“Obsoleto e volgare”, ora Harry Potter fa paura anche in università

Di Piero Vietti
18 Dicembre 2025
L'Ateneo di Glasgow avvisa i propri studenti che la saga della Rowling e altri libri per bambini sono offensivi. L'infantilizzazione woke dell'Accademia continua
Celebrazioni a Londra, nella stazione di King's Cross, per i 25 anni dall'uscita di
Celebrazioni a Londra, nella stazione di King's Cross, per i 25 anni dall'uscita di "Harry Potter e la pietra filosofale", il 1° settembre 2022 (foto Ansa)

Prima di pensare che l’ideologia woke abbia smesso di infestare la cultura e i luoghi del sapere, meglio farsi un giro nelle università britanniche. Lì la corrente di pensiero progressista che negli ultimi anni ha plasmato il discorso pubblico decidendo surrettiziamente di cosa si può parlare o meno, e cosa è offensivo o no, in nome della tutela delle minoranze, continua a colpire e diffondersi più di un’influenza stagionale. Uno dei grandi classici del revisionismo soft tipicamente woke è quello di inserire all’inizio di libri o film del passato che trattano temi “sensibili” i cosiddetti trigger warning: si tratta di avvisi a lettori e spettatori che una certa opera tratta in modo “sbagliato” argomenti come la razza o il sesso, oppure contiene espressioni che possono turbare le fragili e traumatizzabili nuove generazioni.

Harry Potter e gli altri offensivi libri per bambini

Il settimanale conservatore britannico Spectator ci informa che il mese scorso all’Università dell’Essex sono comparsi trigger warning che mettevano in guardia gli studenti di Letteratura da “violenza, schiavitù, razzismo e suicidio” in Amleto, Arancia Meccanica e 1984. «Ora la peste si è diffusa anche a Glasgow», scrive l’accademica e scrittrice Joanna Williams. «Gli studenti di questa antica università sono stati avvisati che Harry Potter e la Pietra Filosofale, il primo libro della serie di J.K. Rowling sul giovane mago, contiene “atteggiamenti, insulti e linguaggio obsoleti”». Ma sono stati segnalati come potenzialmente offensivi anche Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll, I Cercatori di Tesori di Edith Nesbit e First Term at Malory Towers di Enid Blyton.

Si tratta di libri per bambini, tanto che prima di chiedersi perché sarebbero offensivi, la domanda da farsi è perché facciano parte di un corso universitario frequentato da studenti ventenni che dovrebbero averli letti quando avevano dieci anni. Sono libri bellissimi che ogni persona dovrebbe leggere alle elementari, ma è proprio qui il punto, come fa notare Hugo Timms su Spiked: «Questo è probabilmente l’aspetto più sconcertante e scoraggiante: i giovani adulti di un’università che ha contribuito a far nascere l’Illuminismo scozzese e che annovera tra i suoi ex studenti Adam Smith, non solo seguono corsi dedicati ai libri per bambini, ma sembrano anche trovare i contenuti dei corsi un po’ troppo impegnativi a livello emotivo».

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Anche una volta ammesso che un corso su tali testi sia necessario, infatti, non si capisce perché e da cosa gli studenti dovrebbero essere messi in guardia: generazioni di bambini sono cresciute indenni su quelle pagine, che hanno stimolato la loro immaginazione e ampliato il loro vocabolario.

La Rowling sotto attacco

«L’idea che i giovani adulti di oggi non riescano a gestire i libri comunemente letti dai bambini nei decenni precedenti ci dice tutto ciò che c’è da sapere sul declino degli standard educativi», chiosa Williams. Che aggiunge: «Blyton è un bersaglio perenne di divieti e avvertenze sui contenuti, e la Rowling è sotto attacco – non per qualcosa che Harry Potter dice o fa, ma per la sua difesa dei diritti delle donne basati sul sesso. Potremmo certamente trovare “atteggiamenti, abusi e linguaggio obsoleti” in questi libri, soprattutto se estendiamo la definizione di “abuso” alle ragazze punite per le feste di mezzanotte e gli scherzi alla padrona francese, o alla camera da letto non convenzionale di Harry nel ripostiglio del sottoscala. Ma gli studenti di oggi sono davvero così sensibili da svenire di fronte a queste storie?».

Non leggere, ma restare vigili contro razzismo e sessismo

Il reale obiettivo di questi avvisi, che formalmente non si chiamano più trigger warning, ma content advisoryies (trigger era troppo offensiva come espressione, forse) è stato svelato da una portavoce dell’Università di Glasgow, che ha spiegato come essi «aiutano gli studenti a prepararsi a una discussione critica. A differenza dei bambini che leggono per piacere, gli studenti universitari analizzano questi testi in profondità, il che può evidenziare atteggiamenti obsoleti su infanzia, razza o genere».

Obsoleti, cioè superati e da superare in nome del progresso: «Agli studenti viene detto in anticipo di non apprezzare questi libri (anche se sono per bambini!), ma di condannarli», commenta Williams sullo Spectator. «Non devono perdersi nel Paese delle Meraviglie o a Hogwarts, ma rimanere sempre vigili contro atteggiamenti e preconcetti sessisti, razzisti o classisti».

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I professori che emettono questi avvisi insomma pongono una domanda – chiedendo ai ragazzi un lavoro di analisi approfondita – e marzullianamente già danno la risposta: “razzismo”. Gli studenti sanno in partenza che quello che stanno per leggere è “obsoleto”, quindi da disapprovare, ed ecco fatta l’analisi del testo. Costringere un lettore ad avvicinarsi a un libro già condizionato dal fatto che quelle pagine contengono sessismo, classismo e altre “cose sbagliate”, è il modo migliore per non farlo amare.

Gli insegnanti che non rischiano sul senso critico degli studenti

L’ondata di puritanesimo woke, che aveva già colpito Shakespeare, I racconti di Canterbury e Peter Pan, per citarne alcuni (Dickens ancora no, scherza amaro Timms, ma solo perché i suoi libri sono troppo lunghi e nessuno li legge più), ora ha messo nel mirino i libri per bambini: inevitabile, «dopo anni di infantilizzazione degli studenti e diffamazione di tutti gli autori degni di essere letti». Ci vuole coraggio a chiamare insegnanti degli adulti che non hanno nessuna stima dei ragazzi tanto da non rischiare neppure di far leggere loro i classici e lasciarli trarre le conclusioni usando il proprio senso critico.

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