«Obama ha diviso l’America, con Romney ci sarà il cambiamento»

Dal nostro corrispondente a Washington. In Virginia, a 30 km da Washington, si è tenuto il Victor Rally di Romney. Un discorso semplice e pragmatico che ha convinto la gente: «Obama ci ha delusi».

Da Washington. Oggi alla George Mason University di Fairfax in Virginia, a soli 30 km da Washington, si è tenuto il “Victory Rally” di Mitt Romney. Il discorso dello sfidante di Obama è pragmatico, semplice e convincente e a sentirlo sembra che l’America venga sì da quattro anni molto difficili, ma che la ripresa di fiducia sia dietro l’angolo e sia più forte che mai. Romney offre infatti soluzioni e non teorie astratte, ancorché attraenti, e la gente sembra averlo capito.

«OBAMA CI HA DELUSI». Anche se la maggior parte dei sondaggi danno ancora in vantaggio Obama, l’entusiasmo è alle stelle e ad applaudire sventolando bandierine a stelle e strisce e innalzando semplici manifesti elettorali sono diverse migliaia di uomini, donne, bambini, giovani e meno giovani, anziani in coda ordinata e festosa sin dal mattino, sfidando il vento pungente che soffia da nord. Tutti uniti per sostenere Romney perché, come alcuni di loro raccontano  a tempi.it, «è necessario un cambiamento». Sembra strano che uno dei vocaboli-simbolo della campagna di  Obama nel 2008 venga ora ripreso con tanta insistenza dai suoi avversari che vogliono che l’America torni a essere quello che è sempre stata: il paese delle opportunità. Racconta infatti Liam, 30 anni, esperto di relazioni governative per un’associazione di costruttori, che «la situazione non può andare avanti così. Obama ci ha delusi, non è stato in grado di affrontare la crisi economica e il problema della disoccupazione merita una soluzione che solo il rilancio dell’iniziativa privata attraverso la diminuzione delle tasse e della regolamentazione può garantire».

LAVORO E RIPRESA DELL’ECONOMIA. Stesso tono ha Jerry Merida, 61 anni, ex dipendente della marina americana, mamma di 4 figli e  nonna di 10 nipoti che non partecipava a un raduno politico da quando era bambina, in California, e che oggi è qui perché crede fermamente che Romney e Ryan siano gli uomini di cui il Paese ha bisogno «perché hanno le capacità, le conoscenze e il programma adatti per guidare l’America nella giusta direzione. La situazione è terribile» racconta, «le aziende chiudono, i costi assicurativi crescono, il mercato immobiliare è in crisi e le persone sono costrette a vendere la loro casa, mentre i giovani non possono permettersi l’istruzione. E io sono per il cambiamento». Quando nel 2008 aveva votato McCain, Jerry lo aveva fatto a ragion veduta, perché «non ritenevo che Obama avesse esperienza e competenza sufficienti per guidare il paese, ma solo un imponente macchina elettorale alle spalle». Crede inoltre che «il vero problema attuale è quello economico e che attraverso la sua soluzione, con la conseguente ripresa dei posti di lavoro, allora anche altre ferite della società verranno curate perché una persona che ha il lavoro ha anche la speranza di migliorare la propria condizione e di non sentirsi sfiduciato, ai margini della società». «E Obama» continua, «ha persino contribuito ad aggravare alcune situazioni, ad esempio con gli importanti tagli imposti alla difesa che hanno creato migliaia e migliaia di disoccupati con conseguenze devastanti per molte famiglie. E non è vero che Romney non rappresenta la maggioranza degli americani, perché gli americani sono tutti costituzionalmente patriottici».

I DANNI DELL’OBAMACARE. Stesse considerazioni fa Julie, 48 anni, casalinga e mamma di un bambino di tre anni che è qui con lei perché, dice, «voglio che sperimenti l’essere parte della storia». Poi rincara la dose e afferma che la presidenza Obama «è stata deludente e scoraggiante perché la gente desiderava essere più unita e si è ritrovata più divisa». Inoltre, continua Julie, «Obama si è concentrato sulla  riforma sanitaria invece di occuparsi dell’economia e anche se una riforma era necessaria andava fatta in modo diverso e meno radicale in modo da coinvolgere molti più voti anche del partito avversario, ad esempio, riducendo la regolamentazione statale, in particolare l’obbligatorietà dell’assicurazione perché la scelta se assicurarsi o meno deve essere lasciata alla libertà del singolo e non va imposta».

«OBAMA, FONTE DI DIVISIONE». «A differenza di quanto accadde nel 2008 con McCain, oggi qui c’è così tanta gente», spiega Laura, 41 anni, consulente e madre di 3 bambini che sono qui con lei «perché Romney è l’uomo giusto al momento giusto. Infatti ha molta esperienza alle spalle, capisce bene l’economia e i suoi meccanismi, e poi molti oggi sono arrabbiati con Obama che è stato fonte di divisione, al contrario del candidato repubblicano che ha sempre dimostrato di sapere lavorare anche con l’opposizione». Stessa cosa ci dicono Mike e Susan, coppia di quarantenni che ritengono che «quattro anni siano stati sufficienti per Obama per dimostrare di non essere riuscito a cambiare le cose».

MANCANO SOLO GLI AFRO-AMERICANI. C’è anche un vero obamiano deluso, Dimitri, avvocato 46enne di origine greca che è qui con la figlia adolescente e la sua amica del cuore, «perché i giovani vedano di cosa si tratta, così come avevano visto la campagna di Obama nel 2008. Lo avevo votato più per ottimismo che per il pragmatismo» continua Dimitri, «ma sono rimasto delusissimo e temo la perdita di competitività del paese nel mondo e il fatto che il popolo americano sia oggi diviso su tutto: Obama non è stato affatto l’uomo dell’unità, al contrario di quanto aveva promesso di essere». Un popolo edotto, attento e consapevole, quindi, e molto lontano dai ritratti semplicistici e talvolta addirittura grossolani che ne fa la stampa italiana. Un popolo intenzionato a tenere saldo in mano il proprio destino, al di là di qualsiasi ideologia. Se ci sono anche diversi asiatici, oggi mancano gli afro-americani e gli ispanici e c’è da chiedersi il perché della lontananza strutturale di questa nuova, importante fetta dell’elettorato verso un partito che ha portato in palmo di mano personaggi del calibro di Condoleeza Rice, ex segretario di Stato, Clarence Thomas, giudice della Corte Suprema, il generale Colin Powell, anch’egli ex segretario di Stato e l’ex segretario alla Giustizia Alberto Gonzales. Ma ciò nulla toglie a una giornata di festa e speranza grintosa e pacifica in cui l’ America è rappresentata nelle sue aspirazioni più autentiche e universali alla libertà, prosperità e felicità.