Qatar paladino della libertà (altrui): condannato all’ergastolo poeta contrario all’emiro

In Qatar è stato condannato all’ergastolo il poeta Ajami per avere criticato l’emiro. Ma come, Al Thani non difende più la libertà degli arabi come ha fatto finanziando i ribelli libici e siriani?

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Con i suoi miliardi di petrodollari e la sua televisione di Stato Al Jazeera, il Qatar nell’ultimo anno ha appoggiato a spron battuto la cosiddetta Primavera araba, finanziando i ribelli libici e oggi quelli siriani e spingendo la comunità internazionale ad aiutarli anche dal punto di vista militare. I paladini della libertà dei paesi arabi dai dittatori hanno condannato ieri all’ergastolo Muhammad Ibn al-Dheeb al-Ajami, che nelle sue poesie inneggiava alla Primavera araba e criticava l’emiro del Qatar, detentore del potere assoluto, e gli «sceicchi che giocano sulle loro playstation» a manovrare il mondo.

«ERRORE GIUDIZIARIO». Ajami non ha potuto partecipare al suo stesso processo e, come dichiarato a Reuters dal suo avvocato difensore, Nagib al-Naimi, la difesa non ha potuto parlare a vantaggio del suo assistito. «Si tratta di un tremendo errore giudiziario», ha detto. Ajami è stato arrestato nel 2011 dopo avere pubblicato il poema “Jasmine”, in onore appunto della Rivolta tunisina dei “Gelsomini”, dove criticava i paesi del Golfo, compreso il Qatar: «Siamo tutti come la Tunisia davanti all’elite che reprime» il popolo.

«DUE PESI E DUE MISURE». Il poeta è stato accusato di volere rovesciare l’emiro del Qatar Al Thani ma il suo difensore ha dichiarato che non era questo il suo intento. Ajami ha anche dichiarato: «È un’ingiustizia, non è possibile avere Al Jazeera e poi mettermi in prigione solo per un poema». Nel piccolissimo e ricchissimo Qatar abitano meno di due milioni di persone e la libertà di espressione non è garantita. «Il Qatar usa due pesi e due misure – hanno detto molti attivisti per i diritti umani – Ha aiutato paesi come la Libia e la Siria a diventare più democratici ma non accetta la democrazia in casa sua. È una vergogna».

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