Pakistan. Lo accusa di blasfemia, poi gli spara in tribunale

L’ennesima vittima della legge sulla blasfemia è un ahmadi, ucciso ieri a Peshawar dal suo accusatore musulmano davanti a giudici e polizia

Un musulmano in Pakistan non ha aspettato il verdetto del giudice per “fare giustizia” e difendere l’onore dell’islam. Così ha ucciso in aula, sparandogli a bruciapelo, l’uomo che due anni prima aveva accusato di blasfemia. Non è la prima volta che una persona accusata di avere insultato Maometto o il Corano in Pakistan viene assassinato dentro o nei pressi del tribunale incaricato a giudicarlo.

«SONO IL QUATTORDICESIMO MUJADDID»

L’uomo assassinato, Tahir Shamim Ahmad, era un membro della minoranza islamica ahmadi. Gli ahmadi, che rappresentano circa il 2% della popolazione pakistana, sono un movimento religioso ispirato all’islam sorto alla fine dell’800, il cui fondatore, Mirza Ghulam Ahmad, si riteneva un profeta apparso dopo Maometto. Per questo l’islam sunnita definisce eretico il gruppo e con la complicità delle leggi statali lo perseguita attivamente in Pakistan uccidendone i membri e distruggendo i luoghi religiosi dove si trovano a pregare.

Secondo la denuncia sporta alla polizia di Peshawar nel 2018, Ahmad chiese su Facebook l’amicizia all’uomo che l’avrebbe poi denunciato e assassinato in tribunale, scrivendogli di essere il «quattordicesimo Mujaddid», che nella tradizione musulmana indica il «rinnovatore» della religione che Allah farebbe nascere ogni secolo per il bene dell’Umma. Ahmad incontrò poi il suo contatto per parlargli del suo convincimento e dopo l’appuntamento fu denunciato in base agli articoli 295 A, B e C del codice penale pakistano, che costituiscono l’ossatura della legge sulla blasfemia, per offese deliberate al Corano e a Maometto.

CHI UCCIDE UN BLASFEMO È UN «EROE DELL’ISLAM»

Dopo due anni di carcere, ieri è stato trasferito dalla Prigione centrale di Peshawar al tribunale, in un’area ampiamente controllata da esercito e polizia, per essere giudicato. Durante l’udienza, il suo accusatore si è rivolto direttamente ad Ahmad chiedendogli, secondo la testimonianza al Dawn di un avvocato presente in aula, di recitare la professione di fede islamica. Subito dopo ha tirato fuori una pistola e l’ha ucciso. L’assassino è stato immediatamente arrestato mentre l’uomo accusato di blasfemia, pur trasportato d’urgenza in ospedale, è morto.

Non è la prima volta che in Pakistan un’accusa di blasfemia equivale a una condanna a morte, né che gli accusatori si fanno giustizia da soli senza aspettare il verdetto. Chi uccide un blasfemo, infatti, viene esaltato in Pakistan come un «eroe dell’islam». Ad esempio Mumtaz Qadri, l’assassino del governatore musulmano del Punjab Salman Taseer, colpevole di aver difeso Asia Bibi, è considerato da molti un «eroe nazionale» e a lui è stata anche intitolata una moschea.

L’ABUSO DELLA «LEGGE NERA»

È anche per la facilità con cui gli imputati di blasfemia vengono uccisi che i tribunali pakistani sono restii a giudicare simili casi e tendono a rimandare per anni i verdetti, siano essi di colpevolezza o innocenza. È il caso di Asia Bibi, che ha dovuto aspettare quasi 10 anni prima di veder riconosciuta la sua innocenza, ma anche quello di Shagufta Kausar e il marito Shafqat Emmanuel, la coppia che attende da oltre sei anni il verdetto dopo essere stata oggetto di accuse «ridicole».

Questo ennesimo caso conferma infine quanto la blasfemia sia una “legge nera” strumentalizzata dagli estremisti islamici per colpire le minoranze, tanto i cristiani quanto i musulmani. Fino a quando il governo non si deciderà a cambiarla, continueranno gli abusi e le connivenze che li rendono possibili. È quasi superfluo chiedersi come sia possibile che l’accusatore musulmano sia stato lasciato entrare in un tribunale sorvegliato da polizia ed esercito armato di pistola.

Foto Ansa