«Il futuro del lavoro non dipende dalle macchine ma dalla libertà»

Di Emanuele Boffi
04 Gennaio 2026
Intervista a Maurizio Sacconi sul suo ultimo libro, scritto in collaborazione con Emmanuele Massagli: "Creatività o sottomissione? Nuove officine d’intelligenza e libertà nel lavoro". I rischi e le opportunità dell'Ai, il ruolo del sindacato, le nostre radici greco-giudaico-cristiane
Foto di Garrett Overheul su Unsplash

Sin dal titolo, il nuovo libro di Maurizio Sacconi ed Emmanuele Massagli pone l’aut-aut decisivo nell’approccio all’intelligenza artificiale (Ai). Creatività o sottomissione? Nuove officine d’intelligenza e libertà nel lavoro è un volume di recente pubblicazione e ricco di spunti che cerca di andare al cuore del problema non solo tecnico, ma diremmo “antropologico” della questione. L’ex ministro Sacconi (oggi coordinatore del programma Reinventing Work dell’Istituto Bruno Leoni) e Massagli (presidente della Fondazione Ezio Tarantelli), avvalendosi delle riflessioni emerse nei Seminari di Langa promossi dall’Ibl, sostengono che per quanto riguarda l’Ai il vero rischio che corriamo non è tanto la perdita di posti di lavoro quanto la sottomissione della persona a sistemi tecnici, burocratici e regolatori che eliminano responsabilità, giudizio e iniziativa individuale. In questo scenario, l’Ia potrebbe diventare uno scudo contro il rischio e la discrezionalità, impoverendo il lavoro e frenando l’innovazione.
Ripercorrendo alcuni punti del libro, ne parliamo con Sacconi. 

Nell’introduzione, il professore Fabio Pamolli scrive: «Non basta chiedere più lavoro o meno lavoro, occorre disegnare istituzioni che diano libertà nel lavoro». Questa è una delle tesi centrali del libro. Come le istituzioni possono disegnare tale libertà nel lavoro? E perché la libertà dal lavoro, oggi molto evocata nel dibattito sull’Ai, rischia di essere una falsa promessa?
Il lavoro non è una maledizione, ma un bisogno insopprimibile della persona perché, attraverso di esso, non solo mantiene sé stessa e il proprio nucleo familiare ma anche realizza il proprio potenziale creativo e il proprio desiderio relazionale. Ne consegue che dobbiamo auspicare la libertà non “dal” ma “nel” lavoro.

Maurizio Sacconi Caorle Tempi
L’ex ministro Maurizio Sacconi sul palco della festa di Tempi a Caorle sabato 14 giugno 2025 (foto di Nicola Marchesin – Nuove Tecniche)

D’altro canto, voi notate anche una certa tendenza alla iper-regolamentazione da parte dell’Europa. Cosa devono evitare le istituzioni europee per non soffocare l’evoluzione tecnologica e la competitività della nostra economia?
Le aree geoeconomiche competono anche con le regole. L’Europa, come oggi largamente riconosciamo, ha penalizzato le proprie economie con la sua iper-regolazione, mentre Cina e America non vogliono vincolare la creatività. Ciò non significa indifferenza alla qualità della offerta di Ai ma anzi privilegiare il monitoraggio, le soft laws come la corretta informazione sulle fonti dei contenuti, i codici di autodisciplina. Molto più importante è peraltro capacitare la domanda attraverso la formazione integrale delle persone.

In Italia sono state due le stagioni di «grande e diffuso dinamismo»: tra il 1947 e il 1964 e gli anni Ottanta. Quali sono le lezioni che possiamo trarre da quegli anni?
Determinante fu, nei fatti, la libertà. Meglio se sostenuta, come nel primo dopoguerra, da una larga accettazione dei principi della tradizione cristiana. Così avemmo, attraverso la famiglia, la coniugazione del boom demografico delle persone con quello delle imprese. Proprio ciò che manca oggi prevalendo la paura di assumere responsabilità, di intraprendere e firmare atti pubblici.

Parlando dell’Italia di oggi notate che il nostro Paese ha una buona «resistenza passiva che ci impedisce di affondare ed anzi ci consente di galleggiare dignitosamente». Tuttavia, questa nostra stessa condizione ci impedisce di avere «un colpo d’ala» e di «spiccare il volo». Scrivete anche che per molti in Italia ormai vale la regola che è «meglio non fare che rischiare». Di cosa è figlia questa mentalità e come si può cambiarla?
La paura del fare ha una origine precisa: il trauma di tangentopoli a partire dalla seconda metà del 1992. Il moralismo degli immorali ha creato un clima di illusorio inseguimento della patologia zero che in natura non esiste. Il risultato è stato il persistere, anzi l’incremento delle patologie e una regolazione pesante, tarata sui casi estremi, che inibisce e paralizza. Il prossimo referendum sulla riforma della giustizia può cambiare questo clima superando gli oltre trent’anni di anomalia giudiziaria.

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Israele è «un Paese piccolo che, come noi, ha poche materie prime, ma si è rivelato capace di generare una elevata densità di nuove iniziative imprenditoriali in ambiti come l’agricoltura di precisione, la medicina d’urgenza, la cybersecurity, la gestione dei Big Data; e di attrarre, conseguentemente, ingenti capitali». Cosa potrebbe rendere l’Italia una Start-Up Nation?
Il fatto che lo è già stata nelle due fasi citate. Ancora oggi, l’Italia ha una grande base manifatturiera che può generare nuove applicazioni della Ai grazie alla cultura dei prodotti, dei processi, del mercato. Inoltre, crescerà la domanda pubblica per la difesa, per la salute, per l’istruzione offrendo opportunità di innovazione. La collaborazione tra industria, ricerca, università (Politecnici soprattutto) rappresenterà il modo con cui avviare start up tecnologiche anche in Italia. Come in Israele.

In un passo del libro, scrivete: «Nessuno può competere con l’Ai sotto il profilo delle conoscenze e delle competenze disciplinari: ulteriore ragione per potenziare quelle competenze socio-emotive che non saranno mai nelle disponibilità di una macchina, anche la più generativa, la cui creatività è comunque algoritmica». Cosa sono le «competenze socio-emotive»?
Nel libro parliamo di formazione integrale in quanto coinvolgente la mente, le braccia, il cuore di ogni persona. Ovvero integrando conoscenze teoriche, esperienze pratiche, educazione morale secondo i principi della tradizione cristiana.

In che senso, come scrivete a pagina 116, le «radici greco-giudaico-cristiane possono fornire all’Europa «gli strumenti culturali utili ad evitare il progressivo dominio delle macchine»?
Questa formazione consentirebbe pensiero critico, capacità di discernimento tra il bene e il male. Le macchine sarebbero così ridimensionate ad ausili della decisione umana evitando ogni pericolo di sottomissione.

Vi sono alcune pagine dedicate al ruolo del sindacato, con questo ammonimento: «Non si faccia tentare, il sindacato, dall’eccesso di reazione alla forza distruttrice della tecnologia, emulando in modalità 4.0 il luddismo dei primi decenni del XIX secolo. Proprio la distanza delle “nuove macchine” (che non si trovano nel capannone dove prima lavoravano gli operai, come accadde nel Regno Unito durante la prima rivoluzione industriale) e la spersonalizzazione del loro agire (comandano le persone – e quali – o un algoritmo?) rende ancora più necessaria l’azione più radicalmente sindacale, che è quella della compagnia alla persona nei suoi bisogni sui luoghi (anche virtuali) di lavoro». Cosa si intende per «compagnia alla persona»?
Il sindacato riformista ha accompagnato le persone nella complessa transizione dalle campagne alle fabbriche. Ha fatto in modo che fossero preparate ad evitare i rischi delle macchine pesanti e che fossero remunerate dignitosamente. Questa funzione, al tempo delle produzioni seriali e dei lavori ripetitivi, veniva esercitata in modo massificato o egualitario. Ora, con le tecnologie intelligenti, l’accompagnamento dovrà essere personalizzato affinché ciascun lavoratore sia protagonista nella stessa individuazione degli obiettivi e nel conseguimento dei risultati. Nei nuovi modelli organizzativi orizzontali, vi sarà spazio per la creatività se sostenuta da formazione e diritti partecipativi che un sindacato adattato ai nuovi compiti dovrà promuovere.

Perché avete deciso di trasferire i vostri diritti d’autore alla cooperativa sociale Giotto di Padova?
Il lavoro dei carcerati merita di essere promosso e accompagnato non solo per evitare recidive ma anche per consentire l’espressione del potenziale di ciascuno e una vita attiva utile a sé e agli altri nella stessa detenzione e una volta scontata la pena.

Emanuele Massagli e Maurizio Sacconi, Creatività o sottomissione? Nuove officine d’intelligenza e libertà nel lavoro, Marcianum Press, 152 pp, 15 euro

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