C’è una nuova domanda che dobbiamo farci di fronte all’intelligenza artificiale

Di Marco Pecoraro
11 Maggio 2026
Non più «in cosa siamo diversi dall’Ai?», ma: «Che società vogliamo costruire in un mondo in cui l’Ai sarà sempre più efficiente e instancabile?». Le conseguenze su lavoro, educazione, libertà
Un robot umanoide diventa monaco buddhista durante una cerimonia al tempio di Seul
Un robot umanoide diventa monaco buddhista durante una cerimonia al tempio di Seul

Attorno all’intelligenza artificiale si è consolidata una narrazione ricorrente, che attraversa giornali, televisioni, conferenze e discorso pubblico. Si tratta di un racconto che cerca di tracciare confini e di chiarire le differenze tra uomo e macchina, insistendo sulle peculiarità umane: la coscienza, l’intenzionalità, l’esperienza vissuta, la capacità di attribuire significato.

Sono argomenti corretti e condivisibili. Al loro interno, però, si annida un rischio sottile: quello della consolazione. La riduzione dell’Ai a “semplice pappagallo stocastico”, una macchina che rielabora dati senza comprenderli, è diventata una formula sempre più diffusa. Tecnicamente, non è nemmeno sbagliata. Ma culturalmente rischia di funzionare come un anestetico. Come se bastasse ricordare che “non capisce” per sentirsi al sicuro. La sicurezza, però, non deriva dalla natura interna di un sistema, ma dai suoi effetti nel mondo. E gli effetti sono già evidenti.

Il ritardo dell’Italia sull’intelligenza artificiale

Anche per questi messaggi, e non solo per l’evidente gap di conoscenza culturale che episodi recenti – come la “sfortunata” intervista di Walter Veltroni a Claude, l’Ai di Anthropic – hanno mostrato in modo plastico, l’Italia si è progressivamente posizionata in coda all’adozione di queste tecnologie: i dati Istat‑Eurostat del 2025 la collocano al penultimo posto in Europa per utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa.

Riflessioni o ritardi di questo tipo potevano essere giustificati un paio d’anni fa. Oggi appaiono difficili da accettare. L’intelligenza artificiale è già formidabile. E non in senso astratto, ma operativo: è più efficiente, più veloce, spesso più affidabile in una crescente quantità di compiti che fino a pochissimo tempo fa consideravamo distintivamente umani. Non si tratta più di una prospettiva futura. È una realtà in atto, una realtà che poteva non esserci, ma che invece c’è.

Il controllo umano dell’Ai

In questo contesto, anche un altro pilastro del discorso contemporaneo sull’Ai rischia di rivelarsi ambiguo: la filosofia dello “human in the loop”. Si tratta certamente di un approccio necessario, probabilmente il migliore che abbiamo trovato finora per implementare e governare questi sistemi, perché mantiene una responsabilità umana nei processi decisionali e introduce un livello di controllo indispensabile. Non a caso, è di qualche mese fa la decisione dell’Onu di istituire una nuova commissione per il controllo umano dell’Ai: da Nuova Delhi, lo scorso febbraio, il segretario generale António Guterres ricordava che «la scienza informa, ma gli esseri umani decidono. Il nostro obiettivo è rendere il controllo umano una realtà tecnica, non uno slogan».

Ma questa impostazione può trasformarsi a sua volta in una forma di rassicurazione, se non si riconosce una tensione intrinseca: queste tecnologie tendono, per loro natura, a ridurre la necessità dell’intervento umano proprio nei contesti in cui dimostrano maggiore efficacia. Se un sistema è più accurato, più rapido e meno soggetto a errore, la pressione economica, organizzativa e sociale andrà inevitabilmente nella direzione di affidargli sempre più autonomia. È un dato di fatto.

Leggi anche

La nuova domanda che dobbiamo porci

È qui dunque che la domanda deve evolversi. Non è più: «In cosa siamo diversi dall’Ai?», ma piuttosto: «Che società vogliamo costruire in un mondo in cui l’Ai sarà più efficiente e instancabile di noi in quasi tutto ciò che è misurabile?». È una domanda radicale, che tocca ogni dimensione della vita collettiva.

Riguarda, ad esempio, l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Se l’apprendimento tradizionale passa attraverso l’esperienza, l’errore, l’inefficienza e la progressiva acquisizione di competenze, quale spazio rimane quando molte di queste competenze sono immediatamente disponibili, e spesso meglio eseguite da una macchina? E quali responsabilità ricadono, in questo scenario, sulle aziende?

Riguarda l’educazione. Se l’accesso alla conoscenza non è più il problema centrale, e lo diventano invece la formazione del giudizio, del senso critico e della responsabilità, allora il compito educativo come deve evolversi?

Intelligenza artificiale, libertà e democrazia

Riguarda infine la difesa della libertà e della democrazia, in un contesto in cui strumenti potentissimi di analisi, previsione e influenza sono concentrati nelle mani di pochi attori. Non è una questione teorica: alcune grandi aziende tecnologiche stanno già provando a fornire la loro prospettiva sotto forma di manifesti valoriali.

Palantir Technologies, ad esempio, ha pubblicato un controverso manifesto in 22 punti in cui rivendica esplicitamente una visione del mondo fondata su sicurezza, difesa dell’Occidente e centralità della tecnologia come strumento di potere strategico. Più del contenuto specifico, ciò che merita attenzione è il fatto che visioni di società, capaci di toccare temi politici, etici e culturali, vengano elaborate e proposte da soggetti privati guidati da logiche che non coincidono con il bene comune. Vale la pena chiedersi se sia opportuno che siano le aziende tecnologiche a definire l’orizzonte della nostra convivenza. La storia suggerisce cautela.

Peter Thiel
L’imprenditore Peter Thiel, fondatore (tra le altre cose) di PayPal e Palantir Technologies, a un convegno sulla tecnologia a Scottsdale, Arizona, nel 2022 (foto Gage Skidmore/Flickr)

Il punto non è difendere spazi residuali di umanità

Non è mai stata la sola superiorità tecnica a generare grandezza umana. Se così fosse, epoche meno avanzate della nostra, e infinitamente meno dotate di strumenti rispetto all’intelligenza artificiale, non avrebbero prodotto, solo per citarne alcune, figure come Dante Alighieri, Michelangelo, Leonardo, ma anche Galileo Galilei, Beethoven, Mozart o Leopardi. Eppure, di fronte alle loro opere, continuiamo a provare stupore. Perché? Non certo per una superiorità tecnica nel senso contemporaneo del termine. Ma per una profondità di sguardo, una capacità di interrogare il reale, una tensione verso il significato messe al servizio del loro talento e che eccede qualsiasi strumento.

È qui che si gioca la partita decisiva. Se l’Ai è destinata, ed è già evidente che lo sia, a eccellere in una vasta gamma di attività, allora la questione non è difendere spazi residuali di competenza umana, né rifugiarsi in definizioni rassicuranti della nostra “unicità”. La questione è comprendere quali condizioni sociali, culturali e educative possano permettere all’umano di emergere in modo nuovo: non contro la tecnologia, non nonostante la tecnologia, ma in un rapporto con essa più esigente e più libero.

Leggi anche

C’è spazio per i nuovi Michelangelo e Beethoven?

Costruire una società in cui l’intelligenza artificiale sia diffusa, potente e pervasiva, e in cui, allo stesso tempo, possano emergere nuovi “Michelangelo”, nuovi “Dante”, nuovi “Leonardo”, nuovi “Beethoven”, non è un’utopia romantica: è una sfida concreta, perché l’uomo è sempre lo stesso. È una sfida che implica ripensare il valore del lavoro oltre la sola produttività, ridefinire l’educazione come formazione integrale della persona e non come semplice trasmissione di competenze, e rivendicare uno spazio pubblico in cui le decisioni fondamentali non siano delegate implicitamente a chi controlla la tecnologia.

La domanda di fondo, in fin dei conti, è antica anche se oggi sembra assumere una forma inedita: che cosa rende una società capace di esaltare chi siamo e il nostro desiderio di bene? L’intelligenza artificiale non può rispondere a questa domanda. Ma può rendere impossibile ignorarla.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.