Eccoli qui i soldi dell’Imu. Prato, «le imprese cinesi evadono un miliardo di euro»

La denuncia dell’assessore alla Polizia municipale Aldo Milone che ci spiega gli stratagemmi adottati dalle finte aziende. «In cinque anni sono stati trasportati in Cina 4,5 miliardi di euro»

Maxitruffa “made in Cina” ai danni dello Stato italiano. Sono 4,5 miliardi di euro i capitali che gli imprenditori cinesi del tessile di Prato in cinque anni hanno trasportato in Cina mediante il ricorso alla struttura informale – quando non addirittura illegale – dei cosiddetti “money transfer”, il circuito alternativo alle banche con cui si possono far pervenire piuttosto facilmente ingenti somme di denaro in qualsivoglia parte del mondo, sottraendone in questo caso una buona parte (almeno 1 miliardo di euro) alle casse del fisco italiano. «Una cifra a dir poco impressionante», secondo l’assessore alla Polizia municipale di Prato Aldo Milone, che dal 2007 si batte per contrastare l’evasione operata dai cinesi in città. «Se si vogliono recuperare i soldi dell’Imu o evitare gli aumenti dell’Iva – dice Milone a tempi.it – questi aspetti dovrebbero essere seriamente presi in considerazione. Anche perché non devono essere sempre i soliti noti ad essere tartassati».

Assessore, siete certi di questi dati?
Sì, li ha forniti il gruppo di lavoro istituito ad hoc all’interno della Polizia municipale, che si è occupato di incrociare i redditi di alcuni lavoratori cinesi della nostra città (per la stragrande maggioranza compresi tra i 5 e i 10 mila euro l’anno, almeno stando alle loro dichiarazioni dei redditi) con i dati delle auto loro intestate (Suv e macchine di grossa cilindrata) e degli immobili di cui alcuni risultavano essere proprietari (alcuni da 200 mila euro l’uno) e molti altri dati ancora.

Che cosa è emerso?
Il dato più sconcertante viene dai controlli sui lavoratori in nero nelle aziende cinesi: in 18 mesi dal gennaio 2012 al giugno 2013 abbiamo controllato circa 400 imprese cinesi e abbiamo trovato 1.846 tra lavoratori in nero e clandestini per un’evasione contributiva di 22 milioni di euro. Se si considera, però, che le imprese controllate sono appena un sesto del totale, ecco che si può stimare, stando molto bassi, la presenza di almeno 10 mila lavoratori in nero impiegati nelle aziende cinesi a Prato per un totale di evasione contributiva che supererebbe, approssimativamente, i 100 milioni di euro. Anche se i lavoratori in nero potrebbero essere di più, visto che i cinesi residenti a Prato sono 25 mila regolari più 14 mila irregolari.

Il miliardo di euro, invece, come l’avete calcolato?
Abbiamo girato all’Agenzia delle entrate 357 segnalazioni qualificate, ossia quelle già setacciate dalla Polizia municipale, dei cittadini cinesi che evadono sistematicamente le tasse comunali, regionali e nazionali. Solo una cinquantina sono state controllate dal Fisco ma l’importo complessivo stimato per difetto delle tasse evase ammonta ad oltre 1 miliardo di euro l’anno.

Come fanno i cinesi a eludere così facilmente i controlli?
Gli stratagemmi messi in atto sono molteplici, ma quello quello più diffuso è sicuramente la pratica di aprire e poi cancellare le ditte dopo soli due anni, essendo che i controlli fiscali in Italia non scattano prima di 20 mesi di vita dell’azienda. I cinesi l’hanno capito e sfruttano questa falla del nostro sistema per fare profitti per due anni in nero e poi portarli all’estero.

Come?
La Guardia di finanza e la Procura di Firenze hanno stimato che in cinque anni sono stati trasportati in Cina 4,5 miliardi di euro dagli imprenditori cinesi attraverso il ricorso ai cosiddetti “money transfer”. Poi ci sono veri e propri “spalloni”, per lo più operai, che per per conto del datore di lavoro si nascondono sotto i vestiti i soldi da portare in aereo in patria. Giusto qualche giorno fa ne hanno beccato uno con più di 120 mila euro sotto i vestiti…

Cosa si può fare per contrastare il fenomeno?
Per contrastare con efficacia queste pratiche illegali servirebbero molti uomini a disposizione, soprattutto da parte della Guardia di finanza. Invece oggi oltre al danno dobbiamo pure subire la beffa!

Quale beffa?
Dopo che si inviano gli ispettori del lavoro a fare i controlli, che rilevano quasi sempre le irregolarità di cui sopra, poi però non si può più fare nulla se alle ispezioni non segue l’intervento delle Fiamme gialle. Oltretutto quando, invece, è un imprenditore italiano che prova ad andare in Cina è letteralmente passato al setaccio sia per aprire sia per chiudere un’azienda.

Gli imprenditori italiani hanno qualche responsabilità in tutta questa vicenda?
Per molti di loro è stato più semplice affittare i capannoni ai cinesi e fare soldi così, ma rinunciando di fatto al rischio di fare impresa.

La liquidità per fare impresa, invece, chi l’ha offerta ai cinesi?
Diciamo che le banche hanno accettato garanzie in altro modo. E anche su questo aspetto servirebbe fare un po’ più di luce.