimo beato in chiusura dell’Anno della fede?
Penso che dobbiamo uscire da un’ottica puramente politica nel leggere la vita e il martirio di Rolando Rivi ed entrare in un’ottica più profonda, dove possiamo vedere quale insegnamento arriva da questo martirio per la nostra vita presente: è certamente un insegnamento di perdono e di riconciliazione, di richiamo alla conversione, ed è un insegnamento su Dio come forza e luce per l’uomo, come pietra su cui poggiare che non viene meno.

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