Onu, tutti contro l’elezione del ministro ugandese “nemico dei gay”. Cina e Arabia Saudita fanno peggio ma a loro nessuno dice niente

Sam Kutesa sarà eletto oggi presidente dell’Assemblea delle Nazioni Unite. Mezzo mondo si indigna: è un sostenitore della legge anti-omosessuali. Ma sull’ingresso di Riyad e Pechino nel Consiglio per i diritti umani nessuno ha protestato

Che cosa c’è di più indignante, cliccabile e ritwittabile di una bella polemica facile facile contro il ministro degli Esteri ugandese, uomo di fiducia del controverso presidente Yoweri Museveni e sostenitore della ultra-criticata (in primis dalla Chiesa cattolica) legge che criminalizza e sanziona con il carcere gli atti omosessuali? Niente.

PETIZIONE ONLINE. Per questo sta avendo enorme successo la petizione online del giornalista ugandese di stanza a New York Milton Allimadi, che ha chiesto al dipartimento di Stato americano di impedire la nomina del ministro Sam Kutesa (foto a sinistra) a presidente dell’Assemblea generale dell’Onu. L’elezione, che avverrà oggi, è però scontata e inevitabile dal momento che è il candidato designato dall’Unione Africana, alla quale per la rotazione dei continenti spetta l’incarico della presidenza per il prossimo mandato.

SI ACCODANO TUTTI. Secondo il giornalista Allimadi, dare a Kutesa questo ruolo prestigioso «rappresenterebbe un insulto per tutti gli ideali che le Nazioni Unite dovrebbero difendere». La sua petizione è stata subito portata in palmo di mano e sostenuta dai senatori americani Kirsten Gillibrand e Charles Schumer, secondo i quali «sarebbe inquietante vedere il ministro degli Esteri di un paese che ha approvato una legge ingiusta, dura e discriminatoria basata sull’orientamento sessuale presiedere l’Assemblea generale dell’Onu». Al coro degli indignati non poteva mancare un’esperta di Human Rights Watch Africa, che ha fatto sapere in una nota di essere molto «preoccupata».

FORTI CON I DEBOLI. È bello vedere come il meglio del meglio della società, dell’informazione e dell’associazionismo occidentale si schieri compatto per difendere l’integrità e la coerenza dell’Onu, arrivando a giudicare perfino il paese di origine delle persone elette. Peccato che sia sempre la solita storia e che i sostenitori degli «ideali che le Nazioni Unite dovrebbero difendere» si rivelino forti con i deboli e deboli con i forti.
Non si sono visti infatti appelli, petizioni, tweet indignati o campagne stampa per impedire che Cina e Arabia Saudita entrassero nel Consiglio per i diritti umani dell’Onu. Eppure anche in questi due paesi gli omosessuali non vengono trattati bene, anzi: a Riyad, dove vige una rigida interpretazione della sharia, per atti omosessuali si può incorrere anche nella pena di morte, a Pechino invece gli omosessuali non vengono riconosciuti in alcun modo.

DEBOLI CON I FORTI. C’è di più: Cina e Arabia Saudita sono entrambi regimi tra i primi violatori al mondo della libertà religiosa e della libertà di espressione, per non parlare della totale mancanza di diritti riconosciuti ai lavoratori, soprattutto migranti. Eppure quando sono stati chiamati a «rafforzare, promuovere e proteggere i diritti umani nel mondo» all’interno dell’Onu fino al 2016 nessuno ha detto una parola. Tutti si sono invece affrettati a bastonare l’Uganda. La verità è che anche gli «ideali» hanno un prezzo, solo che l’Uganda non ha né i petrodollari degli sceicchi né lo strapotere economico del partito comunista per pagarlo. E l’Occidente, mentre ha ottime ragioni per tenersi buoni Pechino e Riyad, non ne ha a sufficienza per chiudere un occhio con Kampala. Come al solito, forti con i deboli e deboli con i forti.