Pavel Florenskij e l’amicizia come essenza dell’io

Per la prima volta in un volume monografico le riflessioni del grande pensatore, matematico e mistico russo Pavel Florenskij sull’amicizia

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Florenskij-pavel-amiciziaL’essere amici non è un’aggiunta al proprio io isolato e atomico. L’amicizia è l’essenza dell’io, che è un insieme di relazioni dense e profonde, tanto che «non si può dire se la persona sia prima della comunicazione o se la comunicazione sia prima della persona». L’amicizia in questo senso è più dell’amore, ne è la sua realizzazione più vera, perché reciproca.
Il libretto di Pavel Florenskij intitolato L’amicizia (Castelvecchi, 2013) è un inno a un nuovo principio di conoscenza, di azione, di vita sociale.

Come farà Benedetto XVI in Deus caritas est, Florenskij esalta la continuità e la transizione tra i verbi e i sostantivi greci dell’amore, fra eros, storghé, philia, agape. Nell’autore russo è la filia a essere esaltata come l’amore interiore che si vede dall’esteriore segno del baciarsi (philema), che nell’ortodossia è centro di un rito di affratellamento. Senza paura di moralismo e seguendo la suggestione di una verità più profonda di quella che il razionalismo può cogliere, Florenskij indica nell’amicizia il luogo e il vertice della comunione spirituale.

I greci avevano detto che l’amico è un “altro io” ma alla fine consideravano la famiglia come cellula della società, per la stabilità che essa permette. Il cristianesimo di Florenskij pone l’amicizia come la paradossale condizione per essere se stessi e il vertice dello stesso amore sponsale, che nell’amicizia si avvicina alla verginità, cioè all’unità perfetta. È «la molecola comunitaria, la coppia di amici che è il principio dell’azione, come la famiglia era la molecola della comunità pagana». Una famiglia è molecola della società solo se l’amore che vive è amicizia.

libro-amicizia-FlorenskijIn che cosa consiste allora quest’amicizia? Nella contemplazione di se stessi attraverso l’Amico in Dio, dove uno vede se stesso nel modo in cui Dio stesso lo guarda. È un dono, una preferenza (intorno a Cristo ci sono le masse, l’entourage, i discepoli, gli amici segreti, i settanta, i dodici, i tre), che crea un nuovo essere fatto di un’anima in due corpi, nel quale ciascuno dà tutta la propria anima per portare la croce dell’altro, dove ciascuno viene ammesso e accettato «nella struttura dell’amante alla quale non riesce estraneo e dalla quale non viene respinto».
Non è un attributo tanto spiritualista, se è vero che Gesù consigliava di acquistarla con la disonesta ricchezza e i Padri dicono che è uno stringersi che abbatte il potere del demonio e del peccato (Teodoro, starec di Svirskij). «Si tratta di un detto straordinariamente interessante – commenta Florenskij – perché non dice di non malignare, di non adirarsi, di non litigare, ma raccomanda di stare insieme esteriormente, corporalmente, empiricamente».

Senza amicizia non ci sono gioia e sofferenza intense e non si può conoscere la verità di sé, degli altri e del mondo. Cosicché, dice il Crisostomo: «L’incomprensione dell’amicizia ha prodotto le eresie». Che cosa fa finire l’amicizia? Non la gelosia, che come tutto ciò che è autenticamente umano aiuta a conservarla, ma il tradimento della verità, l’andare contro ciò per cui l’amicizia esiste, per tornaconto o per comodità. La delazione è il primo e il definitivo segno della fine: «Chi svela segreti perde ogni speranza».

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