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«Non ci sarà pace a Gaza finché regnerà Hamas»

Di Leone Grotti
14 Settembre 2026
Parla Moumen al-Natour, avvocato palestinese oppositore dei terroristi che governano la Striscia, torturato più di venti volte e costretto a nascondersi in Italia per non essere ammazzato. «Per mettere fine alla guerra con Israele dobbiamo liberarci di questa tirannia»
Il funerale celebrato il 4 agosto scorso per alcune delle vittime palestinesi ritrovate sotto le macerie di Gaza City dove erano rimaste sepolte dai primi bombardamenti israeliani seguiti agli attentati di Hamas del 7 ottobre 2023
Il funerale celebrato il 4 agosto scorso per alcune delle vittime palestinesi ritrovate sotto le macerie di Gaza City dove erano rimaste sepolte dai primi bombardamenti israeliani seguiti agli attentati di Hamas del 7 ottobre 2023 (foto Ansa)

«Come ho fatto a sopravvivere? Non ne ho la minima idea». Qualunque palestinese costretto negli ultimi tre anni a fuggire da una parte all’altra della Striscia di Gaza dalla guerra tra Israele e Hamas, con il suo terribile bilancio di sangue, potrebbe ripetere le stesse parole di Moumen al-Natour. Ma sulla bocca del giovane avvocato palestinese, nato a Gaza City 31 anni fa, il termine “sopravvivenza” assume un significato diverso: difendere i diritti umani nel feudo di Hamas è un mestiere ingrato e Al-Natour, prima che da Israele, ha sempre dovuto fuggire dalla feroce rappresaglia dei terroristi islamici.

«Chiunque si opponga al regime viene considerato da Hamas come un traditore, una spia di Israele. Purtroppo, ho imparato a mie spese che anche tanti occidentali pensano la stessa cosa», dichiara a Tempi Al-Natour davanti a una tazzina di caffè in un bar italiano. Insieme alla madre, sei fratelli e un nipotino, l’avvocato è stato accolto dal nostro paese come perseguitato politico nell’ottobre 2025, al termine di un’odissea che ha poco da invidiare a quella omerica. Ma anche in Italia l’avvocato riceve minacce da Hamas e per questo non è possibile rivelare dove abita insieme alla sua famiglia. «Sono grato al vostro paese che mi ha accolto», premette subito. «Io però vorrei tornare a Gaza, anche se so che fino a quando Hamas resterà al potere non sarà possibile: sono sulla loro lista nera e mi ucciderebbero».

Moumen al-Natour a Gaza City prima di fuggire in Italia
Moumen al-Natour a Gaza City prima di fuggire in Italia (foto Tempi)

I nemici della convivenza

Perché il movimento terroristico che ha preso il potere nella Striscia con la forza nel giugno 2007 si dà tanta pena per braccare e uccidere un semplice avvocato? «Negli anni sono stato arrestato e torturato da Hamas più di 20 volte. A Gaza viviamo sotto un regime e questa è la sorte che attende tutti quelli che non si allineano o osano protestare». Di critiche Al-Natour ne ha sempre avanzate tante perché «sono un po’ pazzo». E non si è limitato a condividerle con la sua cerchia di amici o professionisti: negli anni a Gaza ha organizzato movimenti e manifestazioni di piazza, arrivando a scrivere appelli pubblicati da giornali come Washington Post e Wall Street Journal. Il succo dei suoi articoli è sempre lo stesso: «Sono convinto che palestinesi e israeliani possano vivere insieme in pace. Ma a Gaza abbiamo bisogno di liberarci dalla tirannia di Hamas».

Fin da quando Al-Natour ha iniziato a studiare e si è poi laureato in Giurisprudenza nel 2016 presso l’Università della Palestina, ha sognato di diventare procuratore. Ma si è presto accorto che non era possibile. «Per ottenere un qualsiasi lavoro governativo nella Striscia di Gaza bisogna diventare membri di Hamas», spiega l’avvocato. «Devi andare in una delle moschee controllate dai terroristi e ottenere dall’emiro la tazkiyah, l’approvazione. Io non ho mai voluto farlo, perché non voglio diventare uno di loro».

Per questo nel biennio 2017-2018 Al-Natour ha intrapreso la carriera di avvocato, diventando però negli anni sempre più insofferente alle angherie dei terroristi. «Nella Striscia ci sono tanti giovani, molti laureati che vogliono lavorare, ma la disoccupazione è altissima. Quel poco che abbiamo, dobbiamo versarlo in tasse su acqua, elettricità, gas. Hamas ha sempre lucrato sui palestinesi, facendo entrare beni a prezzi stracciati nella Striscia per poi rivenderli a cifre esorbitanti». Un esempio? «Prendiamo le sigarette: Hamas importava un pacchetto a 1,5 shekel [meno di 50 centesimi di euro, nda] e ce lo rivendeva a 22 shekel [6,30 euro]. Solo così guadagnava 100 milioni di dollari al mese». Il fiume dei finanziamenti nella Striscia non si è mai seccato: «Hamas ha sempre guadagnato una fortuna, senza contare i 30 milioni di dollari che – con il consenso israeliano – il Qatar faceva pervenire nella Striscia». E dove sono finiti tutti questi soldi? «Mentre noi palestinesi facevamo la fame, Hamas costruiva tunnel e armi. Perché loro vogliono una sola cosa: la guerra».

Il controllo del gruppo terroristico su ogni aspetto della vita dei palestinesi è assoluto. Al-Natour e la sua famiglia hanno sempre vissuto nel campo profughi di Al-Shati, affacciato sul Mar Mediterraneo, costruito nel 1948 per i palestinesi cacciati dalle loro case in seguito alla nascita dello Stato di Israele. «Io e i miei fratelli abitavamo nella casa che mio padre ha tirato su con le sue mani», ricorda l’avvocato. «Io però volevo costruirne una tutta per me. E volevo anche comprare un’automobile. Ma solo i membri di Hamas hanno accesso a questi privilegi».

marcia di protesta contro Hamas a Beit Lahia, Striscia di Gaza, 26 marzo 2025
marcia
di protesta contro Hamas a Beit Lahia, Striscia di Gaza,
26 marzo 2025 (foto Ansa)

La religione monopolizzata

Perfino la religione nella Striscia è monopolizzata dal gruppo terroristico. «Hamas concepisce le moschee come strumento di controllo della popolazione. Per questo ne ha sempre costruite tantissime: ne avevamo più di mille prima della guerra, in un territorio di appena 360 chilometri quadrati. E per diventare membro di Hamas, sei obbligato ad andare in moschea cinque volte al giorno. Anch’io sono musulmano, ma nessuno può ordinarmi quando pregare».

Un giorno, nel 2019, stanco di vedere la sua gente che soffriva, Al-Natour decise di distribuire da mangiare durante il mese di Ramadan alle tante donne che chiedevano l’elemosina. Il giorno successivo alla consegna del primo pasto, il telefono di Al-Natour squillò: la sicurezza interna di Hamas voleva vederlo. «Mi portarono in una stanza per interrogarmi e mi tempestarono di domande: “Vuoi forse diventare un leader? Perché aiuti la gente?”. Io risposi che era Ramadan e che era normale sostenere le persone in questo mese speciale. Loro mi accusarono di essere una spia di Israele. Mi intimarono di lasciare perdere, poi mi spogliarono, mi gettarono un secchio di acqua gelida addosso e mi torturarono».

Non era la prima volta. Sempre nel 2019 Al-Natour aiutò a fondare il movimento “Vogliamo vivere” e organizzò una manifestazione contro Hamas a Gaza alla quale parteciparono migliaia di persone. «Siamo scesi in piazza a protestare per chiedere più lavoro e meno tasse», ricorda. «Gli uomini di Hamas si sono infuriati, sono venuti a casa mia, hanno spaccato tutto, poi hanno rapito mio fratello per costringermi a costituirmi. Per farlo liberare, mi sono autodenunciato: sono stato picchiato e torturato ancora».

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Vittime due volte

La guerra tra Israele e Hamas non ha fatto che peggiorare le cose. Al-Natour, come tanti altri palestinesi, è scappato dalle bombe israeliane passando di città in città. Gaza City, Rafah, Khan Younis, poi ancora Gaza, dove solo due stanze della sua abitazione, la cucina e il bagno, erano rimaste in piedi. «È stata una tragedia», commenta con la morte nel cuore e nella voce. «Dicono che le vittime della guerra siano 75 mila, ma per me sono molte di più». Con il conflitto e la distruzione è arrivata anche la fame: gli aiuti internazionali entravano a singhiozzo, «Hamas se ne impadroniva e li rivendeva al mercato nero. Il costo di tutto è più che raddoppiato. Se prima per mangiare un mese ci servivano duemila dollari, dopo la guerra sono diventati cinquemila. Per ritirare contanti in banca, l’istituto trattiene il 50 per cento della somma. Come si può vivere così?».

Il racconto dell’avvocato non fa sconti a nessuno: ai suoi occhi non esiste una sofferenza di serie A e una di serie B. «Gli attentati del 7 ottobre 2023 non si possono giustificare: c’è chi parla di “resistenza”, per legittimarli, ma è soltanto terrorismo. Perché uccidere i civili? Perché rapire anziani, donne e bambini? L’occupazione è sbagliata, ma che cosa c’entrano i massacri di innocenti con la resistenza?».

Allo stesso modo, «Israele doveva separare i civili dai terroristi e combattere soltanto Hamas. Invece ha compiuto innumerevoli crimini di guerra. La verità è che soprattutto la destra al governo ha usato i bombardamenti per vendicarsi contro tutta la popolazione palestinese. Ma che cos’hanno a che fare i civili con questo conflitto? Hamas ci ha usati come scudi umani. Si nasconde tra i palazzi, nelle moschee, nelle scuole, negli ospedali. Per questo i palestinesi non vogliono più saperne di loro».

bombe israeliane su una moschea a Yarmouk, 29 luglio
bombe israeliane su una moschea a Yarmouk, 29 luglio (foto Ansa)

Nelle mani di Abu Shabab

Al-Natour non parla per sentito dire, ma per esperienza. «Prima e dopo la firma degli accordi di pace del 9 ottobre 2025, il regime ha messo in piedi carceri e sale per gli interrogatori negli ospedali». L’avvocato, rientrato in quello che rimaneva della sua casa dopo la tregua, ha continuato a scrivere per gli organi di stampa internazionali, chiedendo la liberazione di Gaza da Hamas. E «un giorno di luglio dello scorso anno due uomini mascherati si sono presentati alla porta di casa mia. Mi hanno ordinato di seguirli all’ospedale Al-Shifa per essere interrogato. Io mi sono rifiutato, mia madre è intervenuta, cacciandoli, e loro se ne sono andati, dicendo: “Non vuoi seguirci? Peggio per te”».

Era arrivato il momento di fuggire. Al-Natour sapeva che dall’ospedale Al-Shifa sarebbe uscito, nel migliore dei casi, con gli arti spezzati come il giornalista Ahmed al-Masri. Nel peggiore, invece, avrebbe fatto la fine di Uday al-Rubaie, l’attivista gettato dal tetto di una casa dai terroristi. L’avvocato ha vagato nei campi profughi, «di tenda in tenda», fino a quando il Center for Peace Communication, con cui collaborava, gli ha trovato un “riparo” nella zona di Rafah controllata dal jihadista Yasser Abu Shabab, conosciuto come il “Pablo Escobar di Gaza”, a capo di una milizia palestinese anti-Hamas sostenuta da Israele.

«Abu Shabab, ucciso in un’imboscata nel dicembre scorso, era un trafficante di droga legato all’Isis», sottolinea Al-Natour. «Mi chiese di collaborare con lui, di entrare a far parte della sua milizia. Io non volevo e sono stato trattenuto come ostaggio per settimane in un seminterrato, con poco cibo. Venivo minacciato, maltrattato: è stata dura». Alla fine, con l’aiuto dell’avvocato Alessandra Casula, Al-Natour è stato evacuato in Italia con la famiglia. Ma la moglie, il marito di sua sorella e la consorte di suo fratello sono rimasti indietro: «Spero che il governo mi aiuti a portare qui anche loro», ammette.
Oggi Al-Natour si trova al sicuro ma si sente sulla sponda sbagliata del Mediterraneo. «Io vorrei tornare a Gaza, ma non posso fino a quando ci sarà Hamas».

Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati
Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati (foto Ansa)

«Una soluzione è possibile»

Il processo di pace portato avanti dal Board of Peace di Trump lo convince? «No», dichiara. «Hamas non accetterà mai volontariamente il disarmo. L’unica soluzione per me è trasferire tutta la popolazione di Gaza all’interno della Linea gialla, che delimita l’area della Striscia sotto il controllo israeliano e che deve però essere amministrata da un governo tecnocratico palestinese, non da Tel Aviv. Allora, senza civili, Israele potrà regolare i conti con Hamas. So che è difficile, ma non vedo altra soluzione».

La pace per l’avvocato non è un miraggio, è l’unica alternativa. «Palestinesi e israeliani possono vivere in pace. L’accordo di Oslo è morto, è stato distrutto, ma se ne può fare un altro. A Gaza sogniamo elezioni senza Hamas e senza Fatah, perché di Abu Mazen non possiamo più fidarci, è troppo corrotto. Allora l’occupazione potrà finire e noi ricostruire tutto».

L’Occidente può favorire questo processo, insiste l’avvocato, ma serve «equilibrio». Quello che non hanno, ad esempio, personaggi come Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. «Molti sostengono l’idea della Palestina più di quanto sostengano il popolo palestinese. Lei parla sempre dei crimini di Israele, ma non cita mai quelli di Hamas. L’occupazione è sbagliata, va combattuta, ma non con gli attacchi ai civili. Ho scritto più volte ad Albanese chiedendole di parlare di noi palestinesi perseguitati da Hamas. Non mi ha mai risposto. In mezzo alla guerra peggiore della nostra storia è importante riconoscere gli errori e gli orrori di tutti, non solo di una parte. Altrimenti non avremo mai la pace».

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Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di settembre 2026 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

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