Renzi rottamatore della sussidiarietà. Sicuri che la sua riforma statalista e un po’ demagogica ci renderà tutti più liberi?

Sta passando surrettiziamente l’idea che una società “disintermediata”, cioè senza corpi intermedi, senza autonomie, sarebbe più semplice e più giusta. Ecco perché non è vero

L’autore di questo articolo è presidente del Consiglio regionale della Lombardia.

Il disegno di legge di riforma costituzionale, proposto dal governo Renzi, interessa poco l’opinione pubblica e buca meno la cortina dei media di qualunque scontrino dei gruppi consiliari. Eppure, la riforma tocca ben 44 articoli della Costituzione e modifica profondamente il Titolo V (Regioni, Province e Comuni) oltre a trasformare radicalmente il Senato. Non si può, dunque, derubricare il tema delicatissimo della revisione dell’assetto istituzionale del nostro paese solo a un problema di costi della politica o di velocità: uno dei tanti obiettivi da conseguire entro le scadenze indicate dal premier.

Sono convinto che l’argomento susciterebbe un interesse ben maggiore se si comprendesse che cosa c’è davvero in gioco. La difesa delle Regioni e delle Autonomie locali non è una questione corporativa o peggio la tutela di un privilegio, ma il mantenimento di un baluardo insostituibile di democrazia e libertà per tutti. Si sta, infatti, silenziosamente affermando nel nostro paese la più straordinaria opera di ricentralizzazione dei poteri che sia mai avvenuta almeno nell’ultimo secolo e sta passando surrettiziamente l’idea che una società “disintermediata” (termine caro a Renzi), cioè senza corpi intermedi, senza autonomie sociali e locali, associazioni, sindacati, Comuni, Province, Regioni, sarebbe una società più semplice e più giusta, a tutto vantaggio di chi ha meno.

È davvero così? Si può davvero pensare che la soluzione ai problemi del paese passi dall’affidamento di più poteri e competenze allo Stato centrale, cioè alle burocrazie ministeriali e romane? Ma, soprattutto, una società senza corpi intermedi sarebbe più forte e più giusta o, al contrario, più fragile ed esposta alle angherie dei potenti di turno? Questo è il vero tema politico: una società senza istituzioni e corpi intermedi, a mio parere, è destinata inesorabilmente a diventare una società più povera di libertà e di democrazia, in cui chi sta peggio è chi sta in basso. È esattamente quello verso cui ci stanno portando le riforme. Esse sono, anzitutto, una questione di metodo: un metodo che sta andando in direzione totalmente opposta alla sussidiarietà.

Un principio indicato da Pio XI
La definizione “classica” del principio di sussidiarietà è quella indicata nel 1931 da Pio XI nell’enciclica Quadragesimo Anno: «Siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare».

È interessante notare che tale definizione è contenuta in un capitoletto intitolato “Riforme istituzionali” che comincia così: «Quando parliamo di riforma delle istituzioni, pensiamo primieramente allo Stato, non perché dall’opera sua si debba aspettare tutta la salvezza, ma perché, per il vizio dell’individualismo, come abbiamo detto, le cose si trovano ridotte a tal punto, che abbattuta e quasi estinta l’antica ricca forma di vita sociale, svoltasi un tempo mediante un complesso di associazioni diverse, restano di fronte quasi soli gli individui e lo Stato».

La sussidiarietà, anche proprio come definizione e concetto, nasce per sopperire al rischio di individui soli di fronte allo Stato, senza più alcun livello intermedio sociale e istituzionale e, dunque, senza più nessuna difesa! Il pluralismo delle forme istituzionali, una ricca vita delle autonomie locali e dei vari soggetti attivi nella società, non vengono visti come un ostacolo da scavalcare o come un male da eliminare, ma come una risorsa da sostenere, valorizzare e su cui investire a servizio del bene comune.

Lo Stato, dunque, in una concezione sussidiaria dovrebbe fondare anche il proprio assetto costituzionale nel riconoscimento di questi soggetti e del loro compito essenziale all’interno della società. A questo livello si pone anche il tema del futuro delle Regioni.

Nel 1919, don Sturzo affermava: «Il regionalismo è un grido di vita contro la paralisi ed è il grido degli italiani delle campagne e delle città contro il parassitismo della capitale o delle capitali che dominano, attraverso lo Stato e la burocrazia, tutta la vita del nostro paese». Il regionalismo ha una storia antica. Incarna il desiderio di libertà della società contro lo statalismo. In varie esperienze, tra cui spicca certamente quella di Regione Lombardia, ha permesso una genuina ed efficace applicazione del principio di sussidiarietà come tutela preziosa della libertà individuale e collettiva.

Avremmo bisogno più che mai di un rinnovato regionalismo nel nostro paese. Al contrario, stiamo assistendo alla soppressione delle Province, all’indebolimento dei Comuni con i vincoli stringenti del Patto di Stabilità, a questa riforma costituzionale che colpisce profondamente le competenze soprattutto legislative delle Regioni.

Nell’ambito della riforma dell’articolo 117 della Costituzione, viene soppressa nella proposta del governo la competenza legislativa concorrente a vantaggio prevalente della competenza esclusiva statale, su materie di grande rilievo, come, ad esempio, le norme generali per la tutela della salute, le norme generali sul governo del territorio e l’urbanistica. Persino il coordinamento della finanza pubblica e l’ordinamento degli enti locali.

Facciamo un esempio: se lo Stato emanasse una norma generale in ambito sanitario che non contempli la libertà di scelta, la Lombardia sarebbe costretta a smantellare il pilastro sul quale si regge il proprio sistema e grazie al quale si sono raggiunti riconosciuti livelli di eccellenza. Oppure, Regioni ed enti locali non avranno più voce in capitolo neppure nell’attribuzione delle risorse e nell’organizzazione sul territorio dei livelli intermedi di governo.

Il Ddl di riforma costituzionale ha molti altri punti sui quali deve essere migliorato: dalla rappresentanza nel nuovo Senato delle Autonomie, prevista in modo paritario per ogni Regione e non proporzionale alla popolazione (6 senatori per la Lombardia, 10 milioni di abitanti, come per il Molise, 320 mila abitanti); alla incomprensibile presenza in un Senato delle Autonomie di 21 esperti o scienziati; alla debolezza del percorso previsto per le forme di federalismo differenziato; al mancato inserimento in Costituzione del principio dei costi standard per evitare di finanziare gli sprechi; all’assenza di norme che favoriscano l’accorpamento delle Regioni attuali, riducendone il numero.

La pericolosa clausola di supremazia
C’è un punto che merita una sottolineatura particolare: l’introduzione della cosiddetta “clausola di supremazia”. Una clausola molto ampia che consentirà al legislatore statale di intervenire nelle materie regionali «quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica della Repubblica o lo renda necessario la realizzazione di programmi o di riforme economico-sociali di interesse nazionale». Cioè ogni volta che vuole.

La perdita di competenze e funzioni legislative delle Regioni non è certamente compensata da un ruolo effettivo del Senato delle Autonomie, che appare svuotato di poteri reali e mantiene la parità con la Camera solamente per la revisione della Costituzione (che sarà già avvenuta). La reale attività di questo nuovo organo sarà limitata, dunque, all’espressione di pareri rispetto alle decisioni assunte dalla Camera. Tali pareri potranno essere successivamente superati dalla Camera a maggioranza assoluta di quest’ultima. Una maggioranza che la legge elettorale avrà già garantito alla coalizione vincente.

È davanti agli occhi di tutti come le Regioni e il sistema degli enti locali debbano oggi riacquistare la fiducia dell’opinione pubblica e dimostrare responsabilità, buon uso della loro autonomia e disciplina nell’organizzazione delle politiche pubbliche. Tuttavia, la strada imboccata sembra andare nella direzione opposta, che li indebolisce e deresponsabilizza ulteriormente. Una riforma fatta non per rispondere a una esigenza reale di miglioramento del nostro impianto costituzionale, ma per rispondere alla pancia della gente, mortificando Regioni e autonomie per avere un capro espiatorio, come se non ci fossero sprechi o costi impropri, anche della politica, a livello centrale. Un metodo che purtroppo non tiene in nessun conto quanto di positivo è stato fatto da alcune Regioni: c’è un lombardo che si sentirebbe più sicuro di essere curato meglio se la gestione della nostra sanità passasse al ministero?

Ma la questione vera è culturale. Lo dico con le parole di un sociologo di sinistra, Aldo Bonomi, il quale in un editoriale sul Sole 24 Ore del 19 gennaio scorso affermava: «So bene che ragionando così ci si ritrova a difendere ciò che può apparire indifendibile, vecchio e superato, dai piccoli comuni alle comunità montane, sino alle province, alle regioni, alle forze sociali, ma, piaccia o non piaccia, la questione di fondo è in primis se vogliamo o meno una società senza dimensione intermedia tra economia e politica, unite in alto, e la società in basso».

Se vogliamo una società con uno Stato sempre più predominante, stiamo andando nella direzione giusta. Se vogliamo, invece, riconoscere un ruolo importante alla sussidiarietà, alle autonomie e agli enti locali e valorizzare il legame con il territorio siamo ancora in tempo per invertire la rotta.