Coltelli a scuola: nessun metal detector può sostituire un educatore

Di Roberto Colombo
20 Gennaio 2026
Dopo l’omicidio dello studente di La Spezia, non possiamo fermarci all'illusione che la violenza si disinneschi con i soli controlli. L’educazione resta un rischio inevitabile: non elimina l'abisso del male, ma apre lo spazio al bene che lo vince
Nella combo, in alto Abanoub Youssef, 19 anni, morto questa sera all'Ospedale S. Andrea; in basso, il ragazzo compagno di scuola fermato con l'accusa di averlo accoltellato all'addome; e l'ingresso dell'istituto professionale Domenico Chiodo a La Spezia dove è avvenuta l’aggressione
Abanoub Youssef, 19 anni, accoltellato da un compagno di scuola a La Spezia (foto Ansa)

L’accoltellamento mortale di uno studente nell’Istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia, per mano di un suo compagno di scuola diciannovenne, ha ferito la coscienza di tutti non meno di quanto la lama fendente ha trafitto il torace di Abanoud. Siamo anche noi lesi esizialmente, perché nel cuore di ciascuno alberga il genuino desiderio della vita, non della morte; quello dell’amicizia, non dell’odio; della pace, non della violenza; del perdono, non della vendetta; quello della felicità, non della sofferenza.

Non siamo fatti per incassare senza dolore un colpo come questo. Anche la frequenza con cui, negli ultimi mesi e giorni, dal mondo ci hanno raggiunto notizie di aspri combattimenti che lasciano sul campo tanti caduti, di famiglie bruciate dal fuoco di guerra e città sventrate dai missili, di bambini falcidiati dalla denutrizione bellica e ospedali distrutti che non possono più curare i malati, di manifestanti uccisi nelle piazze e pene capitali sommarie – anche questo immenso e reiterato dramma umano – non è capace di assuefare il nostro cuore alla violenza che distrugge la vita, alla vendetta che arma la mano, al potere che schiaccia l’altro per affermare sé stesso. No, ci ribelliamo.

L’irriducibile grido della vita

Ci si può adattare a tanti eventi e cambiamenti nel mondo, alcuni inimmaginabili uno o due decenni fa. È la strategia del “coping” fisico, cognitivo ed emotivo che la fisiologia e la psicologia documentano in diverse situazioni individuali e sociali. Diventiamo capaci di convivere con i mutamenti climatici, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, lo stress da studio o da lavoro, le nuove tecniche di comunicazione ed insegnamento, l’intelligenza artificiale, schieramenti geopolitici inediti e le loro conseguenze sociali ed economiche.

Ma non riusciamo a silenziare il grido del nostro cuore inquieto che va alla riscossa dalla nostra apparente nullità, debolezza, confusione o cattiveria. L’evidenza e l’esigenza, l’urgenza che ci fa domandare per tutti quello che chiediamo per noi: il riconoscimento che “io” sono, che “tu” sei, che “noi” ci siamo perché fatti da un Altro non per la morte, ma per la vita. «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per la vita; le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra» (Sap 1, 13-14).

Quanto accaduto nell’Istituto ligure – quel male senza “pietas” che ha fatto alzare il coltello di uno studente contro un ragazzo come lui – qualunque ne sia stato il movente remoto e prossimo, ci inquieta sino alle ossa, scuote dal torpore della coscienza questi giorni in cui da poco sono tornati in aula professori e studenti, fa scrutare i nostri figli con occhi più attenti, carichi di domande e di timori.

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Oltre il detector, il rischio educativo

L’educazione è un rischio, è sempre un rischio perché fa i conti con la libertà dell’altro, e ci chiede di farli con la nostra. Ma senza il rischio dell’educazione, cui è impossibile sfuggire, non vi è presente e non vi sarà futuro per noi e per i ragazzi. Quel che è successo a La Spezia ci richiama tutti – genitori e insegnanti – che oggi la responsabilità educativa, più greve rispetto al passato, è diventata cruciale.

Nessun inasprimento disciplinare, strategia di sorveglianza oculare o elettronica, e richiamo al rispetto delle regole – pur doverosi in alcune circostanze – potrà vicariare una presenza educativa che non si pone in una famiglia, in una scuola o in una comunità. Ed educare significa anzitutto scoprire le domande irriducibili che sono nel cuore dei ragazzi così come nel nostro, dalle quali sempre partire (e ripartire ogni volta, come la prima volta che ti sei seduta ad ascoltare tuo figlio o sei entrato in classe).

Quando si varca la soglia della scuola ogni mattina, più che il “metal detector”, agli insegnati serve il “detector del cuore”, la disposizione a scoprire e lasciarsi provocare e lanciare nell’avventura educativa dalle domande profonde, radicali che i loro allievi nascondono dentro di sé e che urgono, anche solo tentativamente, incipientemente una risposta che essi non possono darsi da soli (e neanche noi). Essa viene da un Altro.

Nel più bel giorno della loro vita, come lo è stato per la nostra. Non sono gli scrupoli per la sicurezza a scuola che eviteranno tragedie come quella di pochi giorni fa e faranno diventare grandi, adulti i nostri studenti. Scrive Albert Camus: «Non è attraverso degli scrupoli che l’uomo diventerà grande; la grandezza viene per grazia di Dio, come un bel giorno» (Taccuini, 1935-1959).

Un ponte per scavalcare l’abisso del male

L’educazione non previene il compimento il male che non vogliamo, ma rende possibile vivere il bene che desideriamo. E dove si afferma, si coltiva il bene, lo spazio del male si restringe sempre di più. Il male inferto non cancella il male ricevuto: lo riproduce, lo perpetua. «Abyssus abyssum invocat» (Sal 42, 8) dice la Bibbia. Il male è un abisso insondabile, per non essere risucchiati dal quale serve un ponte per scavalcarlo. Un ponte che ci trasporta verso il bene, attraverso il bello e il vero che possiamo incontrare nella vita, perché il Bello e il Vero sono venuti per primi incontro a noi quando Dio si è fatto uomo in Gesù di Nazareth.

Neppure l’amicizia che ci lega, l’amore fra una donna e un uomo, l’affetto che unisce figli e genitori, la fraternità in Cristo, impedisce di dover fare i conti con il male che è in noi e nell’altro. Chi ci sta accanto in casa, a scuola, al lavoro, in chiesa, nelle piazze o nella politica può diventarci (o apparire ai nostri occhi) nemico. E accade anche il reciproco: i nemici possiamo essere o sembrare noi. L’ambizione, la competizione, l’invidia della grazia altrui, la voglia di potere, il non saper riconoscere i propri limiti e domandare un aiuto, sono i più potenti catalizzatori dell’inimicizia (talvolta anche mortale) che scoppia.

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Il miracolo di amare il nemico

La questione non è cercare di non farci dei nemici o non risultare nemico di nessuno. Per chi vive intensamente, attivamente, operosamente in mezzo alla gente, è impossibile. Anche Gesù aveva degli avversari, che lo hanno messo in croce. È stato tradito da un amico. Molti lo hanno considerato loro nemico, quelli che allora detenevano il potere religioso e politico.

Il miracolo, la grazia che possiamo solo domandare per noi e per i nostri figli, non è quella di non incontrare chi ci può fare del male, ma di amarlo, vincendo l’odio con la forza dell’amore, non delle armi. Lo straordinario sta qui. Amare chi ci vuole bene riesce a tutti. Un giorno, alla fine del tempo, non sarà questo il nostro merito. «Se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?» (Mt 5, 46-47).

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