Perché i paesi islamici si disinteressano dei musulmani uiguri perseguitati in Cina

Il regime comunista ha già incarcerato oltre un milione di musulmani nel Xinjiang. Ma i paesi arabi e islamici, per soldi e convenienza, non protestano, anzi, collaborano alla repressione dei loro correligionari

C’è un silenzio assordante che avvolge una delle campagne di persecuzione più grandi che siano mai state condotte a danno dei musulmani. In Cina, come Tempi riporta fin da maggio, il partito comunista ha rinchiuso in “campi di rieducazione attraverso il lavoro” almeno un milione di musulmani uiguri nel Xinjiang. Grazie alle denunce di Human Rights Watch alcuni governi occidentali hanno cominciato a protestare con Pechino, ma ci sono alcuni Stati che continuano a fare orecchie da mercante, ignorando il problema. E, per quanto possa sembrare strano, questi paesi sono proprio quelli musulmani e arabi.

NEANCHE UN COMUNICATO

Unione Europea e Stati Uniti hanno fatto sentire la loro voce, mentre l’Organizzazione della cooperazione islamica, che pretende di essere «la voce collettiva del mondo musulmano», non ha fatto neanche un comunicato striminzito, neppure una timida dichiarazione per denunciare la più grande persecuzione a danno di islamici mai architettata da uno Stato contro i suoi stessi cittadini. Neanche i paesi del Golfo o gli Stati musulmani dell’Asia centrale hanno speso una singola parola in difesa dei loro correligionari.

LA CINA NON È IL MYANMAR

Eppure ci ricordiamo tutti gli alti lai di Arabia Saudita, Iran, Giordania e Pakistan in difesa dei rohingya perseguitati dal Myanmar o dei palestinesi, ogni volta che si verifica uno scontro tra Gaza e Israele, o dei paesi musulmani tutte le volte che gli Stati Uniti e altri paesi europei si impicciano degli affari del Medio Oriente. Ora però che un milione di musulmani vengano arrestati senza motivo, rinchiusi senza processo in carcere, torturati, indottrinati, uccisi, spinti al suicidio, costretti ad abiurare, fatti sparire; ecco, in questo caso solo silenzio.

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La differenza di trattamento, ovviamente, ha il profumo dei soldi perché il silenzio, soprattutto in questo caso, è d’oro. Molti Stati dell’Asia centrale e del Medio Oriente sono inclusi nella Nuova via della seta, un gigantesco progetto cinese nel quale Pechino sta investendo miliardi di dollari. Molti di questi paesi otterranno dal partito comunista prestiti generosi per costruire infrastrutture costose e altrimenti fuori dalla portata dei governi locali.

Come dichiarato da Alip Erkin, attivista in Australia che guida il network Uyghur Bullettin, «le opportunità di commercio e investimento, così come gli enormi debiti contratti con la Cina attraverso la Nuova via della seta, non solo tappano la bocca degli Stati musulmani ma li spingono addirittura a cooperare attivamente con la Cina nella persecuzione degli uiguri». È il caso dell’Egitto, che a luglio ha arrestato centinaia di uiguri, deportandone almeno una ventina in Cina, pur conoscendo a cosa sarebbero andati incontro in patria. È sufficiente infatti avere un numero straniero nella rubrica del telefono per essere riconosciuti colpevoli di spionaggio o estremismo religioso. Anche la Turchia, che fa ottimi affari con la Cina, pur non arrestando gli uiguri, molti dei quali sono di origine turca, non fa niente per fermare gli arresti di massa.

DIRITTI UMANI

C’è anche un altro motivo, oltre a quello economico, che rende ragione dello scandaloso silenzio dei paesi arabi. Molti Stati, basta pensare a quelli della Penisola araba, non si comportano certo in modo encomiabile quando si tratta di diritti umani e non esitano ad autorizzare arresti e incarcerazioni extragiudiziali nel nome del «mantenimento della stabilità». Arabia Saudita, Pakistan, Turchia, Egitto, Giordania, Qatar, Iran non si sono mai distinti neanche nella difesa delle minoranze religiose, cristiane o musulmane. Trattandosi per lo più di regimi autoritari, non solo comprendono benissimo la politica della Cina ma sostengono attivamente il «principio di non interferenza negli affari interni altrui».

LA STORIA DI TURSUN

Per tutte queste ragioni i musulmani non otterranno mai l’aiuto dei paesi islamici. Al contrario, possono sperare in quello dell’Occidente, che per fortuna non ha ancora del tutto dimenticato o rinnegato le sue radici e la sua cultura cristiana, che dà valore a ogni essere umano, a prescindere dalla religione. Lo ha capito bene Mihrigul Tursun, madre uigura che nel 2015 è tornata dall’Egitto in Cina con i suoi tre bambini ed è stata arrestata. Nei successivi due anni e mezzo è stata incarcerata tre volte, il regime le ha tolto la custodia dei figli, uno dei quali è morto durante la detenzione in circostanze misteriose. Nel 2018 è riuscita a scappare in America, come raccontato a Radio Free Asia: «Quando sono arrivata negli Stati Uniti il 21 settembre 2018 mi sono chiesta se fosse un sogno: “Sono davvero negli Usa? Sono davvero al sicuro? Oppure sono morta in quella cella in Cina e ora mi trovo in Paradiso?”. Sono stata perseguitata, torturata con l’elettroshock e abusata in Cina. Qui invece sono libera».

Ora Tursun vuole raccontare a tutti cosa succede in Cina ai musulmani: «Solo nella mia cella sono morte nove donne in tre mesi. Che cosa è successo nelle altre 200 celle della prigione? E nelle altre prigioni della mia contea? E nelle altre contee della provincia del Xinjiang? Io sono fuggita, ma i miei genitori no. Li hanno rinchiusi. Se potessi rivederli, chiederei perdono perché non ho potuto fare nulla per loro. Intanto, ho il dovere di parlare». Ma i paesi arabi e musulmani non ascolteranno.