«Padre, è possibile redimersi?»

Come fu per Pietro, Zaccheo, l’amica detenuta, Princivalle, la giovane di In-presa e il giovane liceale. Meditazione per il triduo pasquale

Per accostarci ai tre giorni di passione, morte e risurrezione di Cristo, che iniziano con la missa in coena Domini, hanno il loro centro nella vigilia paschalis e culminano nella dominica resurrectionis, vorrei partire dalla ferita che attraversa la vita di ciascuno di noi: il peccato. Solo così, suggerisce l’apostolo Paolo, potremo comprendere il senso della Pasqua pro nobis: «Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). A questo primo punto, ne seguirà un secondo, relativo all’opera redentrice di Cristo. La meditazione pasquale che vi propongo è come una pala d’altare a due ante, la tragica realtà del peccato e il sacrifico redentore di Cristo, in cui accade la grazia del cambiamento.

I. La tragica realtà del peccato

Se guardiamo alle nostre giornate con un briciolo di lealtà, non possiamo fare a meno di rinvenire la dolorosa realtà del peccato, che san Paolo chiama opere della carne, di cui ci offre un primo, iniziale elenco: «Fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere» (Gal 5,19-21).

I rapporti tra noi, anche e talvolta proprio quelli più stretti, sono scalfiti del male, fatto all’altro e subito dall’altro. Il peccato propriamente è la rottura del rapporto con l’altro, che si esprime in tanti modi e forme: il capriccio del bambino, che dice no alla mamma e al papà, la ribellione del giovane, che volta le spalle ai genitori, il tradimento dell’adulto, che infligge dolore alla persona amata, la disobbedienza di Adamo e Eva, che si oppongono al comando del Signore.

Di fronte alla tremenda realtà del peccato, Paolo si domanda se e come l’uomo, proteso al bene ma incline al male, possa essere giusto: «Non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto… C’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio ma il male che non voglio» (Rm 7,15.18-19). Paolo si misura con la drammatica condizione dell’uomo, teso tra bene e male, a cui aveva già dato voce la sapienza classica per bocca del poeta latino Ovidio: «Vedo il meglio e lo approvo ma seguo il peggio [video meliora proboque deteriora sequor]».

Il peccato, perseguito nell’illusione di realizzare la propria libertà, in realtà la incrina perché la tiene lontana dalla verità che le dà vita, come un pesce che decidesse di vivere fuori dall’acqua. Scrive san Paolo: «Il salario del peccato è la morte» (Rm 6,23). L’esito del peccato è la morte, non solo perché l’ineluttabilità della morte e l’inclinazione al male (ciò che la Chiesa chiama concupiscenza) sono entrate nel mondo come conseguenza del peccato originale compiuto dai progenitori, ma anche perché ogni singolo peccato attuale compiuto da ciascun uomo e donna spegne la vita, provoca solitudine e tristezza.

È quanto suggeriscono i primi 11 capitoli del Libro della Genesi, che annunciano il progetto buono di Dio sulla creazione e denunciano la libertà umana che tende ad aderire a un progetto cattivo alternativo: la ribellione alla benevolenza di Dio conduce all’inimicizia tra l’uomo e la donna (Adamo e Eva), tra fratelli (Caino e Abele) e sociale (Torre di Babele): alla comunione coniugale subentra la complicità, nella form del dominio maschile e della seduzione femminile; all’amicizia fraterna subentrano l’invidia e la violenza; alla solidarietà tra gli uomini subentra la sottomissione dispotica.

Di fronte alla tragica realtà del peccato, che inquina e deteriora la vita dell’uomo in tutti i suoi aspetti e relazioni, sorge la domanda che mi sono sentito rivolgere da un’amica detenuta nel Carcere di Rebibbia a Roma: «Padre Alberto, è possibile redimersi?».

II. Il sacrificio redentore di Cristo

Per rispondere a questa domanda vorrei richiamare l’episodio evangelico del rinnegamento di Pietro nella notte del Giovedì Santo e del perdono ricevuto dal Signore. La vita dell’apostolo è come sospesa tra due sguardi: il primo con cui Gesù lo scelse e gli affidò la missione – «Fissando lo sguardo su di lui, disse: tu sei Simone, figlio di Giovanni, ti chiamerai Cefa che vuol dire Pietro» (Gv 1,42) –, il secondo con cui Gesù lo riaccolse dopo il tradimento – «Il Signore voltatosi guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte. E uscito fuori pianse amaramente» (Lc 22,61-62) –.

In quello sguardo misericordioso, Pietro prende coscienza del proprio peccato, ne prova dolore e si pente. Ha scritto sant’Ambrogio: «Coloro che Gesù guarda si mettono a piangere. Pietro negò una prima volta, ma non pianse, perché non lo aveva guardato il Signore; negò una seconda volta: non pianse, perché ancora non lo aveva guardato il Signore. Negò anche una terza: Gesù lo guardò ed egli pianse amaramente. Guardaci, Signore Gesù, affinché sappiamo piangere sul nostro peccato».

Il racconto evangelico e il commento di Ambrogio mi fanno tornare alla mente due episodi: il primo estraneo al contesto pasquale, riguarda Zaccheo, capo dei pubblicani di Gerico. A quell’uomo, che si era arrampicato sul sicomoro per scorgere Gesù attorniato dalla folla, il Signore rivolse il suo sguardo penetrante e portò salvezza nella sua casa (Lc 19,1-10). Ha scritto sant’Agostino: «Zaccheo fu guardato e allora vide [visus est, et vidit], se non fosse stato guardato non lo avrebbe visto, per poter vedere dobbiamo essere guardati, per poter amare dobbiamo essere amati».

Il secondo episodio ha attinenza diretta all’evento pasquale. Si tratta di un fatto avvenuto nel Carcere di Rebibbia in un venerdì di Quaresima di qualche anno fa. Durante la celebrazione della Via Crucis, una donna, che stava proclamando il racconto della Passione del Signore, s’interruppe improvvisamente, scoppiò in lacrime e corse in sacrestia. Al termine della celebrazione la raggiunsi e le domandai cosa fosse successo e lei mi rispose: «Leggere la passione di Gesù nella condizione di dolore che sto attraversando mi ha fatto capire di più ciò che Gesù ha patito per me».

Il cambiamento – ci narra il Vangelo nell’episodio di Pietro e Zaccheo, ci dicono Ambrogio e Agostino e ci testimonia la detenuta – accade sempre per grazia, nell’incontro con uno sguardo misericordioso, che ci com-muove, ci muove a conversione, ci strappa dal nostro male e ci conquista al bene. La misericordia è la carità di Dio, che non soprassiede al male né tantomeno vi si arrende, ma ricrea la giustizia consentendo al peccatore di convertirsi e tornare alla vita.

È questo il senso profondo della quaresima, tempo di conversione in cui la Chiesa dei primi secoli preparava i catecumeni, pagani che si erano aperti alla fede in Cristo, a ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana durante la veglia pasquale.

Il tema del cambiamento, sotteso al percorso quaresimale che culmina nella Pasqua del Signore, è espresso chiaramente nella liturgia ambrosiana, che invita i fedeli a compiere un cammino di conversione fondato sull’iniziativa gratuita di Dio: la prima domenica, delle tentazioni, narra la vittoria di Cristo sulle lusinghe del male; la seconda domenica, della Samaritana, annuncia il dono dell’acqua viva e della rinascita interiore; la terza domenica, di Abramo, dischiude la nuova identità del cristiano come figlio di Abramo nella fede; la quarta domenica, del cieco nato, presenta il tema dell’illuminazione e della vittoria sulla cecità del peccato; la quinta domenica, di Lazzaro, prefigura la vittoria finale sulla morte.

Infine, la Settimana Santa si apre con la figura del servo sofferente di Isaia, che offrì se stesso in espiazione (Is 53,10). In tal senso, l’enigmatica figura del servo è immagine di Cristo che si fa carico dei peccati del mondo per riconciliarci con Dio. Dice l’apostolo Giovanni: «Il Figlio è vittima di espiazione per i nostri peccati» (1 Gv 4,10). A Pasqua Cristo si misura con la torbida realtà del male, provocata dalla ribellione dell’uomo a Dio, che deturpa il mondo e la vita, a cui l’uomo non sa porvi rimedio. Così, in Gesù, Dio stesso si fa carico del male dell’uomo e dischiude per lui la salvezza, come insegna l’apostolo Paolo: «È stato Dio a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe … Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2 Cor 5,19.21). Ha scritto Benedetto XVI a riguardo dell’azione redentrice operata da Cristo: «La realtà del male, dell’ingiustizia, c’è: per colpa nostra. Non può essere semplicemente ignorata, deve essere smaltita. Ora, tuttavia, non è che da un Dio crudele venga richiesto qualcosa di infinito. È proprio il contrario: Dio stesso si pone come luogo di riconciliazione e, nel suo Figlio, prende la sofferenza su di sé».

Per aiutarci a comprendere la riconciliazione operata da Cristo, vorrei richiamare una vicenda tratta dal libro Il mulino del Po, di Riccardo Bacchelli. Nelle ultime pagine del romanzo si racconta di Princivalle, fratello della Berta, che colpisce a morte Orbino, promesso sposo della sorella. Il giovane, dando credito alla falsa accusa secondo cui Orbino aveva sparlato della Berta facendola passare per ragazza dai facili costumi, uccide il futuro cognato, che in punto di morte lo perdona e gli domanda di riferire alla Berta tutto il suo amore per lei. All’udire queste parole, Princivalle decide di confessare il proprio delitto alla sorella e di costituirsi alle autorità, da cui verrà condannato a trent’anni di lavori forzati. Prima di recarsi dalle autorità, il giovane attenderà con la sorella Berta e la madre Cecilia che il cadavere di Orbino riemerga dal fiume, in cui era stato gettato.

Questi alcuni stralci del testo:

«Dovevo crescere per arrivare a questo; era meglio che fossi morto prima, esclamò Princivalle. La tentazione: io ci son caduto. Non mi chiedere perché l’ho fatto. Dopo, l’inferno: più brutto non può essere. Però ha detto che mi perdonava. / Se Princivalle non avesse creduto in Dio, non avrebbe potuto far passare quell’ora nell’attesa dell’arrivo della sorella e della madre. Pregò, ripeteva forte la confessione dei peccati e si batteva forte il petto, non già col gesto bestiale dell’ira disumana, ma in ginocchio, nel rito della contrizione. Chiamava l’aiuto della Madonna, che desse a lui l’aiuto di dirlo alla madre e alla sorella; a loro, d’udire una tal nuova. Il pensiero di sua madre lo straziava e lo consolava, come che la madre nessun dolore ricusa da un figlio, se c’è da dividerlo con lui. / Mamma, diceva Princivalle in ginocchio continuando a confessarsi, ci siamo presi a parole con Orbino, perché ho creduto che avesse tradito la Berta e che ne sparlasse in giro. Abbiamo leticato, abbiamo fatto a pugni; mi è morto, mamma, morto. O mamma, perché mi avete messo al mondo? L’ho ammazzato, mamma. Mettetevi qui in ginocchio con me, domandate a Dio che mi castighi e mi perdoni: ve lo chiedo come ho chiamato la madre di Cristo. / Cecilia gli ubbidì. Non c’è dolore che la madre ricusi di un figlio, e neanche il rimprovero d’averlo partorito: Signore, abbiate pietà di questo figlio e di sua madre; Madonna, pietà di noi! / Berta, la mia sorella, gridò Princivalle prostrato ai suoi piedi con la faccia a terra, io te l’ho ammazzato, quell’uomo, te l’ho ammazzato io, Berta! L’ultima parola è stata di dirti che t’ha voluto bene, lo stesso bene, sempre. Pensa che m’ha perdonato a me, perché te lo dicessi. / Che farai? Domandò la madre con voce ferma. Andrò dai carabinieri rispose il figlio. / Aveva deciso l’espiazione. / Mamma, disse la Berta, adesso che farà? Andrà dai carabinieri a farsi mettere in prigione, a far la penitenza. / Infisso che si fu nel duro ed onesto comprendonio, che dovesse espiare il male commesso, come già del dolore e del pentimento, egli divenne geloso dell’espiazione e della pena. Al giudice inquirente, ai periti, al difensore, ai giurati, Princivalle ripeté sempre: io ho sbagliato, io la sconto. Ebbe trent’anni di lavori forzati. Lettagli la sentenza disse ai giudici e ai giurati: vi ringrazio».

L’episodio, di cui abbiamo letto qualche passaggio, richiama quanto compiuto da Gesù in croce. Dal palo ignominioso della croce il Signore si rivolse al Padre implorando perdono per i suoi aguzzini: «Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Anche Orbino, sul punto di morte, perdonò il suo assassino, Princivalle, che fu mosso a conversione e fu portato a espiare, per come poté, il male compiuto (l’espiazione vicaria di Cristo, di cui Orbino è figura, non è meramente sostitutiva, ma ri-costitutiva del soggetto, che fa fronte, per quanto può, al male compiuto). Nella figura di Orbino riaccade in qualche modo l’evento della croce di Cristo, qui tollit peccata mundi (Gv 1,29), che perdona l’uomo e lo riscatta dal male. È quanto suggerisce la definizione che don Giussani offre della “misericordia [come] giustizia di Dio che ricrea”.

Nel racconto di Bacchelli c’è un altro dato evidente: Princivalle si confessa con Dio e confessa la propria colpa alla madre e alla sorella. Il peccato riguarda il rapporto con Dio ma anche con l’altro, ferito dalle nostre azioni inique. Questo ci aiuta a comprendere il valore del sacramento della riconciliazione, in cui il sacerdote per pura grazia opera in persona Christi capitis e dona al peccatore il perdono che Cristo donò a Pietro e a Zaccheo.

Come attesta la vicenda di Orbino e Princivalle, nel dono, nel perdono dei fratelli e delle sorelle nella fede la croce di Cristo si svela a noi e ci conduce a vita nuova. È quanto testimonia una giovane studentessa di In-presa, che qualche tempo fa ha detto in un incontro pubblico:

«Nel mio percorso ho affrontato un periodo buio della vita … ma non sono qui per parlare di questo, sono qui per raccontarvi di come sono riuscita a rinascere. Qualcuno, nonostante i miei scarsi risultati, ha creduto in me, ha deciso di darmi un’altra possibilità, mi ha fatto capire di essere importante. Da questo sono ripartita … Devo tutto alle persone che mi stanno accanto: gli amici più cari che mi sostengono nei momenti di fragilità, i professori che mi stimolano a dare sempre di più, le persone di GS con cui sto crescendo e maturando settimana dopo settimana. È grazie a loro se oggi ho riscoperto me stessa … Questa scuola mi ha dato un insegnamento che mi porterò per il resto della vita … l’importanza di credere in qualcuno. Per me questa scuola e le persone che ne fanno parte rappresentano una seconda famiglia, rappresentano la mia rinascita!».

Buio e rinascita: queste le parole centrali del racconto della giovane di In-presa. La sua testimonianza ci aiuta comprendere e riconoscere che Cristo, morto e risorto pro nobis, ci raggiunge nella cura che i fratelli e le sorelle nella fede hanno per noi. Nella comunità cristiana, Cristo si fa prossimo a noi per strapparci al nostro buio e farci rinascere.

È quanto suggerisce un altro giovane, di seconda liceo, che qualche giorno fa mi ha inviato questo messaggio:

«Ti volevo chiedere se nelle tue preghiere potevi ricordarti del papà di un alunno di mio padre affetto da coronavirus, che sta molto male. È appeso a un filo. E questo mi fa pensare, perché alla notizia ho chiesto subito quanti anni avesse e se fosse debilitato, e mi è stato risposto che ha solo cinquant’anni e non ha malattie. Io mi sono letteralmente spaventato. Pensare che da un momento all’altro potrebbe succedere a mio padre. Quel padre che mi insegna cos’è la vita e mi fa innamorare follemente della bellezza, è lo stesso padre a cui spesso rispondo male. Non rivederlo più, non stargli vicino e non poterlo toccare, questo mi tormenta. Mi tormenta talmente tanto che non riesco a dormire al solo pensiero di tutto questo inferno. Però in tutto questo inferno si riesce a vedere un filo di bene che c’è. Che sembra non esserci ma c’è. Quel filo è la nostra amicizia».

Quel filo, ho aggiunto io dopo averlo ringraziato (quel giovane amico mi ha infatti aiutato a vivere con speranza la malattia di mio papà, pure malato di coronavirus), è la nostra amicizia perché la compagnia tra noi è segno dell’amicizia di un Altro. Alimentare questa amicizia è responsabilità di ciascuno, tanto più nel tempo presente e a venire, in cui la crisi sanitaria e sociale necessita di luoghi di solidarietà vissuta.

In questi giorni di Pasqua teniamo fisso lo sguardo su Gesù (Eb 12,2), come ci ha suggerito la liturgia ambrosiana nella messa del giorno della Domenica della Palme. Guardiamo a Cristo, facciamoci guardare da Cristo che percorre il cammino di consegna al Padre per la salvezza degli uomini, facendosi solidale con noi peccatori per sottrarci alla schiavitù del peccato e farci rinascere a vita nuova. Domandiamo ch’Egli ci guardi e ci attiri a sé, come fu per Pietro, Zaccheo, l’amica detenuta, Princivalle, la giovane di In-presa e il giovane liceale, per i quali si è realizzato quanto Gesù stesso aveva promesso ai suoi amici nell’imminenza della Pasqua: «Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me» (Gv 12,32). È quanto suggerisce una suggestiva annotazione di H. U. von Balthasar nella Teologia dei tre giorni: «Che la croce sia solidarietà, la chiesa antica l’ha sempre visto nella forma stessa della croce: questa si estende infatti verso tutte le dimensioni del mondo e con le sue braccia vuole abbracciare tutto … La croce è inclusiva già per la sua forma esterna».