Planned Parenthood ha sacri i diritti delle donne. Purché non siano incinte

Il brand planetario dell’aborto e della “salute riproduttiva” discrimina le dipendenti in gravidanza. Non lo scriviamo noi, ma il New York Times

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Il gigante dell’aborto, l’incensato santuario liberal autoproclamatosi «provider di servizi per la cura della salute riproduttiva delle donne», discrimina le donne incinte, le sottopaga, le maltratta. Non lo scrive il Catholic Herald bensì il New York Times, che il 20 dicembre scorso ha pubblicato un lungo servizio sulle denunce recapitate a Planned Parenthood da parte di dipendenti ed ex dipendenti, restituendo uno spaccato dell’organizzazione che contrasta nettamente con la narrazione di brand planetario dei “diritti riproduttivi”.

«DAVO VOCE ALLE DONNE. POI SONO RIMASTA INCINTA»

Periodi di riposo negati, pause pranzo negate, retribuzioni straordinarie negate, ritorsioni: oltre la cortina della libertà di scelta delle donne dal 2013 si contano almeno una dozzina di azioni legali. Ta’Lisa Hairston era felicissima di lavorare come assistente medica dell’organizzazione, «Planned Parenthood mi ha aiutato a dare voce alle donne», pensava esortandole a frequenti pause sul lavoro, a rimanere idratate e consumare pasti regolari durante la gravidanza. Ma quando è rimasta incinta non ha potuto seguire nessuno dei suoi consigli. Quando ha cominciato a soffrire di ipertensione si è recata alle risorse umane della clinica, con le prescrizioni del suo medico che le raccomandava frequenti pause e riposo. I manager le hanno ignorate. E molto raramente le hanno permesso di  fare la pausa pranzo. Oltre una dozzina di donne ha accusato Planned Parenthood di violare la legge licenziando, estromettendo o penalizzando dipendenti in stato di gravidanza, molte hanno dichiarato di avere paura ad annunciare di essere incinta al lavoro.

I CAMPIONI MAINSTREAM DELLA CAUSA FEMMINILE

Certo, il colosso abortivo non è l’unico campione mainstream della causa femminile che discrimina le donne incinte. Alla Natera, che vende test genetici per donne in gravidanza, due dipendenti sono state dequalificate durante il congedo di maternità. Una di loro si è sentita trattare come «una cavia» quando il suo capo suggerì a lei e a un’altra collega incinta di fingersi pazienti per testare i prodotti di una compagnia rivale. All’altra venne annunciato, sette settimane dopo il parto, che d’ora in poi avrebbe dovuto fare riferimento alla persona che lei stessa aveva formato per sostituirla durante la maternità. Alla Avon, azienda cosmetica, due dipendenti hanno denunciato di essere state costrette a maneggiare sostanze chimiche tossiche nonostante la gravidanza. Una terza, dirigente di marketing, è stata invece licenziata quattro giorni dopo avere annunciato di essere incinta. Alla Mehri&Skalet, prosegue il Nyt, uno studio legale progressista che ha fatto causa a Walmart per discriminazione di donne incinte, tre avvocati hanno accusato il socio fondatore Cyrus Mehri di maltrattamenti (pressioni per rientrare in fretta dalla maternità, licenziamenti, valutazione delle prestazioni lavorative negative al rientro dal congedo). Naturalmente le aziende negano con forza tutte le accuse.

«È NOSTRO DOVERE FARE MEGLIO»

E a Planned Parenthood? Stando alle accuse di alcune dipendenti di California, Texas, North Carolina e New York i dirigenti di alcune cliniche si sono rifiutati di assumere donne perché incinte, rifiutato le richieste di mamme in attesa di prendersi una pausa e in alcuni casi spinto le dipendenti a lasciare il posto di lavoro dopo il parto. Nonostante si sia intestata più volte la battaglia per il congedo di maternità retribuito, la maggior parte degli uffici Planned Parenthood non lo offre alle neomamme: «È nostro dovere fare meglio, per il nostro staff, per le loro famiglie e per i nostri pazienti» ha spiegato Leana Wen, presidente della Planned Parenthood Federation of America, assicurando che l’organizzazione ha aperto delle indagini sulle accuse di discriminazione in gravidanza riportate dal New York Times. «Tutte le persone identificate nell’articolo sono state trattate in modo equo ed equo, senza discriminazioni», si difendono le cliniche interessate, a Miami la responsabile delle risorse umane assicura addirittura che la maggior parte delle neomamme è stata promossa al suo ritorno. In California invece un ex addetto alle assunzioni assicura al quotidiano che la sua clinica si è rifiutata di assumere una donna incinta (ai sensi della legge federale sulla discriminazione per gravidanza, è illegale considerare se un candidato è o sarà incinta) e ha preferito promuovere donne che presumibilmente non sarebbero entrate in gravidanza.

TUTTA COLPA DEI CONSERVATORI

Si capisce che dopo aver difeso l’indifendibile (vedi il gigantesco scandalo della compravendita e traffico illegale di tessuti fetali e organi di bambini abortiti censurato dalla grande stampa) il Nyt non potesse esimersi dal rivoltare la frittata, ricordando che i conservatori minacciano di azzoppare i finanziamenti alle cliniche di Planned Parenthood, che con le loro finanze precarie sono costrette a «pagare salari modesti ai dipendenti che forniscono assistenza sanitaria – aborti, screening del cancro, assistenza prenatale, test della malattia – a 2,4 milioni di pazienti per lo più a basso reddito ogni anno». «È facile accusare qualcuno di ipocrisia se non sei quello che cerca di trovare 2 milioni di dollari dal nulla», ha sbottato Christine Charbonneau, che gestisce l’ufficio regionale a Seattle e supervisiona 27 cliniche nel nord-ovest. L’anno scorso ha chiesto al suo dipartimento delle risorse umane di calcolare quanto costerebbe coprire il congedo di maternità per la regione. «La stima: 2 milioni all’anno. Questo è l’intero budget annuale di alcune cliniche», pagare il congedo di maternità «potrebbe costringerci a chiuderle».

IL PARTO DI TA’LISA E LE DIMISSIONI

Il quotidiano fa il punto anche sulle denunce in corso, alcune risoltesi con un accordo riservato. Tracy Webber ha denunciato di essere stata licenziata quattro settimane dopo il parto. Una dipendente delle clinica di New Rochelle ha detto che i dirigenti hanno ignorato le note mediche che le raccomandavano pause e riposo, le hanno ha chiesto di ritardare il congedo di maternità e, dopo aver dato alla luce il suo bambino, le hanno fatto pressioni per il rientro. Una dipendente della stessa clinica è stata licenziata lo stesso giorno in cui è tornata dal congedo di maternità. E Ta’Lisa Hairston? La donna ha portato avanti la gravidanza pranzando raramente e trascorrendo turni da dieci ore in piedi. A nulla sono valsi gli ordini del medico, inviati più e più volte dalla donna al dipartimento risorse umane, di non lavorare più di sei ore al giorno e fare pause regolari. Nessuno le ha mai risposto. Degenerata la situazione e costretta a letto dal medico, Hairston subisce un cesareo d’urgenza dando alla luce un bimbo prematuro di 34 settimane. È ancora in congedo di maternità, all’ottava delle 12 settimane garantite Family and Medical Leave Act, quando il dipartimento delle risorse umane della Planned Parenthood inizia a chiamarla esortandola a rientrare al lavoro. Hairston rassegna le dimissioni, «non sono entrata nel campo medico per essere trattata in questo modo». 

L’IPOCRISIA DEL COLOSSO ABORTIVO

Hairston si sente ingannata. Ma è un enorme inganno anche affermare che le cliniche di Planned Parenthood (che registra entrate da 543,7 milioni di dollari in sussidi governativi e rimborsi, 318,1 milioni da privati e 532,7 milioni in donazioni) «non possono permettersi di pagare il congedo di maternità», ha spiegato Abby Johnson che oggi gestisce un’associazione senza scopo di lucro con un budget inferiore all’1 per cento di Planned Parenthood «e offro ai miei dipendenti 12 settimane di congedo parentale retribuito. Si tratta di priorità», dice la donna. Che non è una donna qualsiasi. Rinfreschiamo la memoria al Nyt così sensibile agli alert sulla discriminazione femminile. Abby Johnson lavorava da otto anni con la Planned Parenthood e dirigeva la clinica di Bryan, nel Texas, quel giorno in cui entrò a reggere la sonda di uno dei suoi medici che stava eseguendo un aborto. Leggete cosa accadde in quella sala operatoria, quel giorno in cui si accorse del vero enorme inganno che andava compiendosi nel santuario liberal della salute riproduttiva delle donne.

Foto Ansa

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