Profughi, l’Europa sfinita progetta l’assurdo: militarizzare la Macedonia per tagliare fuori il colabrodo Grecia

Situazione ogni giorno più tesa. I muri di Orban non sembrano più tanto “razzisti”. Possibile anche la rottura degli accordi con la Turchia

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A stare a sentire quel che il commissario europeo per le migrazioni Dimitris Avramopoulos ha detto nella sua relazione di mercoledì scorso, le cose non vanno così male per quanto riguarda la crisi dei profughi in corso da più di un anno. Sì, gli schemi per il ricollocamento in altri paesi Ue di quanti chiedono protezione dopo essere entrati in Italia o in Grecia non stanno funzionando, e solo 500 richiedenti asilo sono stati redistribuiti dai paesi mediterranei a quelli nordici del totale di 160 mila concordato fra i 28 in settembre. Ma Italia e Grecia si sono messe finalmente di buzzo buono a organizzare i loro hot spots (centri di registrazione e prima accoglienza) e a registrare come Dio comanda i migranti che arrivano sulle loro coste. Degli 11 hot spots programmati a settembre ne sono entrati in funzione solo tre (due in Italia e uno in Grecia), ma prima della fine del mese il numero salirà significativamente. E soprattutto la percentuale di richiedenti asilo o protezione ai quali sono state prese le impronte digitali è aumentata dall’8 per cento di settembre al 78 per cento attuale in Grecia e dal 36 all’87 per cento in Italia.

RITORNO ALLA REALTÀ. In realtà la situazione si sta facendo più tesa di giorno in giorno, e con l’approssimarsi della buona stagione che potrebbe produrre un aumento esponenziale degli arrivi in Europa si possono temere svolte traumatiche. Quello fra Grecia e Macedonia potrebbe trasformarsi in un confine militarizzato, che escluderebbe di fatto anche se non di diritto la Grecia dall’area Schengen; e c’è la possibilità che si arrivi a una rottura degli accordi fra Europa e Turchia contenuti nel protocollo firmato a fine novembre. L’Unione Europea potrebbe decidere di respingere in Turchia i profughi che da essa provengono, compresi siriani e iracheni; e la Macedonia potrebbe trasformarsi nel più grande paradosso d’Europa: un paese che non fa parte dell’Unione Europea dove militari e agenti di polizia di paesi Ue sorvegliano la frontiera perché non la attraversino persone che arrivano da un paese appartenente alla Ue, cioè la Grecia. La quale, ciliegina sulla torta, non riconosce la Macedonia perché considera usurpato il nome che l’ex repubblica della defunta Federazione Jugoslava si è data.

LA LINEA DURA. Fino al novembre scorso sulla questione profughi nella Ue si scontravano due linee: quella dei paesi dell’Europa dell’Est contrari a ospitare profughi e favorevoli a rendere impermeabile il confine fra la Grecia da una parte, la Macedonia e la Bulgaria dall’altra; e quella della Merkel che, superata la fase estiva del “porte aperte a tutti”, cercava di combinare la firma di un accordo con la Turchia perché tenesse fermi sul suo territorio i profughi in cambio di contributi pari a 3 miliardi di euro, con uno schema di redistribuzione fra tutti i paesi Ue dei profughi che entravano comunque in Italia e in Grecia. Col tempo però le cose sono cambiate: la linea dura del filo spinato alla frontiera propugnata dal governo ungherese e dagli altri paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia), stigmatizzata come xenofoba e anti-solidale, ha fatto breccia in molte capitali europee man mano che l’inadeguatezza della Grecia a presidiare le proprie frontiere si faceva palese. Oggi Bruxelles e Berlino non sono più contrarie a iniziative di cooperazione di paesi Ue con la Macedonia per una migliore gestione della frontiera del paese balcanico con la Grecia. Fuori dal gruppo di Visegrad Austria e Slovenia sono i paesi più entusiasti e disponibili a fornire personale, mentre quadri amministrativi ungheresi sono già sul posto, a pochi giorni dalla fine dei lavori di posa di un nuovo reticolato lungo 37 chilometri.

SOSPENDERE LA GRECIA? Sono di questi giorni dichiarazioni arcigne dei ministri degli Esteri ungherese e austriaco. Il primo, Peter Szijjarto, ha detto che «se la Grecia non è pronta o in grado di proteggere la zona Schengen e non accetta aiuto o assistenza dalla Ue, allora abbiamo bisogno di un’altra linea di difesa, che ovviamente è rappresentata da Macedonia e Bulgaria». Il secondo, Sebastian Kurz, si è espresso con toni allarmistici: «Non mi sembra proprio che la Grecia abbia lontanamente cominciato a comprendere quanto sia grave la situazione», ha detto. «Se non riusciamo a controllare la situazione, la nostra unica possibilità sarà di collaborare con Slovenia, Croazia, Serbia e Macedonia». In vista della riunione del gruppo di Visegrad che si terrà a Praga il 15 febbraio e dove si approverà un piano di sostegno alla Macedonia il primo ministro slovacco Robert Fico ha promesso risultati decisivi: «A quel punto non importerà più che la Grecia sia parte di Schengen o sospesa, perché saremo in grado in ogni caso di fermare i migranti».

RIMANDARLI IN TURCHIA? L’altra soluzione shock sulla quale la Ue sta lavorando, è quella di riformare le leggi nazionali sull’accoglienza dei profughi in modo tale da rendere più facili se non addirittura automatici i respingimenti di richiedenti asilo, anche siriani e iracheni, verso la Turchia. È un provvedimento che la Grecia ha già preso, anche se non ha avuto conseguenze pratiche fino ad ora: per Atene la Turchia è ufficialmente un «paese terzo sicuro», perciò gli stranieri che di là si trasferiscono in Grecia per chiedere asilo possono in linea di principio essere riportati al punto di partenza perché la loro sicurezza non è in pericolo.

RITORSIONI E RICATTI. Come i paesi europei potrebbero generalizzare normative del genere e ottenere la cooperazione della Turchia nel riprendersi indietro su questa base i richiedenti asilo in Europa provenienti dal suo territorio, non è chiaro. Sta di fatto che queste manovre hanno molto innervosito Ankara, che le interpreta come una rappresaglia per il flusso ininterrotto di aspiranti profughi che hanno continuato ad arrivare in paesi Ue (67 mila dall’inizio dell’anno) anche dopo la firma dell’accordo di novembre col quale la Turchia si impegnava a trattenere sul suo territorio il grosso dei profughi in cambio di un iniziale aiuto finanziario europeo pari a 3 miliardi di euro. Ma il ricatto più efficace resta quello di non versare i 3 miliardi di euro fino a quando non si vedranno miglioramenti. Cioè meno sbarchi in Grecia e meno annegati nell’Egeo.

Foto Ansa


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