Populismo giudiziario allo sbaraglio

Allungamento della prescrizione, taglio dei vitalizi, introduzione dell’agente provocatore. Intervista al giornalista e scrittore Maurizio Tortorella sul piano giustizia del governo: «Concentrato di follia e demagogia»

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Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede

«Il taglio dei vitalizi dei parlamentari? Demagogia e propaganda, allo stato puro». Così Maurizio Tortorella, giornalista esperto di cronaca giudiziaria (ha scritto tra l’altro La Gogna: perché i processi mediatici hanno ucciso il garantismo in Italia), critica a tempi.it l’iniziativa appena approvata dall’ufficio di presidenza della Camera, presieduto dal grillino Roberto Fico. I vitalizi erano già stati in parte aboliti nel 2012, ma quelli usciti indenni (circa 1.300, che vengono corrisposti ad ex deputati dell’età media di 76 anni) verranno ora ricalcolati con il metodo contributivo.
Il Movimento 5 stelle ha anche organizzato una festa fuori da Montecitorio per celebrare l’iniziativa.
Hanno poco da festeggiare, i grillini: la festa durerà poco. Passare dal metodo retributivo a quello contributivo ha una sua logica in sé, ma questo provvedimento è sbagliato e ingiusto. Prima di tutto perché in materia previdenziale si interviene per legge, e non per via amministrativa; e soprattutto perché mai è stata fatta una riforma previdenziale retroattiva. E la festa, ripeto, durerà poco.
Perché?
Perché sarà cancellata dai ricorsi. Il presidente Fico rischia anche l’incriminazione penale per abuso d’ufficio, secondo quel che preannunciano alcuni ex deputati. Il suo è comunque un provvedimento sbagliato dal punto di vista della legittimità, come ha fatto giustamente notare la presidente del Senato, Elisabetta Casellati: io prevedo che in un anno o poco più la “riforma” verrà spazzata via dai tribunali. È una misura demagogica, fatta esclusivamente con intento punitivo verso quella che i grillini chiamano “la Casta”. Propaganda.
Però permette allo Stato di risparmiare.
Di quanto parliamo? Di qualche decina di milioni di euro l’anno? Fico calcola si tratti di 40 milioni. Mettiamo abbia ragione. Anche se quei 40 milioni venissero impiegati tutti per rimpinguare gli assegni sotto i 750 euro, che sono quelli che ricevono oltre 11 milioni di pensionati italiani, il taglio dei vitalizi permetterebbe sì e no di redistribuire loro quattro euro in più a testa. Quattro euro all’anno! No, non ci siamo davvero: il taglio dei vitalizi è una misura iniqua perché è retroattiva; è inutile perché non produce nulla; ed è effimera perché sarà eliminata presto. Tradotto: è propaganda grillina allo stato puro. È vergognosa demagogia. Ed è il frutto di un programma dettato da incompetenza o da malafede.
Nei giorni scorsi il ministro grillino della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha presentato in Senato una bozza della riforma che vorrebbe approvare il prima possibile. Tra le misure principali c’è la modifica della prescrizione, che verrebbe prolungata.
È un altro errore. La prescrizione è un istituto giuridico fondamentale dello Stato di diritto. Non è prevista per i reati più gravi come omicidio o strage, che nel nostro ordinamento non si possono prescrivere, mentre per altri reati il Codice prevede già una scadenza molto lunga: una rapina a mano armata si prescrive dopo 25 anni, una corruzione dopo 20, una bancarotta fraudolenta dopo 18 anni e nove mesi. Se verrà cancellata del tutto, come propone il ministro, magistrati e giudici non avranno più neanche quel minimo pungolo che oggi li sospinge a fare presto. In quel caso, il peso dei tempi già biblici della giustizia verrà tutto scaricato sugli imputati. Chissà se il ministro Bonafede è mai stato informato che ogni anno, in media, sono 90 mila gli imputati che vengono assolti definitivamente e con formula piena! Sarà giusto che costoro debbano aspettare altri anni in più, magari decenni, per essere riconosciuti per gli innocenti che sono? E poi: che senso ha colpire un reato dopo 20 anni? Non è questo l’interesse della giustizia, che deve agire in modo severo, ma tempestivo. Inoltre, a ben pensarci, il vero scandalo della prescrizione è un altro.
Quale?
Cito ancora dati ufficiali del ministero della Giustizia, e mi domando una volta di più se Bonafede li conosca: tra il 2005 e il 2016 i procedimenti penali annullati per prescrizione sono stati 1.594.414, dei quali 1.111.608 durante le indagini preliminari. Questo significa che quasi nel 70% dei casi la prescrizione è intervenuta proprio all’inizio del processo, quando ancora l’avvocato difensore non può tecnicamente intervenire, nella fase in cui il gioco è interamente nelle mani del pubblico ministero. Ma se ben sette procedimenti su dieci si estinguono in questa fase del processo, è evidente che la prescrizione non è colpa delle pratiche dilatorie delle difese degli imputati, e il problema sta soprattutto negli uffici dei pubblici ministeri. Ecco, se davvero vuole agire per ridurre i danni della prescrizione, è proprio lì che deve intervenire il ministro Bonafede: nelle indagini preliminari. Al contrario, bloccare ogni prescrizione dopo il giudizio di primo grado sarà come gridare un “liberi tutti”, che allungherà ancora di più e in modo disastroso i tempi della giustizia. Per tutto questo, anche nel caso della prescrizione io temo che la riforma sia demagogia grillina allo stato puro.
Il ministro Bonafede vorrebbe anche introdurre la figura dell’agente provocatore.
L’agente provocatore ha la funzione di “indurre al reato”, e anche per questo nel 2013 è stato dichiarato “illegittimo” dalla nostra Corte di cassazione. Altrettanto hanno fatto varie sentenze della Corte europea dei diritti dell’Uomo. In Italia esistono gli agenti sotto copertura, quelli che si infiltrano per condurre indagini contro il narcotraffico e il crimine organizzato. Ma l’agente provocatore ha uno scopo diverso, cerca di indurre il reato, finendo a volte per causarlo: questo, oltre che paradossale, è profondamente ingiusto. Anche Raffaele Cantone, presidente dell’Agenzia anticorruzione, si è detto contrario. E per questo si è attirato gli strali di parti della magistratura.
Quali?
Quelle vicine a Piercamillo Davigo, un magistrato famoso per aver fatto parte del pool di Mani Pulite che evidentemente ha grande influenza sul ministro Bonafede, visto che quasi tutte le riforme proposte dal nuovo Guardasigilli sono suoi cavalli di battaglia.
A proposito: Davigo è stato presidente dell’Associazione nazionale magistrati nel 2016 e pochi giorni fa è stato eletto al Csm.
E che c’è di strano? Davigo è un magistrato molto noto, molto esposto mediaticamente; e anche se si può non condividere quasi nulla di quel che dice, è comunque interessante e divertente da ascoltare. Queste ultime elezioni dei membri togati del Csm hanno avuto un po’ la stessa coloritura delle elezioni politiche del 4 marzo, mi pare: la corrente di sinistra (Area) ha subito un crollo di consensi, in parte a favore della corrente di Davigo: esattamente come quattro mesi fa molti voti dal Pd si sono spostati sui grillini. Del resto, parlano la stessa lingua.
Il ministro Bonafede vorrebbe anche impedire che i magistrati, una volta scesi in politica, possano tornare nelle aule dei tribunali.
Questo è sacrosanto: non è giusto che un magistrato o un giudice abbiano una netta coloritura di partito appuntata sulla toga. Un esempio banale dovrebbe fare riflettere: Augusto Minzolini, deputato di Forza Italia, era stato accusato di peculato ed era stato assolto in primo grado; poi, in appello, è stato condannato da una giuria di cui faceva parte un giudice che era stato parlamentare del Pd. È stato giudicato da un suo diretto avversario politico. Ha ragione o no di lamentarsene, Minzolini? Io credo di sì. E credo anche che un magistrato che viene eletto, in Comune come in Parlamento, non dovrebbe mai più tornare a fare il pm o a giudicare. Ma anche qui sono pessimista: credo che il ministro Bonafede farà molta fatica ad approvare questa misura, perché temo incontrerà difficoltà legali, se non addirittura costituzionali.
Se dovesse riassumere il programma dei Cinquestelle sulla giustizia, come lo definirebbe?
Prenderei a prestito la definizione di Giovanni Fiandaca, professore ordinario di Diritto penale all’università di Palermo, grande giurista nonché uomo di sinistra: al 90% si tratta di “populismo giudiziario”.

Foto Ansa

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