Noi non abbiamo nessuna “fissa” morale, ma solo una priorità indiscutibile: la libertà di educazione

I media hanno letto l’intervista di papa Francesco a Civiltà Cattolica come una sconfessione dei principi non negoziabili. Chi è cresciuto alla scuola di don Giussani sa che non è così

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Uno dei passaggi più discussi dell’intervista a papa Francesco su Civiltà Cattolica è stato quello in cui il Pontefice ha spiegato la sua visione riguardo l’annuncio cristiano:

«Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione. Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. E’ da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali». 

Un passaggio interpretato sostanzialmente come una correzione rispetto alle battaglie sui “principi non negoziabili”, non più centrali e prioritarie ma conseguenze dell’annuncio della Buona Novella, il tutto completato da un duro giudizio su una pastorale che non deve essere «ossessionata» da «una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza». Ne è seguito un plauso entusiasta nella gran parte dei media, insieme a imbarazzo e disagio da parte di tanti cattolici, increduli di fronte ad un apparente cambiamento di 180 gradi rispetto ai due pontificati precedenti.

Personalmente condivido appieno quanto detto da papa Francesco, perché le questioni di morale cristiana – giustamente una conseguenza dell’annuncio cristiano – NON vanno confuse con i principi non negoziabili, che sintetizzano la “questione antropologica” e precedono l’annuncio cristiano, e riguardano tutti, credenti e non, perché descrivono le fondamenta dell’umano.

Per chiunque abbia fatto esperienza alla scuola di don Luigi Giussani, come la sottoscritta, questa distinzione dovrebbe essere chiara.

In trenta anni di appartenenza a Comunione e Liberazione, non ho mai sentito, da parte dei responsabili – don Giussani in primis – indicazioni sui precetti morali da seguire, come ad esempio la morale sessuale. Quando andavamo in vacanza con la comunità, da studenti, ovviamente insieme maschi e femmine, non ho mai sentito ammonimenti o indicazioni di tipo morale da parte di chi ci guidava. Non ce ne è mai stato bisogno: ogni gesto era sempre curatissimo, in tutti i suoi aspetti, dalla colazione alle passeggiate ai canti fino ai momenti liberi, e ci diceva che il Figlio di Dio si è fatto Uomo per salvarci, che Lo potevamo incontrare nella Chiesa, intesa come sacramenti e comunità.

Le questioni morali erano una conseguenza, venivano dopo, e non erano mai oggetto delle nostre catechesi (le “scuole di comunità”). L’unico accenno che ricordo con chiarezza fu a un incontro pubblico tenuto da Giancarlo Cesana: qualcuno gli obiettò che Testori, che noi leggevamo e stimavamo, era comunque un omosessuale, e Cesana rispose chiedendo: «Ma chi l’ha detto che io sono meno peccatore di lui perché lui è omosessuale?», e la cosa finì lì.

E il metodo educativo funzionava, perché nei fatti quella morale noi la seguivamo: per esempio quasi nessuno usava la pillola contraccettiva, e prima di sposarci imparavamo i metodi naturali.

Eppure un’ossessione don Giussani ce l’aveva: «Mandateci in giro nudi ma lasciateci la libertà di educare», è una frase che chiunque abbia frequentato anche sporadicamente Cl ha sentito dire. La libertà di educazione è stata da sempre una vera e propria “fissazione”, o meglio, una priorità indiscutibile: è la pre-condizione per l’esperienza cristiana, e al tempo stesso riguarda tutti, coinvolge tutti, perché ogni essere umano cresce e matura in un percorso educativo, che deve essere libero.

Non a caso, è uno dei tre principi non negoziabili, anche se don Giussani non lo ha mai definito formalmente in questi termini.

Le battaglie di Cl sulla libertà di educazione sono sempre state, almeno finora, prioritarie e distintive, condotte con tenacia, senza se e senza ma, perché la libertà di educazione è libertà per tutti, non si tratta di un’indicazione morale rivolta ai cristiani.

Lo stesso vale per gli altri due principi non negoziabili: la difesa della famiglia naturale basata sul matrimonio fra un uomo e una donna, e la tutela della vita dal concepimento alla morte naturale, non sono conseguenze del cristianesimo, ma principi costitutivi della natura umana. E la questione antropologica nasce quando, soprattutto per gli sviluppi della tecnoscienza, è la natura stessa degli esseri umani a essere messa in discussione.

Un esempio, per capirsi: il giudizio negativo sui comportamenti sessuali disordinati e promiscui riguarda la sfera morale, è una conseguenza dell’annuncio cristiano.

Ma negare che un bambino possa nascere solo da suo padre e sua madre e affermare che può essere figlio di due padri o due madri, non è un giudizio morale, ma una visione antropologica che prescinde dal dato naturale.

Non ci opponiamo al matrimonio omosessuale perché i rapporti omosessuali sono peccaminosi: se lo facessimo, confonderemmo i piani. Noi non vogliamo le nozze gay perché consentendo a due persone dello stesso sesso di accedere al matrimonio si nega il fatto che gli esseri umani nascano sessuati, cioè maschi e femmine, e che ad essere feconda è solo la differenza sessuale, e che questo sia un dato oggettivo, proprio della natura umana, e non il risultato di una scelta personale. Uomo o donna si nasce, non si diventa: prendere atto che si viene al mondo con un corpo sessuato non è un giudizio morale che discende dalla dottrina, ma un presupposto comune a tutti gli esseri umani.

I comportamenti sessuali appartengono alla sfera morale, e ha ragione Papa Francesco quando dice che l’annuncio cristiano non può avere come priorità, ad es., gli insegnamenti sulla contraccezione. Ma la possibilità che una coppia omosessuale possa adottare figli o accedere alla procreazione assistita, è innanzitutto una questione antropologica (che a sua volta ha conseguenze che certamente riguardano anche la morale e implicano giudizi morali).

In questo senso tutte le varianti della fecondazione assistita – dall’eterologa all’utero in affitto – sono intrinsecamente questioni innanzitutto antropologiche.

“Non abortire”, cioè “non uccidere”, è un insegnamento che appartiene alla sfera morale. L’aborto è una piaga del nostro tempo perché legalizzato, cioè legittimato, e condotto su larghissima scala, ma appartiene all’umanità dalla notte dei tempi, tanto da essere condannato fin dal giuramento di Ippocrate. Anche l’eutanasia è questione morale, il “non uccidere “ del fine vita. Ma quelle procedure che camuffano l’omicidio in un atto medico rendendolo invisibile socialmente (per esempio la pillola abortiva o la sospensione di alimentazione e idratazione artificiale) spostano questi aspetti nella sfera antropologica, anche perché tanti progressi della medicina hanno creato situazioni di frontiera che pongono problemi nuovi e complessi (ad es. i trapianti, lo stato vegetativo).

E se uccidere un embrione non è sostanzialmente diverso a seconda che sia fuori o dentro il grembo materno, sicuramente le manipolazioni in laboratorio e il frammentarsi delle figure genitoriali – madre genetica, gestante, madre sociale, contributo mitocondriale, padre biologico e sociale: è tecnicamente possibile avere fino a sei genitori, che aumentano addirittura di numero in certi casi di utero in affitto – fanno parte di un panorama antropologico nuovo, mai esistito nella storia dell’umanità.

Le parole di Papa Francesco sulle priorità pastorali riguardano le conseguenze morali del cristianesimo. La rivoluzione antropologica che sta avvenendo sotto i nostri occhi è altro, e sta disegnando una nuova natura degli esseri umani: individui sessualmente intercambiabili che possono scegliere di avere bambini in varie forme  asessuate di “riproduzione collaborativa”, cioè scomponendo e ricomponendo in laboratorio contributi genetici, biologici e sociali, operando una selezione genetica allo stato embrionale, prima del trasferimento in utero, a seconda delle condizioni di salute ritenute accettabili al momento. Rischia di scomparire l’idea stessa di famiglia e parentela, così come è sempre stata: padre, madre, fratello, sorella, cugina, nonna, zio, sono termini che non riescono più a descrivere i nuovi legami biologici e, al tempo stesso, le norme che regolano filiazione, parentele e cittadinanza cominciano a non essere più adeguate al nuovo quadro antropologico che si sta già delineando. Sullo sfondo, sempre più difficile rispondere alla domanda: chi sono io? Da dove vengo?

Lo stesso annuncio cristiano, in un quadro così profondamente mutato, non è più comprensibile, perché tutto il cristianesimo si basa sulla morale naturale, in particolare sull’analogia del rapporto fecondo tra un uomo e una donna. Proviamo a leggere le scritture, o anche a pregare sostituendo alle parole “padre”, “madre”, “fratello” i nuovi termini “rappresentante legale 1”, “genitore due”, “madre surrogata”, “madre sociale”, e via dicendo. Come spiegare che Dio ha tanto amato il mondo da dare suo figlio, che si è incarnato e è stato partorito dal grembo di donna?  E che Maria è la madre della Chiesa, e di tutti noi?

Se “il mio papà ha la gonna”, come recita il titolo del libro di testo consigliato dai sindacati francesi per le scuole, se è possibile che un bambino cresca senza padre o senza madre perché gli si spiega, mentendo, che è figlio di due femmine o di due maschi, come potrà quel bambino fare esperienza dell’avere un padre e una madre, o anche solo percepire l’idea stessa di padre o di madre? E come potrà a sua volta essere padre, e quella bambina diventare madre? Come si potrà recitare il Padre Nostro che sei nei cieli, se il padre può anche non esistere, nella vita di una persona? E come si potrà fare esperienza di amore materno come gratuità totale e per sempre, se le mamme naturali sono due, diverse dalla terza che ti ha cresciuto, e magari sono state pagate per contribuire a procrearti e non ti vogliono neppure conoscere? E che idea ci può essere di fratellanza, se le generazione è confusa e le origini incerte?

Non stiamo parlando di fantascienza, ma di una realtà che già viviamo, piaccia o meno.

Non si tratta di morale, in questi casi, ma di un quadro antropologico nuovo e sconvolgente, che va affrontato con consapevolezza, senza far confusione.

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