Omofobia. «La legge avrà conseguenze su tutta la società. E pagheranno per primi donne e bambini»

Intervista al magistrato Domenico Airoma, esperto di istituzioni europee: «Dove regna la logica del “gender”, vige la legge del desiderio più forte. Come in Francia e in Inghilterra»

«Il tentativo di introdurre il reato di “omofobia” e “transfobia” non ha nulla a che vedere con la volontà di tutelare gli omosessuali da qualsiasi violenza». Domenico Airoma, magistrato con una lunga esperienza nelle istituzioni comunitarie, definisce la proposta di legge Scalfarotto-Leone (la cui discussione, ricominciata ieri, è stata rinviata a oggi a causa del mancato accordo sul testo) come un «provvedimento che arriva da lontano», nato da un’idea del diritto che «non ha nulla di liberale, espressione di un relativismo aggressivo, che vuole demolire ogni limite, primo fra tutti il dato naturale». Un pilastro saltato, che però «si può ancora recuperare». Di questo parlerà il magistrato domenica 5 ottobre a Milano, presso l’Auditorium Giovanni Paolo II della Parrocchia Santa Maria Nascente, al convegno “Ideologia del gender, omofobia e unioni civili omosessuali. Un itinerario contro la famiglia”.

Da dove arriva questo nuovo vocabolario giuridico che contiene parole come “genere” o “omofobia”, mai esistite prima?
L’Onu incominciò a parlare di genere, anziché di sesso femminile e maschile, alla Conferenza del Cairo nel 1994 e poi a quella di Pechino. Lì fu scritta l’agenda dell’ideologia di genere, affinché tutti gli Stati mutassero le loro legislazioni, fondandole non più su un dato naturale, ma su un costrutto frutto di un desiderio che non ha rispondenza con la realtà. E il pilastro su cui si basa da sempre l’ordinamento giuridico, dal quale nascono diritti ma anche doveri, è saltato. A cosa pensavano i nostri costituenti quando scrivevano che la famiglia è la società naturale fondata sul matrimonio? Di certo non a formazioni ecologiste. E a cosa facevano riferimento coloro che scrissero l’articolo 12 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, quando avvertirono che «l’uomo e la donna hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia»? Evidentemente all’imprescindibile fondamento naturale.

Come è stato possibile demolire questo fondamento?
Attraverso la lenta ma inesorabile erosione praticata attraverso l’interpretazione dei giudici, soprattutto quelli della Corte europea dei diritti dell’uomo, i quali hanno statuito che quell’articolo potrebbe voler dire che l’uomo e la donna hanno diritto di sposarsi non necessariamente fra loro bensì con chiunque. Poi si sono susseguite varie risoluzioni del Parlamento Europeo nella quali si è incominciato a stabilire che la priorità, l’emergenza comunitaria è l’intronizzazione del “genere” che è chiamato a sostituire il sesso in tutti i testi normativi; il “genere” come sesso desiderato, nulla di statico, quindi: ognuno è ciò che si sente. E il diritto ora deve rincorrere il sentimento, anche se la realtà continua a dire l’opposto.

Che conseguenze ha un tale sovvertimento? Non riguarda, in fondo, solo la percezione soggettiva delle persone?
Non si tratta di questioni circoscrivibili alla dimensione solo individuale. Al contrario, le conseguenze riguardano tutta la società. Non restano relegate al diritto privato, ma toccano quello pubblico; d’altronde il “gender” è un costrutto sociale che, come tale, reclama un riconoscimento pubblico, a partire dal matrimonio e dalla procreazione. Non importa se tutto ciò comporterà degli effetti collaterali spiacevoli (si pensi alle donne sfruttate per dare in affitto il proprio utero alla coppia omosessuale che vuole fortissimamente un figlio); qui si tratta di assecondare il diritto all’autodeterminazione. Gli altri, coloro che non sono così forti da imporre la propria autodeterminazione, soccomberanno; ma pazienza, non si possono assecondare i desideri di tutti. Ecco cosa accade quando il dato naturale è negato: non c’è più limite oggettivo a cui appigliarsi. Al quadro normativo europeo è venuto meno il chiodo.

Ma a furia di ottenere diritti a discapito di tutti, gli omosessuali non rischiamo di ghettizzarsi da soli?
È quello che hanno riconosciuto anche alcuni di loro, contrari alle nozze gay e alle rivendicazioni degli attivisti. È un mondo artificiale, quello verso il quale andiamo. Mi viene in mente una situazione fa film: pensi a cosa succederebbe se dopo una catastrofe rimanesse sulla Terra solo una coppia di  stati due uomini o due donne. Senza banche dello sperma, l’umanità sarebbe finita. Si tratta di prendere atto della realtà, non di combatterla. Chi la combatte alla fine resta solo. È una lotta che genera monadi che pensando di essere libere, ma si fanno terra bruciata intorno.

Solitudine, scontro tra più forti, deboli sempre meno tutelati. È una proiezione catastrofica: non sta esagerando?
Basta guardare cosa sta succedendo in altri Paesi, come l’Inghilterra o la Francia. Dalla legge contro l’omofobia si è passati al matrimonio per tutti. E quindi al figlio per tutti. “Fin quando desiderio non ci separi”. Cosa significa? Che ci vanno di mezzo le donne “affittate e i bambini. Ripeto: non sto parlando di scenari ipotetici. Molte sono le decisioni giudiziarie, nei paesi che riconoscono i matrimoni gay e la maternità surrogata, che devono affrontare i casi in cui la coppia si separi a gravidanza in corso ovvero non voglia più il bambino perché nato con qualche difetto; purtroppo, l’esito è spesso l’eliminazione del più debole, cioè di colui che non è più l’oggetto del desiderio.

Eppure, ribattono i promotori della legge italiana, è necessario proteggere gli omosessuali dalla violenza.
Bisogna uscire dall’equivoco per cui chi è contro questa legge è a favore della violenza. Non è così. Sono contro chiunque discrimini una persona per ciò che fa, pensa o soffre. Ma questa legge squalifica il diritto di chiunque la pensi diversamente, di chiunque avverta che non tutto si può avere, che c’è un limite. Con questa legge Antigone sarebbe ancora inesorabilmente condannata.

Il pensiero maggioritario dice che ciascuno deve poter fare o pensare ciò che vuole, ma nei fatti non va proprio così.
È la contraddizione del relativismo: si può fare e dire tutto, perché è vero solo ciò che sento. Ma se qualcuno osa fare riferimento ai dati della realtà bisogna metterlo fuori gioco. Non a caso, se passasse la legge sull’omofobia, chi pensa che il matrimonio è solo quello naturale potrebbe essere penalmente perseguito per le sue opinioni.

È vero che anche l’Unione Europea sta spingendo per il riconoscimento del matrimonio gay?
Lo fa anche raggirando l’ostacolo della sovranità statale. Per esempio, utilizzando le materie in cui ha competenza legislativa esclusiva o concorrente rispetto agli Stati, come per esempio la circolazione delle persone in ambito comunitario. A breve il Parlamento europeo dovrà discutere la proposta del riconoscimento reciproco dei documenti ufficiali di stato civile. Ciò potrebbe significare che il matrimonio omosessuale di una coppia francese che si trasferisse in Italia o in un altro Stato dell’Unione dovrà essere riconosciuto.

Forse per questo si dice che ormai non c’è più molto da fare, che la legge passerà e dopo sarà la volta del matrimonio omosessuale.
Non è vero. Il fatalismo è comodo, ma ci fa uscire di strada. Non c’è nulla di irreversibile, perché niente ci obbliga a seguire gli altri Paesi. Nemmeno l’Unione Europea. Molti danno rilievo alle sentenze della Corte dei diritti umani, che però non sono vincolanti per i giudici nazionali. Mentre lo sono quelle della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Quest’ultima, ad esempio, ha detto che l’embrione è un essere umano fin dal concepimento, anche se non è stata ascoltata da nessuno. E ha anche ricordato che gli Stati sono liberi di trattare situazioni diverse disciplinandole in modo differente, come nel caso del matrimonio e delle unioni omosessuali, se però situazioni diverse vengono messe sullo stesso piano, la disciplina deve essere la stessa. Ciò significa che non siamo obbligati a mettere sullo stesso piano le unioni gay e quelle fra uomo e donna. Ma se lo facciamo dovremo concedere ad entrambe gli stessi diritti. Cioè dovremmo aprire a quello scenario non proprio rasserenante che altri paesi stanno vivendo. Non si tratta di tornare indietro, si tratta di lanciarsi dal precipizio.