Gli ideologi gender contro la scrittrice J.K. Rowling (ancora)

La scrittrice, ideatrice di Harry Potter, ha rifiutato un premio perché la figlia di Bob Kennedy l’ha attaccata per le sue opinioni su sesso e gender

JK Rowling

La Repubblica dello scorso 29 agosto ha dato la notizia dell’ultimo capitolo della saga oramai intrapresa tra la lobby dell’ideologia gender da un lato e la “mamma” di Harry Potter, cioè la scrittrice inglese J.K. Rowling.

La Rowling ha deciso di restituire il premio “Ripple for Hope” conferitole dall’organizzazione Robert Kennedy Human Rights poiché la presidente della suddetta associazione, Kerry Kennedy, figlia di Bob Kennedy, non ha approvato le esternazioni della stessa Rowling la quale ha dichiarato che «se non esistesse un genere sessuale, la realtà odierna delle donne verrebbe cancellata. Amo e rispetto i transessuali, ma cancellare il concetto di genere sessuale impedisce di discutere apertamente le nostre vite».

Il pensiero della Rowling è stato pesantemente criticato dalla Kennedy che subito ha sguainato la sciabola dell’accusa di omofobia e transfobia nei confronti dell’autrice inglese. La Kennedy ha addirittura specificato che «la scienza è chiara e conclusiva, il sesso non è binario».

Su tutta la vicenda possono effettuarsi alcune brevi considerazioni.

In primo luogo, si confermano almeno due dati: il primo è che esiste una compatta conformazione politico-culturale di carattere internazionale che ha fatto dell’ideologia gender il proprio credo e la propria missione; secondo, che chiunque osa discostarsi dall’ortodossia che gli ideologi del gender propugnano viene immediatamente accusato di essere omofobo o transfobico e messo pubblicamente alla gogna.

In secondo luogo, se davvero gli ideologi del gender avessero a cuore soltanto i diritti delle persone e delle minoranze che loro ritengono lesi, non si spingerebbero fino alla lesione degli altrui diritti, tra cui il fondamentale diritto di libertà di pensiero, di coscienza e di parola. Le “censure” pubbliche mosse alla Rawling, infatti, si muovono nella direzione di una ultrattività della semplice difesa delle minoranze, volendo piuttosto correggere il pensiero altrui. Non a caso la stessa Rowling ha ribadito che «nessuna onorificenza, per quanta ammirazione io abbia per la persona che ne porta il nome, può spingermi a calpestare il diritto di seguire la mia coscienza».

In gioco, quindi, ci sono non solo e non tanto i presunti diritti lesi delle minoranze, ma i diritti fondamentali dei sistemi democratici come, appunto, la libertà di pensiero e di coscienza che l’ortodossia genderista vuole limitare e comprimere in ogni modo se si esprimono pensieri non coerenti con la premessa ideologica di base secondo cui il genere prescinde dal sesso.

In terzo luogo, spacciare per scientifico ciò che scientifico non è, è il terzo punto su cui l’intera vicenda dovrebbe far riflettere. Per la Kennedy la scienza avrebbe sancito che il sesso non è binario. La Kennedy, tuttavia, non soltanto non cita le fonti a cui si appella nel nome di cotanta scientificità, ma dimentica che è proprio la scienza, nel caso specifico la biologia, che semmai insegna che proprio il sesso è binario, poiché biologicamente tutte le cellule del corpo umano sono o maschili o femminili. La Kennedy sembra essersi confusa con le sue stesse teorie, perché semmai sono i teorici dell’ideologia gender che pur ritenendo il sesso binario reputano e insegnano che il genere trascende questa binarietà e si scompone nella frastagliata galassia del “genere fluido” oltre il maschile e oltre il femminile.

Insomma, ancora una volta gli ideologi del gender cercano vittime e capri espiatori per affermare prepotentemente e pubblicamente, come in questo caso con la Rowling (che a differenza di precedenti casi sorprendentemente non è ancora stata costretta ad abiurare), e diffondono poche idee e molto confuse sulla sessualità, sulla dimensione umana, sulla scienza e sui fondamenti antropologici della relazionalità con sommo nocumento non soltanto della verità, ma anche della democrazia e dello stesso Stato di diritto.

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