Riforma del lavoro. Superare il “culto” dell’articolo 18 è la sfida per la sinistra italiana

Arriva il Jobs Act al Senato. Renzi vuole riformare lo Statuto dei lavoratori. La «vecchia guardia del Pd» si oppone. Vendola: toccarlo «è la peggiore delle porcherie». La Cgil minaccia lo sciopero

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Mercoledì approderà in Senato il Jobs Act, il disegno di legge presentato la scorsa primavera dal premier Matteo Renzi e dal ministro Giuliano Poletti. Non è la riforma del lavoro vera e propria, ma una legge con cui il Parlamento delega al Governo la stesura e l’approvazione delle nuove norme sul lavoro, seguendo i principi e le linee guida approvati da Camera e Senato.
Una volta entrata in vigore la legge-delega, il Consiglio dei ministri avrà sei mesi di tempo per approvare la riforma del lavoro, che diverrà definitiva senza alcun passaggio alle camere. Se non dovesse incorrere in qualche ostacolo, la riforma arriverà entro l’estate.

SUPERAMENTO ARTICOLO 18. Semplificazione dei contratti (a tempo determinato o indeterminato), sussidio di disoccupazione universale per tutti i dipendenti, e riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sono i punti centrali della riforma. Su quest’ultimo, si concentra il dibattito politico. Nella riforma immaginata da Renzi e Poletti, l’articolo 18 potrebbe essere “superato” abolendo l’obbligo di reintegro del lavoratore licenziato (eccetto in caso di discriminazione), sostituendolo con un indennizzo. L’obiettivo, ha detto Renzi, «è rendere più semplice il lavoro: nessuno vuole togliere diritti ma darli a chi non li ha avuti». Per Ncd, l’articolo 18 va semplicemente abolito. Per la sinistra del Pd, Sel e per la Cgil, pur con qualche distinguo, l’obbligo di reintegro deve rimanere.

LE MINACCE DELLA SINISTRA. Se per Nichi Vendola, leader di Sel, la riforma dell’articolo 18 «è la peggiore delle porcherie», per la “vecchia guardia” del Pd e l’ex segretario Pier Luigi Bersani si può «semplificare» ma l’opzione di reintegro del lavoratore deve restare. All’attacco diretto di Renzi è invece il segretario della Cgil, Susanna Camusso. L’articolo 18 non si tocca. «In assenza di un confronto», ha minacciato la leader del sindacato rosso, «non potremo che mettere in campo una grande mobilitazione, che mi auguro unitaria con Cisl e Uil». Tuttavia, proprio dalla Uil, il premier ha incassato un sostegno. Il segretario Luigi Angeletti ha spiegato la Uil sarà disposta a discutere con il Governo dell’articolo 18, se la riforma del lavoro intendesse «dare un diverso sistema dai licenziamenti illegittimi a coloro che, o sono disoccupati, o hanno dei contratti per i quali non sono previste tutele, cioè di dare qualcosa di più a chi non ha nulla».

LO SCONTRO SULLO STATUTO. Già nel 2001, il Governo Berlusconi presentò un’ipotesi di modifica dello Statuto dei lavoratori. La riforma promossa dal centrodestra prevedeva la sospensione dell’articolo 18 per quattro anni in caso di contratti a tempo determinato trasformati in tempo indeterminato, per i lavoratori emersi dal sommerso e per le imprese che volevano superare la soglia dei 15 dipendenti. La legge fu abbandonata nella primavera del 2002, dopo uno scontro durato mesi con i sindacati, guidati dalla Cgil di Sergio Cofferati. Soltanto dieci anni dopo, nel 2012, il governo Monti riuscirà, con la riforma Fornero, ad apportare alcune modifiche allo statuto concepito nel 1970, abolendo il reintegro automatico del lavoratore licenziato e inserendo la possibilità di indennizzare il dipendente.

SIMBOLO DEL SINDACALISMO. In un editoriale l’Istituto Bruno Leoni osserva che l’articolo 18 «è il simbolo di tutto quello che in Italia non si può toccare». «La sua apparente sacralità – prosegue il think tank liberale – è la testimonianza palmare del potere di veto dei sindacati, organizzazioni che hanno perso rappresentatività e presa nella società italiana, ma restano ospiti riveriti alla mensa della politica. Il culto dell’articolo 18 incarna quella convinzione diffusa per cui lo Stato deve dispensare “diritti”, ai quali non deve corrispondere alcuna responsabilità individuale». Per quanto riguarda il mondo del lavoro contemporaneo, l’articolo 18 è anacronistico, «una reliquia di una stagione nella quale si è contrabbandata l’idea che lavoratori e datori di lavoro fossero permanentemente e necessariamente in conflitto, e non indispensabili alleati gli uni degli altri».

LE DUE SINISTRE. Il Corriere della Sera sembra aver sposato la battaglia sul lavoro del premier Renzi, avendo fatto intervenire ieri in prima pagina Pierluigi Battista. Secondo l’editorialista del quotidiano di via Solferino, l’esito del dibattito interno alla sinistra sullo Statuto dei lavoratori è centrale per il suo futuro. L’articolo 18, osserva Battista, è «una clausola sempre più sconosciuta nella realtà del lavoro, nell’orizzonte esistenziale dei giovani, dei lavoratori delle piccole imprese e del commercio, dei vecchi e nuovi precari, dei vecchi e nuovi disoccupati». Eppure una parte della sinistra lo considera ancora un «dogma» intoccabile. Il Pd avrebbe dunque solo due alternative davanti a sé: «Mettersi in gioco fino a sfidare tabù consolidati e apparentemente invincibili, oppure ripiegare su un minimalismo di compromesso che forse potrebbe salvare l'”anima” della sinistra antica ma farebbe fallire per l’ennesima volta l’ambizione di una sinistra moderna e non più prigioniera dei suoi schemi». In Inghilterra fu Tony Blair a sconfiggere la vecchia guardia dei Labour, in Germania fu Gerhard Shroder a modernizzare i socialisti, ricorda Battista. Ora anche la sinistra italiana, guidata da Renzi, secondo la penna del Corriere, deve vincere «le ultime trincee ideologiche di una sinistra immobilista e conservatrice che teme ogni cambiamento come una profanazione, se non un tradimento della propria identità, e nobilita ogni difesa corporativa con il richiamo rituale ai sacri principi violati dall'”usurpatore” di turno».

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