Non è soltanto calcio
Kylian Mbappé non stringe la mano ai giocatori del Paraguay dopo la partita del Mondiale. Immediatamente scoppiano le polemiche che diventano un vero e proprio conflitto diplomatico tra il nostro paese e la Francia. Solo pochi giorni fa il presidente paraguaiano aveva dichiarato festa nazionale perché avevamo battuto la potente squadra tedesca.
Ci sono giorni in cui ci sentiamo peggiori, con la tentazione di lasciarci tutto alle spalle; in altri, ci concediamo una possibilità, rinasciamo e ci sentiamo invincibili. «Una squadra ultradifensiva, con scarso potenziale offensivo», possiamo dirlo anche di noi stessi. «I rigori sono pura fortuna», come la vita. «Ci alleniamo sulla terra rossa, non in lussuosi centri sportivi», diceva il poeta che è il nostro allenatore, sottolineando il sacrificio del giocatore paraguaiano.
Quante storie, quante voci. In appena quindici giorni, la percezione cambia continuamente sullo stesso fatto. C’è una verità che resta: non è più solo calcio… c’è qualcosa di più profondo.
Feste scatenate, festa nazionale… chiamiamolo come vogliamo, ma esiste qualcosa di invisibile che ci spinge.
Fino a ieri, l’unica cosa che mi colpiva del Paraguay, per quanto riguarda le folle, era il pellegrinaggio a Caacupé. Quello che è successo dopo la partita contro la Germania è stato diverso, ma in fondo uguale: una passione, che non è il calcio, quella che ci unisce e ci identifica.
Quando emerge l’essenza dell’essere umano, non troviamo né ordine morale né etico; l’essenziale sgorga dal profondo e si impone.
Quando un popolo festeggia, è segno che è stato fatto bene, profondamente bene. Perché ciò che ci esalta, ciò che è umano, è quello che ci permette di riconoscere quell’aspetto ontologico che ci definisce, quell’esigenza inalienabile chiamata felicità. Come lo sappiamo? Perché quando accade, tutti lo riconosciamo.
Possiamo essere esagerati, possiamo analizzarlo dal punto di vista della sociologia, dell’antropologia e da tutte le prospettive “logiche”, ma quando qualcosa tocca il cuore, la vita si accende e proviamo qualcosa di enorme, irripetibile, una specie di “coincidenza” tra la tua vita e la mia. Un’unità che non nasce da norme, né da regole, né da codici, ma solo da uno stesso evento.
Questo è quello che è successo: l’incontro tra l’ontologico e il destino, ciò che è fuori da noi. Lo scontro tra ciò che desideri e la certezza che sì, esiste davvero.
Non esiste ideale più grande della felicità, e ciò che ci ha regalato il calcio ieri ci ha permesso di confermare, insieme, che è vero.
Non è stato solo calcio, è stata la conferma che siamo fatti bene. Abbracci, clacson delle auto, sguardi complici con sconosciuti, tutti di fronte allo stesso evento. Sì, la felicità che desideriamo è lì, e ieri ne abbiamo avuto una piccola dimostrazione. Ma cosa la definisce?
Il primo dato: il sacrificio di pochi, capaci di rischiare tutto per uno sport, ci dimostra che senza impegno non c’è vittoria. L’anticamera della felicità è il sacrificio. Chi vive così, uno o pochi, può raggiungere traguardi enormi per un intero popolo. Tornando alla routine, al lavoro o alla famiglia dopo i festeggiamenti, questo non va dimenticato: la vita richiede sacrificio.
Secondo, qualcuno ci ha creati così e, facendolo, ci chiama alla stessa cosa, anche nella nostra diversità. Proprio come esistono stili di gioco differenti, possesso palla, modi di attaccare e difendere, ci sono altri metodi, forse più duri, dove si corre di più, dove lo scopo sembra sproporzionato, ultradifensivi o con poco attacco, ma è sempre calcio, è sempre degno. È un percorso diverso che identifica la nostra nazionale (e forse il nostro paese, quelli che vivono con noi, con cui condividiamo il lavoro): strade diverse, un solo obiettivo.
Quanta necessità di essere felici! Di verificare oggi, non domani né dopodomani, che è davvero possibile vivere così. Magari questi momenti — perché, in fondo, sono solo momenti, non vinciamo sempre e lo sappiamo bene, non per il calcio ma per la nostra stessa vita — momenti che ci spingano ad amare di più quel destino, che è anche il destino dell’altro, più che noi stessi. Immagina di guardare così tuo marito, tua moglie, tuo padre, tua madre, i tuoi figli. Amarli perché desiderano la stessa cosa che tu, perché ne hanno bisogno quanto te: quanto sarebbe diversa la vita! La consapevolezza di essere felici è la consapevolezza di essere salvati.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!