Sette anni di carcere per reato di memoria a Hong Kong
Il regime comunista che ha messo le mani su Hong Kong, i suoi cittadini e i loro diritti vorrebbe far credere alla popolazione dell’isola e al mondo intero che gridare uno slogan a una manifestazione pacifica sia un crimine così grave da meritare sette anni di carcere. La tesi è così assurda che perfino i tre giudici scelti appositamente dal governo per condannare tre dei più importanti attivisti democratici di Hong Kong devono avere fatto fatica a trovare delle ragioni adeguate per motivare il verdetto di colpevolezza.
Sette anni di carcere per uno slogan?
Ieri Lee Cheuk-yan, Chow Hang-tung e Albert Ho – tutti e tre leader dell’ormai defunta Alleanza a sostegno dei movimenti patriottici e democratici in Cina – sono stati condannati rispettivamente a 7 anni (Lee), 7 anni e 3 mesi (Chow) e 5 anni e 2 mesi (Ho) di carcere. Secondo i giudici, hanno violato la legge sulla sicurezza nazionale incitando alla sovversione del potere statale.
In che modo? Gridando a una manifestazione pacifica e legale, la veglia di commemorazione delle vittime di Piazza Tiananmen che si è svolta sull’isola al Victoria Park per 30 anni di fila, questa frase: «Basta con il dominio del partito unico».
Gli imputati non hanno fatto “niente”
Nella sentenza i giudici hanno sottolineato che gli imputati «non hanno utilizzato metodi violenti né minacciato l’uso della violenza, né hanno prospettato modalità attuative specifiche o una tempistica per realizzare la “fine della dittatura del partito unico”». Se per gli stessi giudici Lee, Chow e Ho non hanno fatto assolutamente niente, perché sono stati condannati?
I tre attivisti sono di fatto colpevoli di reato di opinione: hanno detto cioè che per loro sarebbe meglio se la Cina fosse governata da un sistema democratico. Com’è possibile che questo banale pensiero, espresso a più riprese negli ultimi 40 anni da milioni di cittadini di Hong Kong, costituisca un reato così grave da meritare sette anni di carcere?
«Sentenza inaccettabile» a Hong Kong
La moglie di Lee Cheuk-yan, Elizabeth Tang, ha definito la sentenza «inaccettabile»: «La gente sarà scioccata e arrabbiata. Milioni di persone hanno partecipato alle veglie al Victoria Park», gridando lo stesso identico slogan imputato ai tre attivisti.
La ragione della condanna, allora, è un’altra come ricordato dall’attivista Frances Hui: «Questo caso non ruota attorno a uno slogan, ma al tentativo di cancellare il ricordo di quello che è accaduto a Piazza Tiananmen».
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Lee Cheuk-yan sarà libero tra tre anni
È una guerra alla memoria quella che il Partito comunista cinese conduce fin da quando ha deciso di inviare l’esercito a massacrare i giovani che chiedevano più libertà e meno corruzione. Dopo quasi 40 anni quella guerra è arrivata dentro un tribunale di Hong Kong e ha mietuto tre nuove vittime.
Lee Cheuk-yan, 69 anni, che nel novembre 2019 partecipò a Milano all’incontro organizzato da Tempi dal titolo “La libertà è la mia patria“, si trova in carcere dal 2021 e dovrà passare in cella altri tre anni. Sarà libero nel settembre 2029.
Condannando Lee, Chow e Ho il Partito comunista cinese spera di cancellare la storia. Ma come si legge in un poema scritto da Chow in carcere:
«Per quanto sia fioca la luce di una candela,
non si spegnerà mai,
se ci sosteniamo a vicenda.
Per quanto sia alto un muro,
cadrà in rovina,
se separa i cuori delle persone».
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