Per quanto l’Europa verserà lacrime di coccodrillo sui disperati di Lesbo?

Tende inondate dal mare, bambini lavati tra i liquami, niente fogne o servizi igienici e sanitari. Cosa vogliamo fare degli ottomila miserabili intrappolati nell’inferno di Moria 2.0?

 Foto: Yousif Al Shewaili / Oxfam

Degli oltre 12 mila miserabili in fuga dalle fiamme divampate nell’immensa tendopoli di Moria tra l’8 e il 9 settembre, circa ottomila sono stati trasferiti all’ex poligono di tiro militare tutto polvere e macerie riconvertito in campo di emergenza di Lesbo e ribattezzato dai migranti Moria 2.0. A Moria 2.0 non si vive come esseri umani ma come relitti di uomini, donne e bambini piccolissimi «senza accesso all’acqua corrente», in «fragili tende» piantate a venti metri dal mare, in balia «di vento e inondazioni». Senza servizi igienici, senza servizi medici, senza cibo. Il rapporto pubblicato il 21 ottobre da Oxfam e Greek council for refugees descrive la situazione ormai disperata per i migranti e richiedenti asilo intrappolati sull’isola greca.

IN FUGA DALLE FIAMME, ABBANDONATI TRA LE FOGLIE

La notte in cui qualcuno cominciò a gridare “al fuoco” gli adulti avevano fatto in tempo a salvare solo mogli e bambini, tutto, cibo, vestiti, pannolini, sacchi a pelo, documenti, era andato distrutto. A migliaia si erano seduti sul ciglio delle strade ad alta percorrenza che portano a Mitilene, imitati da un popolo di ragazzini – sono oltre 400 i minori non accompagnati presenti sull’isola -, quattromila bambini, anziani, donne col pancione. E lì erano rimasti, per una settimana., spaventati, affamati, riparandosi dal sole di giorno e dal freddo di notte sotto il fogliame ammassato sul marciapiede. La polizia era dovuta intervenire per sedare rivolte, risse e violenze. Avevano anche manifestato, i padri con i bimbi sulle spalle con i cartelli “Moria no more” finché qualcuno aveva spiegato loro che era pronto un rifugio temporaneo, le tende erano già state trasportate in elicottero.

BAMBINI LAVATI IN MARE TRA I LIQUAMI

Chi scappa dalle bombe in Siria dice che a Moria 2.0 si ritrova a soccombere a quella che una madre, Rita, chiama «guerra psicologica». Il campo, allestito in una zona militare a rischio mine e granate inesplose, è composto da 1.100 tende estive, ciascuna ospitante 8 persone. Nell’ultimo mese sono stati trasferiti al largo di Lesbo circa 2.500 richiedenti asilo, e altri 1.300 dovrebbero essere trasferiti entro Natale. Il piano del ministero è svuotare l’isola entro Pasqua, ma nessuno sa come sarà possibile in piena pandemia e con le strutture di accoglienza nella Grecia continentale già al collasso. Intanto oltre 7.600 profughi stanno soffrendo le condizioni invivibili di Moria 2.0 temendo con orrore l’inverno. Si tratta per la maggior parte di famiglie (44 per cento uomini, 22 per cento donne, 34 per cento bambini). Le tende senza solide fondamenta, affondano nell’acqua del mare, la pioggia dei primi giorni di ottobre ne ha allagate 80, la gente vive letteralmente nel fango e spesso al buio. Non esistono sistemi di drenaggio o fognature. Quando il campo è stato aperto c’erano 349 bagni, inaccessibili ai disabili, senza doccia, la condivisione di migliaia di persone li rende spesso inagibili. Molti hanno dovuto ripiegare sul mare, lavando i bambini tra i liquami.

AMMASSATI IN TENDE SENZA MASCHERINA

Ci sono persone che hanno bisogno urgente di assistenza medica e interventi specialistici, ma i sanitari devono concentrarsi sulla prevenzione di Covid, solo due dottori autorizzano eventuali trasferimenti all’ospedale di Mitilene. Rispettare il distanziamento e le norme anti Covid ammassati in coda per il cibo o in tende senza mascherine (le autorità greche non le forniscono) e senza acqua corrente per lavarsi le mani è impossibile. Il governo greco si prepara a chiudere anche il campo di Pikpa e il vecchio campo di Kara Tepe, entrambi dedicati all’accoglienza soprattutto di bambini, persone con gravi disabilità, malati e vittime di tortura e violenza. Solo le veementi proteste dell’Unhcr e delle ong hanno salvato “temporaneamente” i rifugiati qui accolti dallo sfratto. Il rapporto fa appello agli stati membri per l’immediato trasferimento di tutti i migranti presenti nel campo in strutture adeguate nella Grecia continentale e in altri Paesi Ue, attaccando al contempo la riforma europea su asilo e immigrazione.

TUTTI SANNO CHE LESBO È UN INFERNO

Di fatto grazie all’ormai famigerato articolo 13 del trattato di Dublino la Ue ha scaricato tutta la responsabilità dei migranti alla Grecia. «La possibilità che gli Stati europei accolgano gli sfollati di Moria, sarebbe realizzabile concretamente ma non lo è politicamente, perché temono passi il messaggio: “Venite in Grecia perché l’Europa aprirà le frontiere”», spiegava Maria Alverti, direttrice di Caritas Hellas. Tutti sapevano che Moria era un inferno e tutti si sono guardati bene dal fare qualcosa. Come scrivevamo qui all’indomani dei roghi, anche davanti alla tragedia annunciata, l’Ue non ha fatto una piega: alcuni paesi si sono offerti di prendere qualche bambino per fare bella figura, ma poco altro: la Germania, che si è offerta di accogliere 2.750 profughi, non ha volutamente specificato «migranti provenienti da Moria». Infatti, il governo tedesco ha aperto le porte soltanto a richiedenti asilo, la cui domanda sia già stata approvata. Ha sbarrato insomma la strada al vero problema che dal 2015 assilla l’Europa: che cosa fare dei migranti economici e di coloro che non hanno diritto all’asilo politico in base alle regole europee? A questo non dà risposta nemmeno la revisione del trattato annunciata dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

DALL’IPOCRISIA EUROPEA AL GIRONE MORIA 2.0

Restano, come ha ben scritto Gian Micalessin nei giorni dei proclami sul cambiare le regole di Dublino, le ceneri del campo di Moria, «l’esempio più evidente dell’ipocrisia europea». Nel 2016, all’atto dell’inaugurazione, «l’Unione lo dipinse come un campo modello da dove gli aventi diritto all’asilo sarebbero immediatamente partiti verso altri Paesi europei mentre gli irregolari sarebbero stati rispediti in Turchia o a casa loro. Ma in quattro anni ben pochi dei disperati di Moria sono stati accolti, redistribuiti o rimandati indietro. E nell’ultimo caso non solo per mancanza d’accordi di rimpatrio con i Paesi d’origine, ma anche per il timore di far pressioni su una Turchia pagata sei miliardi per (non) tenersi i migranti. E così il “modello” Moria si è trasformato in un vergognoso girone infernale dove i migranti sono veri e propri reclusi costretti a sopravvivere in condizioni disumane nel nome della retorica dell’accoglienza europea». A cui resta appeso il destino di ottomila miserabili nella bocca dell’inferno ribattezzata Moria 2.0.