L’Ai viaggia sempre più veloce. Riusciamo a starle dietro?
Lo sviluppo dell’Ai viaggia veloce, al punto da rendere difficile, anche agli addetti ai lavori, comprendere e interpretare nella giusta luce ciò che avviene. Non c’è il tempo di sedimentare le novità, di osservarne l’impatto e quindi c’è la corsa a riportare notizie, commentare, sviluppando una certa frenesia che a volte rischia di creare confusione e timore su elementi su cui siamo impotenti e disimpegno riguardo a ciò su cui invece possiamo fare qualcosa. Proviamo a fare il punto della situazione.
Sei un Mythos… per chi?
È di pochi giorni fa la notizia che Anthropic – società di Ai la cui quotazione vale 380 miliardi di dollari, la metà di OpenAi e fondata dai fratelli Amodei, italo-americani fuoriusciti della prima ora da OpenAi, mamma di ChatGpt – ha sviluppato Mythos, un modello di Ai talmente potente che sarebbe in grado di individuare falle nei sistemi operativi di mezzo mondo. Allarmata, la società ha deciso di non rilasciare il modello per i suoi utenti consumer, ma di metterlo sotto embargo, riservandolo a una stretta cerchia di aziende, chiedendo loro di usarlo per risolvere i bug di sicurezza. Una sorta di “prevenire è meglio che curare” a livello di business.
Non sappiamo più di così, ma se confermata sarebbe un’evidenza che Amodei sta dando corpo all’approccio morale della società che, visti anche i fatti del Pentagono, si è da sempre autoimposta dei princìpi etici e morali (furbi, tra l’altro, visto che l’uso responsabile dell’Ai ha un certo effetto positivo sul brand Anthropic…). Siamo di fronte quindi a un modello che sulla capacità di scrivere codice apre strade non battute, esponendo la sicurezza dei sistemi che governano i servizi che usiamo tutti i giorni, e questo è certamente un rischio. Staremo a vedere.
Ma noi stamattina, mentre viaggiamo in metropolitana, non possiamo fare niente per questo…
E noi europei?
Ho avuto modo di dire più volte che un tema cruciale è lo sviluppo di uno o più modelli di Ai europei e che su questo siamo incredibilmente in ritardo (forse non più colmabile, chissà). Il test è semplice: se con l’avvento dell’auto noi europei avessimo investito solo in regolamentazione, oggi guideremmo tutte Cadillac. Invece abbiamo una nostra “cultura” dell’auto. Con l’Ai non l’abbiamo, infatti usiamo tutti modelli d’oltreoceano o asiatici.
È un problema culturale (perché i modelli esprimono e rappresentano la cultura dai cui dati sono tratti e di coloro che li hanno addestrati) e perché se l’Ai diventa una commodity nelle aziende, allora rimanere senza è equivalente al restare senza energia, gas o acqua: difficile poi per un presidente del Consiglio volare in un paese estero e fare accordi con chi quelle risorse le ha in abbondanza, perché l’Ai non si trova nel sottosuolo. Né sgorga da una montagna. L’A9 non la puoi cercare, la devi sviluppare. Ci vogliono soldi, tempo e talenti, questi ultimi più rari dei primi.
L’Europa prova a reagire
L’Europa sta provando a reagire, sul tema modelli c’è infatti EuroLlm, a cui si affianca OpenEuroLlm – un consorzio paneuropeo che punta a un obiettivo simile ma è ancora in fase di sviluppo. Progetti lodevoli, con risorse però incomparabili rispetto ai competitor. Un modello da 22 miliardi di parametri, nel 2026, è un modello “piccolo” (Claude, Gpt e Gemini si stimano nell’ordine delle centinaia di miliardi di parametri), i grandi lab non li pubblicano più, ma il gap di scala è comunque di almeno un ordine di grandezza. È come se l’Europa rispondesse alla corsa spaziale costruendo un ottimo aliante. Funziona, vola, ma non entra in orbita.
Un miliardo di dollari per Ami
Nel frattempo, in un’altra galassia, Yann LeCun (uno dei padrini dell’Ai) ha deciso di lasciare la direzione della ricerca in Meta (Facebook) perché convinto che la strada verso l’Ai generale (quella che dovrebbe “comprendere” il mondo oltre a risolvere problemi) non passi dalla tecnologia attuale e che bisogna investire in una nuova ricerca, che produca una nuova tecnologia a medio e lungo termine: linea impossibile da seguire per le big tech che ora devono monetizzare miliardi di investimenti sull’attuale tecnologia. Ha quindi cofondato Ami (Advanced Machine Intelligence), di cui ora è chairman, e ha ottenuto un round di investimento di 1,03 miliardi di dollari.
Mai un’azienda europea ha raccolto così tanto per un progetto che esiste solo sulla carta e nella mente del suo padrino. Per dare un’idea della proporzione, gli investimenti totali di Ferrari nel 2025 sono stati pari a 950 milioni di euro – praticamente la stessa cifra raccolta da Leun per un’azienda con 12 dipendenti e zero prodotti. Ma Ferrari fattura 7 miliardi, ha 80 anni di storia e produce le auto più desiderate al mondo. Speriamo si riveli un buon investimento per i fondi europei che hanno investito (nessuna istituzione ha investito…). Ma questa è una scommessa, non è una strategia.
Ma noi stamattina, mentre viaggiamo in metropolitana, non possiamo fare niente per questo…

L’Ai e i cristiani
Nello scenario degli Stati Uniti, la fede è tornata di moda. Saranno le benedizioni ovali a mani giunte o i “truthini” presidenziali a sfondo profetico, sta di fatto che la spiritualità è diventata un asset da sfruttare. Un recente articolo apparso sul Washington Post ha raccontato che Anthropic a fine marzo ha invitato nella propria sede di San Francisco una quindicina di leader cristiani (sacerdoti cattolici, teologi protestanti, accademici, gente che di mestiere si occupa di anime, non di algoritmi), una due giorni di lavoro insieme ai ricercatori dell’azienda.
A tema c’era come dare a Claude – il loro chatbot – una formazione morale, cosa che i nerd della Silicon Valley non sapevano come affrontare. Come dovrebbe rispondere Claude ingaggiato per gestire un lutto? Come ad adolescenti che manifestano pensieri autolesionistici? In sintesi: Claude ha imparato a risolvere problemi e svolgere attività, ma non sa come affrontare le questioni della vita. Benvenuto nel club, Claude.
La gente userà sempre più l’Ai come surrogato dell’amicizia, per questo, un’azienda tecnologica da 380 miliardi di dollari, guidata da ingegneri cresciuti nell’altruismo efficace – movimento laico e razionalista per eccellenza –, ha deciso di formare i suoi modelli sull’elemento spirituale e religioso. Non è un dettaglio. È un segnale.
Ma noi stamattina, mentre viaggiamo in metropolitana, non possiamo fare niente per questo…
L’Ai e l’amicizia
I modelli di compagnia personale – cioè modelli che si propongono di intrattenere e “farci compagnia” – prenderanno sempre più piede, soprattutto tra gli adolescenti, ed è qui il vero tema su cui porre attenzione ed energie: un’Ai che ti asseconda sempre, che non contraddice il tuo pensiero, che asseconda il tuo umore, che coltiva per definizione i tuoi interessi e che, ultimamente, elimina la frustrazione di non essere compresi o considerati in una dinamica di gruppo: un’Ai “amica”.
Ma noi stamattina, in metropolitana, non possiamo fare niente per questo… o forse sì?
Credo che questo sia il tema più delicato, più impattante (ben oltre i fiumi di dollari in gioco, ben oltre la prospettiva che l’Ai ci “rubi” il lavoro, ben oltre il tema dell’uso strategico o geopolitico dell’Ai). È impattante perché l’educazione richiede – da sempre – una proposta, e per fare una proposta uno deve averla per sé. Troppo spesso sentiamo dire che il tema è “vietare” o “impostare una giusta età di accesso ai social e ai servizi digitali”, ma la domanda è: cosa proponiamo ai nostri figli “mentre” diciamo i nostri giusti “no” e attendiamo che questa soglia arrivi? Il solo vietare, infatti, non è una proposta, è la base su cui una proposta si costruisce, perché se non la facciamo noi, la farà il mondo per noi.
L’età adatta per andare in bici e usare l’Ai
Mi piace dirlo con un esempio: se dobbiamo insegnare a un bambino ad andare in bici, non diciamo: “Ora hai l’età giusta, ecco la bici. Prova e schiantati finché non impari e trovi il tuo equilibrio”. Non facciamo così. Aspettiamo che abbia l’età adatta e poi proponiamo un metodo: metti il piede così, ti metto una rotella, poi ne togliamo una… Lui magari ha paura, le rotelle vuole tenerle entrambe, ma noi gli diciamo di fidarsi, che ci siamo noi a sorreggerlo se cade.
Ora, uno potrebbe pensare che quindi il tema sia esclusivamente di diventare esperti o edotti sul tema Ai e social; tuttavia, io credo che la “bicicletta” non identifichi i social, ma l’amicizia; non identifichi ChatGpt, ma lo studio. Cioè: la proposta di metodo che dobbiamo dare ai nostri figli non riguarda l’uso dell’Ai, bensì ciò che l’Ai intende surrogare o intermediare.
Sull’amicizia che intende surrogare: creare e favorire spazi di amicizia autentica, affinché i nostri figli imparino che l’amicizia è fatta anche di frustrazioni e di fatiche, condizioni inevitabili, e vivranno esperienze che diventeranno criterio, cioè anticorpi che si attiveranno quando qualcosa prometterà loro di meno. Sullo studio: favorire luoghi e rapporti in cui si faccia esperienza che il sapere non è un travaso di conoscenza, ma un rapporto in cui uno scopre se stesso, i propri talenti, i propri desideri e conosca di più se stesso, cosa che l’Ai disintermedia ponendosi come interlocutore unico al sapere, e potremmo andare avanti così per tante e tante cose.
Ecco, questo è l’impatto che è a portata di tutti noi, un impatto che non è economico, che non richiede di sedere nei luoghi di potere o di decisione, che non richiede un sapere tecnico, che non richiede di ricoprire posizioni apicali.
Che non ci disimpegna perché noi possiamo fare poco, ma che invece parte dal nostro poco, certi che vale moltissimo.
Ma noi domattina, in metropolitana, ci ricorderemo che abbiamo una responsabilità così?
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Fabio Mercorio, autore di questo articolo, è professore di Ai e Data Analytics presso l’Università di Milano Bicocca
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