Olivier Rey: «Ecco perché la scienza moderna ha fallito»

«Ambiva a darci la verità sulla natura, ci ha invece allontanati da essa». Intervista al grande matematico e filosofo. «Essere razionali non significa considerare la ragione competente su tutto ma riconoscerne i limiti»

Tutti i saggi che vale veramente la pena di leggere, tutti i libri di saggistica stranieri imperdibili, quelli destinati a diventare un punto di riferimento per chi voglia discutere o approfondire certe questioni, in Italia li si traduce dieci o più anni dopo che sono usciti. Il caso più clamoroso resta quello di Karl Popper, il cui libro politico più importante, La società aperta e i suoi nemici, fu tradotto quasi trent’anni dopo la sua apparizione in inglese. Itinerari dello smarrimento – E se la scienza fosse una grande impresa metafisica? di Olivier Rey, tradotto quest’anno dalle edizioni Ares dieci anni dopo la pubblicazione dell’originale francese (Itinéraire de l’égarement. Du rôle de la science dans l’absurdité contemporaine), è una conferma di quanto sopra detto.

Raramente si potrebbe leggere una critica tanto serrata della scienza moderna, una confutazione così puntuale dei suoi miti, della sua deriva ideologica, un’evidenziazione così lucida delle sue contraddizioni e dei suoi limiti. Ma i lettori italiani che non padroneggiano la lingua di Victor Hugo hanno dovuto attendere quest’anno per leggere brani come il seguente: «Le strutture matematiche che la scienza galileiana comincia a mettere in luce si presentano come la verità del mondo. Esse tuttavia non ne rivelano che lo schema. Nel corso del progresso scientifico, i profumi sono divenuti molecole che si fissano sui recettori sensoriali delle pareti nasali; i colori, un’eccitazione selettiva dei neuroni visivi secondo l’energia dei fotoni incidenti; i suoni, onde elastiche che fanno vibrare le membrane dell’orecchio interno. Profumi che non odorano, colori senza colore, suoni muti, che forse si rispondono attraverso la comune eccitazione di qualche sinapsi all’interno del cervello. La familiarità con il mondo non è massima, è nulla. La ragione è semplice: abitare una casa non è farne una rilevazione precisa, né conoscerne i princìpi di costruzione. È viverci».

Rey è un matematico e un filosofo. È entrato al Cnrs (l’equivalente francese del Cern) nella sezione matematica nel 1989, e nel 2009 è passato a quella filosofica. Scrive di filosofia della scienza da insider della scienza, sa tutto degli algoritmi, delle derivate e del restante “alfabeto matematico del mondo”, molto delle pretese della neurobiologia e della genetica. Padroneggia i dogmi della tecnoscienza perché in essi è cresciuto. Ha insegnato matematica per quindici anni prima di andare a insegnare filosofia all’università Paris 1. Da qui un approccio senza timori reverenziali alle criticità della scienza moderna. Che dalle sue pagine esce come quella grande impresa che aveva promesso agli umani di svelare la verità e invece ha prodotto astrazioni, di assicurare la libertà e invece ha regalato il determinismo assoluto, di promuovere l’autonomia e invece si è diretta verso la soppressione del soggetto mediante la sua oggettivazione, di rendere l’umanità forte e potente con la tecnologia ma che insieme alla potenza ha posto le premesse per l’autodistruzione del pianeta mediante le armi nucleari e chimiche e più in generale l’inquinamento e il degrado ambientale.

La conclusione è spietata: oggi disponiamo di tante più informazioni che in passato, ma non possediamo più conoscenza, siamo più ricchi, longevi e potenti ma non sappiamo più nulla circa il senso della vita. E tutto ciò non avviene per inadeguatezza dello sforzo scientifico o perché la strada del progresso è molto lunga: il problema è l’essenza stessa della scienza moderna. Come ha detto lo stesso Rey presentando il suo libro al Meeting di Rimini: «Quando appare la scienza moderna, un certo numero di persone si entusiasmano: finalmente, con lo studio matematico della natura, si scoprirà il vero metodo per studiare la natura, e dunque per orientarci nella vita! Tuttavia lo studio della natura può contribuire a orientarci nella vita solamente se si riconosce alla natura un valore morale, solamente se questa natura è un cosmo. Ora, per principio la scienza moderna spoglia la natura di ogni valore morale. Essa non si interessa alla natura in quanto tale, ma alle sue strutture matematiche. Le sue strutture possono certo aiutarci a manipolare la natura, ma, per principio, non possono assolutamente dirci niente su ciò che dobbiamo fare. E questo, ripetiamolo, non è dovuto al fatto che la scienza non sarebbe ancora abbastanza sviluppata, ma all’essenza stessa della scienza moderna».

Professor Rey, nel suo libro lei descrive l’itinerario dello smarrimento della scienza moderna. Ma la maggioranza degli europei crede di vederne piuttosto il trionfo: essa è potente e dona la sua potenza agli esseri umani. La gente ha fede nella scienza come un tempo aveva fede in Dio. Perfino la vita eterna oggi è attesa dagli exploit tecnoscientifici. Cosa significa, allora, che la scienza si è smarrita?
La mia critica non riguarda la scienza come tale, ma il posto che è venuta a occupare nel mondo e nel pensiero moderni. Il problema non è la scienza, ma il fatto che tende a captare a suo profitto un certo numero di attese spirituali che per definizione essa è incapace di soddisfare. In Europa l’interesse scientifico per la natura è nato dal fatto che essa era vista come una creazione divina. Lo studio della natura era un modo di rendere grazie al Creatore e di imparare qualcosa su di Lui. Ma poco alla volta la scienza ha assunto la tendenza a rendersi autonoma e a svilupparsi indipendentemente da ogni preoccupazione spirituale. Parlo di smarrimento precisamente perché all’inizio tante energie sono state votate alla scienza proprio perché gli si riconosceva un valore spirituale, ma il modo in cui è stata praticata le ha ritirato questa portata spirituale. 

È grazie alla matematica che comprendiamo tanti eventi dell’universo. Perché lei critica la matematizzazione della natura?
Anche in questo caso, non è la matematizzazione della natura come tale che fa problema, ma il fatto che questo approccio tende a divenire esclusivo e a svalutare in quanto non scientifico ogni altro approccio alla natura. La matematizzazione ci permette di acquisire una quantità di conoscenze che non sarebbero accessibili in altro modo, ma impedisce di accedere ad altre, di un altro ordine, che sono ugualmente molto importanti. La scienza moderna, che ambiva a darci la verità sulla natura, ci ha invece allontanati da essa. Per spiegarmi faccio un paragone: conoscere qualcuno non significa conoscere semplicemente il suo peso, la sua altezza, la sua età e tutte le altre misure, compresi i test cardiaci e della respirazione che si effettuano in laboratorio. Conoscere una persona è un’altra cosa. Come vede, ci sono forme di conoscenza diverse da quella della scienza moderna. 

Giustamente lei dice che la scienza moderna ha disarticolato il soggetto umano e ha distrutto la sua libertà morale e spirituale. L’uomo è diventato la risultante di forze anonime. La scienza moderna ha scambiato la libertà umana col potere. Sembra che alla maggioranza della gente stia bene così.
Sì, c’è questa tendenza a dire che grazie alla scienza e alla tecnica l’uomo diventa sempre più potente. Ma bisogna distinguere fra “l’uomo” e “gli uomini”. La crescente potenza dell’uomo va di pari passo con la crescente impotenza degli uomini. L’espressione “il progresso non si ferma” è diventata angosciante: si ha l’idea di qualcosa di inarrestabile e fuori controllo. Così il rapporto con la scienza è diventato ambiguo: siamo affascinati da tutto ciò che la scienza e la tecnica permettono di realizzare ma allo stesso tempo ci rendiamo conto che ogni singola persona è trascinata da un processo che nessuno riesce a guidare.

Lei distingue molto nettamente fra la scienza antica, che cercava la verità, e la scienza moderna, che apporta solo conoscenze esatte. Auspica un ritorno a una scienza più vicina a quella antica, cioè fondata sulla fede in un ordine cosmico? O più semplicemente vuole rimuovere la scienza dalla posizione in cui si è indebitamente collocata? Ma qual è allora quella giusta?
Credo che si debba anzitutto rimettere la scienza al suo giusto posto, che è certamente quello di una realtà in grado di portarci conoscenze di cui solo essa è capace e di aiutarci a manipolare la realtà. Ma non di dirci quello che dobbiamo fare o di renderci la natura più familiare. In secondo luogo vorrei che a lato di questa scienza esistessero altre pratiche scientifiche, più vicine a quelle del mondo antico, che non siano orientate alla manipolazione della natura ma alla sua conoscenza diretta attraverso un’esperienza diretta.

Nel libro lei cerca di spiegare perché alcuni biologi abbiano così a cuore di dimostrare che l’uomo è solo una macchina neuronale volta a garantire la sopravvivenza dei suoi geni e a quale aspirazione comune rispondono da una parte l’amore-passione e dall’altra la scienza moderna.
Sì, molti biologi moderni e contemporanei si dichiarano monisti, cioè per loro non esiste altro che la materia. In realtà sono dei dualisti accaniti che hanno a tal punto rotto il legame fra lo spirito e la materia che non si rendono conto che ciò che permette loro di dire che tutto è materia è esattamente lo spirito, il loro, completamente esterno alla materia. Nel mondo d’oggi da una parte si sostiene, in base alla visione scientifica, che tutto è determinato, e allo stesso tempo secondo una visione del mondo volontarista si dice che tutto è sottomesso alla volontà. Di fatto, lo scientismo è lo gnosticismo dei nostri tempi. Ma gli antichi gnostici pensavano che lo spirito doveva sfuggire al mondo materiale, che era malvagio, mentre gli gnostici moderni pensano che grazie alla scienza e alla tecnica è possibile sottomettere interamente il mondo materiale alla volontà. Come vede, il determinismo e il volontarismo sono due facce della stessa medaglia. Quanto al terreno comune fra l’amore passionale alla Tristano e Isotta e la scienza moderna, esso consiste in una certa forma di nichilismo: l’abolizione della persona. Nell’amore passionale la persona scompare nella fusione amorosa, nella scienza l’abolizione della persona avviene col suo assorbimento in un funzionamento meccanico. A partire dall’epoca moderna l’amore passionale è considerato come la forma più alta dell’amore. Ma sappiamo che non è così. Già i greci avevano quattro termini diversi per definire quattro tipi diversi di amore, e nella Deus Caritas est Benedetto XVI spiega che eros, la passione amorosa, non va rigettato, ma deve poter aprire ad altre forme di amore. Eros è una via verso agape.

Verso la fine del libro lei scrive che «l’uomo decade nella misura in cui viene meno alla sua vocazione, che è accoglienza del mistero essenziale di ogni cosa, e di se stesso. Il vero progresso è avanzare nel mistero, miglioramento dell’anima». Cosa significa?
Mi riferivo a quello che dice Pascal. Lui scrive che l’ultimo passo della ragione è di riconoscere che ci sono un’infinità di cose che le sfuggono. E dunque essere razionali non significa considerare la ragione competente su tutto. Ma riconoscere che la ragione ha i suoi limiti. Ed è per questo che non c’è opposizione fra ragione e Mistero, fra ragione e fede, perché essere veramente razionali e ragionevoli  significa comprendere che la ragione è sovrana nel suo ordine ma che non lo è in altri ordini.

L’ultimo paragrafo dell’ultimo capitolo s’intitola “Aspettando Godot”, e chiede all’uomo di «fare un passo di lato». Cosa significa?
Viviamo in un mondo che ci dà tantissime libertà, ma abbiamo tendenza a dimenticare che sono libertà molto ridotte: spesso siamo costretti a scegliere solo fra cose dello stesso ordine. Per esempio, quando andiamo al supermercato abbiamo tantissime merci fra le quali scegliere. Ma il fatto di andare al supermercato è diventato un obbligo, non abbiamo altra scelta, se vogliamo acquistare generi alimentari. Dunque l’apparente libertà può andare di pari passo con una forma di assenza di libertà. Il “passo di lato” di cui scrivo consiste nel riproporre la questione della libertà negli ambiti dove non viene più posta.