Riforma del Lavoro: bilancio di fine anno col senatore Pietro Ichino (Pd)

Caso Fiat e molto altro. Ecco il testo integrale dell’intervista al senatore Pietro Ichino (Pd), uscita su Tempi in edicola, che racconta come un suo progetto per la riforma dell’art. 18, firmato da 54 senatori del suo partito, sia al centro dell’agenda politica

Senatore, l’anno 2010 è stato caratterizzato dal perdurare della crisi economica, almeno nella prima parte, e dalle conseguenze sul lavoro nel rapporto individuale, nella contrattazione collettiva e nelle relazioni sindacali. Quali sono stati, a suo modo di vedere, gli argomenti e i momenti salienti per il lavoro, il sindacato e le relazioni sindacali in questo 2010?
Sul piano legislativo è accaduto ben poco: il “Collegato-lavoro” è una legge caotica che non produrrà risultati apprezzabili. La vicenda Fiat, invece, ha rivoluzionato dal basso il sistema delle relazioni industriali.

L’instabilità del mercato del lavoro, con flussi di espulsi anche critici per dimensioni, non chiede di conseguenza agli operatori e ai servizi per l’orientamento professionale una crescita importante per facilitare la riqualificazione e la ricollocazione di tali lavoratori?
Certo che sì. E sono convinto che per attivare gli incentivi giusti che producano questa crescita sia necessario responsabilizzare le imprese circa la sorte occupazionale dei lavoratori che esse licenziano.

Questo non avrebbe l’effetto di aggravare i costi per le imprese dell’aggiustamento industriale, quindi di aumentare la rigidità del sistema produttivo e la vischiosità del mercato del lavoro?
C’è questo problema. La mia proposta è di risolverlo offrendo in cambio alle imprese l’esenzione dal controllo giudiziale sul motivo economico od organizzativo del licenziamento: è il “progetto flexsecurity”, delineato nei disegni di legge n. 1481 e 1873, presentati nel 2009 con altri 54 senatori di opposizione.

La crisi economica ha determinato grosse difficoltà per le aziende meno tecnologizzate e, quindi, molti dei lavoratori espulsi dal mercato hanno competenze inadatte alle attuali richieste. Cosa si potrebbe fare per questi lavoratori stante la difficoltà, se non la impossibilità, di qualificarli?
La difficoltà della riqualificazione non è una condanna divina: è l’effetto della mancanza di servizi adeguati nel mercato. Se si attivassero gli incentivi giusti, questa difficoltà potrebbe essere superata.

Quali sono i problemi concreti dell’orientamento professionale in Italia?
Il primo problema è che questo servizio manca. Nei Paesi più civili, i guidance services, o career services, raggiungono capillarmente ogni ragazzo all’uscita di ciascun ciclo scolastico, gli propongono un bilancio delle sue competenze e gli forniscono tutte le informazioni indispensabili per una scelta ragionata della direzione in cui muoversi appena conseguito il diploma o la laurea. Da noi, dove il servizio di orientamento funziona è ancora soltanto un’eccezione, o un esperimento pilota.

L’orientamento professionale quale servizio pubblico in Italia potrebbe migliorare o le risorse investite per esso potrebbero essere destinate ai privati?
Vedrei positivamente l’introduzione generalizzata da parte delle Regioni – che hanno la competenza legislativa e amministrativa su questa materia – di un sistema di vouchers che consentisse a ciascun istituto scolastico di scegliere il servizio di orientamento da offrire ai propri allievi: questo attiverebbe opportunamente in questo campo un meccanismo di mercato.

Veniamo alla formazione. Il rapporto Isfol 2009 evidenziava come il livello di investimento delle aziende in Italia è molto basso. Al di là di un problema di costi, non si tratta soprattutto di un problema culturale?
C’è anche un problema culturale. Non dimentichiamo, però, che quello della formazione professionale è universalmente studiato come caso tipico di “fallimento del mercato”. Il fallimento è dovuto al timore delle imprese di perdere l’investimento, se al termine dell’intervento formativo il lavoratore si fa ingaggiare da un’altra impresa. Poiché il problema non può essere risolto con gravi limitazioni della libertà professionale dei lavoratori, la soluzione può consistere soltanto in un intervento pubblico o un coordinamento tra le imprese di ciascun settore.

Hanno incidenza le dimensioni delle imprese nello scarso investimento sulla formazione?
Certamente sì: questo è uno dei costi derivanti dal nanismo dominante nel nostro tessuto produttivo.

Ritiene che l’apprendistato, così come è regolamentato, sia una reale opportunità per l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro?
Sì, anche se non condivido la tesi del ministro Sacconi e del suo consigliere Tiraboschi, secondo cui l’apprendistato potrebbe e dovrebbe diventare il canale normale di ingresso nel tessuto produttivo: nei maggiori Paesi industrializzati è normale che la maggior parte degli ingressi avvenga con un contratto di lavoro ordinario. Che l’apprendistato in Italia non abbia le prospettive di espansione teorizzate dal ministro, del resto, è dimostrato in modo molto esplicito anche dai dati sulla diffusione dell’apprendistato in Italia negli ultimi anni.

Che cosa dicono i dati disponibili?
Dopo avere raggiunto la punta massima nel 2007, anno in cui il 9,6 per cento delle assunzioni è avvenuta in forma di apprendistato, negli anni successivi la percentuale si è progressivamente ridotta, fino all’8,1 per cento del 2010. Va detto, comunque, che anche la punta del 9,6 per cento era di molto inferiore rispetto alle percentuali di assunzioni di apprendisti in Paesi come la Germania, l’Austria o l’Olanda.

Perché le imprese italiane utilizzano in misura così ridotta questo contratto “a causa mista”, di lavoro e formazione?
Innanzitutto perché la sua normativa è troppo ipertrofica e caotica. Nel lavoro di preparazione del disegno di legge n. 1873 di cui ho parlato prima, per il nuovo Codice del Lavoro semplificato, abbiamo calcolato che la legislazione di fonte statuale oggi in vigore in materia di apprendistato consta di ben 45 articoli, sparsi tra Codice civile, legge n. 25/1955 e legge Biagi del 2003. A questa deve poi aggiungersi la legislazione di fonte regionale, che in alcuni casi è ancora più voluminosa. Per assumere un giovane come apprendista occorre l’avvocato. Nel nostro progetto, l’intera disciplina di fonte statuale è ridotta a un solo articolo del Codice, di 414 parole; e non occorre altro. Ma non ci sono soltanto i costi di transazione a ostacolare la diffusione di questo tipo di contratto. C’è anche il fatto che si tratta di un rapporto tradizionalmente legato al settore artigiano e al lavoro manuale; occorrerebbe un restyling che lo svincolasse da questa origine e gli desse un’immagine più consona al contesto attuale, nel quale due terzi degli occupati operano nel settore terziario.

A proposito dello Statuto dei Lavori, ritiene che vi siano punti condivisibili in questa bozza di ddl delega presentata dal ministro Sacconi alle parti sociali l’11 novembre scorso?
Sicuramente condivisibile è l’idea di un testo unico semplificato della legislazione del lavoro, che il ministro ha raccolto dal disegno di legge n. 1873 menzionato prima. Però mi sembra davvero troppo generico e affrettato il contenuto del progetto ministeriale: come è pensabile che il contenuto di una riforma dell’intero ordinamento del lavoro sia sufficientemente delineata in due sole cartelle? Quel testo ha più l’aria di una dichiarazione di intenti che di un vero disegno di legge.

Sempre in relazione alla legge 300/1970, come valuta il metodo adottato dal ministro Sacconi, mutuato dall’Unione Europea, della partecipazione delle parti sociali alla costruzione delle regole del lavoro?
Sarebbe il metodo giusto, se il ministro lo avesse davvero adottato. Ma, su questo terreno, Sacconi non ha fatto nulla nei primi due anni e mezzo della legislatura, salvo annunciare il suo “Statuto dei lavori” per quattro o cinque volte senza seguito, e poi svegliarsi soltanto l’11 novembre scorso, con le due paginette di cui si diceva prima, solo perché il giorno prima il Senato aveva approvato a larghissima maggioranza una mozione che impegnava il governo a varare un Codice del lavoro semplificato redatto sulla base del mio disegno di legge n. 1873. Comunque, l’esperienza del protocollo Ciampi-Giugni del 1993 mostra che l’accordo tra le parti sociali su questo terreno va in qualche misura promosso e costruito con una raffinata azione di mediazione del Governo. Azione che fin qui, invece, è mancata quasi del tutto.

In merito alle relazioni industriali, il caso Pomigliano rompe schemi ed equilibri consolidati. Quali potrebbero essere le conseguenze dell’isolamento da un lato della Cgil e dall’altro di Confindustria?
Non parlerei di “isolamento”, né della Confindustria né della Cgil. A rischiare l’isolamento, semmai, è la Fiom. Per Cgil, Confindustria, e in generale tutte le grandi confederazioni sindacali e imprenditoriali, vedo semmai la prospettiva di una riduzione del ruolo degli apparati centrali nazionali, a vantaggio degli apparati periferici: questi ultimi saranno quelli più sollecitati, nell’auspicabile fase di sviluppo della contrattazione aziendale sui piani industriali innovativi.

Ritiene che Cgil e Confindustria, così come si sono delineate nel corso dei decenni, debbano rivedere il loro approccio alle relazioni sindacali e, quindi, modificare anche i loro strumenti di azione?
Sì, nel senso che dicevo ora, cioè del potenziamento dei servizi per la negoziazione della scommessa comune tra imprese e lavoratori sui piani industriali innovativi, che richiedono contratti aziendali che si discostino dai contratti nazionali di settore, su organizzazione del lavoro, inquadramento professionale, struttura della retribuzione, tempi di lavoro e molto altro ancora.

Nel 2010, dopo lungo dibattere soprattutto in sedi tecniche e accademiche, è stato presentato un Codice della partecipazione dei lavoratori ai risultati di impresa con il fine di avviare un percorso condiviso nella costruzione di una via italiana alla partecipazione dei lavoratori ai risultati di impresa. Come valuta il merito di questo cd. Codice?
È una raccolta di documentazione su questa materia che può essere utile. Ma mi sembra sbagliato l’intendimento esplicitato dal ministro nel pubblicarlo: cioè quello di evitare qualsiasi intervento legislativo su questa materia. È giusto ribadireil principio che qualsiasi forma di sperimentazione deve nascere da un contratto aziendale; ma se si vuol davvero promuovere la sperimentazione di alcune forme di partecipazione dei lavoratori nell’impresa alcuni aggiustamenti legislativi sono necessari. Per esempio, in materia di partecipazione dei lavoratori al consiglio di sorveglianza, nelle società per azioni che optano per la governance duale; oppure in materia fiscale, in riferimento alle forme di partecipazione agli utili o di azionariato dei lavoratori.

Lei è un esponente della sinistra riformista e ha presentato un progetto per la riforma dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, prevedendo una tutela solo obbligatoria e non più reale in caso di licenziamento per motivi economici od organizzativi. Come ha accolto la sinistra più resistente al riformismo questa sua proposta?
Il progetto, che si è concretato in due disegni di legge (uno – il d.d.l. n. 1481/2009 – per la sperimentazione; l’altro – il n. 1873 – per la riforma di carattere generale della materia) è stato firmato con me da altri 54 senatori, più della metà del Gruppo democratico al Senato. Inoltre esso ha avuto un avallo pieno e convinto dai leader delle due minoranze interne al Pd, Walter Veltroni e Ignazio Marino. Già questo mi sembra un risultato molto lusinghiero. Poi, il 10 novembre scorso, il Senato ha approvato a larghissima maggioranza (solo 26 voti contrari o di astensione), col voto favorevole di tutta l’opposizione, una mozione di Francesco Rutelli che impegna il Governo a promuovere il varo di un Codice del lavoro semplificato redatto sulla base del disegno di legge n. 1873, oltre che di eventuali altri (che però attualmente non ci sono): questo significa che quel progetto oggi, pur con tutti i distinguo che si sentono fare a destra e a sinistra, è di fatto al centro dell’agenda politica.

Il Piano triennale per il lavoro ha suscitato molto interesse. Ritiene che vi siano dei punti condivisibili?
Qualche punto condivisibile sicuramente sì. Altri molto meno. Ma, ma soprattutto mi sembra che questo piano non affronti i difetti più gravi del nostro ordinamento del lavoro e delle relazioni industriali. Manca la visione generale di una riforma, che invece c’è – ma in forma assolutamente troppo generica – nel disegno di legge-delega per lo “Statuto dei lavori”.

Premesso che il mercato del lavoro è in continua evoluzione, cosa manca in questo momento alla riforma per dirsi compiuta?
Manca una riforma della disciplina del rapporto di lavoro che tenda al superamento del dualismo del mercato del lavoro, tra protetti e non protetti. Difetta gravemente l’efficienza dei servizi di informazione, orientamento, formazione e riqualificazione professionale. Il sistema del sostegno del reddito a chi perde il posto di lavoro manca del requisito dell’universalità – intere grandi categorie di lavoratori ne sono escluse – e in esso è totalmente ineffettivo il principio della condizionalità: cioè il principio per cui il sostegno può essere erogato soltanto a chi sia realmente disponibile a partecipare attivamente a tutte le attività ragionevolmente necessarie per trovare una nuova occupazione; oltre che disponibile per l’occupazione stessa, ovviamente.