Dalla morte alla vita
Giovedì 10 settembre, all’ora di cena, Adriana — una persona senzatetto, che abbiamo conosciuta alla caritativa che svolgiamo ad Asuncion, nella zona della stazione degli autobus, dove con un gruppo di amici ci rechiamo per dare da mangiare a persone bisognose e ai bambini di strada — mi ha informato che José Carlos, un ragazzo di trent’anni e padre di Mía, una bambina di quasi due anni, era morto.
La notizia mi ha molto addolorato. José Carlos aveva deciso di cambiare vita. Aveva abbandonato una specie di centro di distribuzione della droga perché non voleva morire come era successo al nostro amico Víctor, che aveva perso la vita a causa della tubercolosi e degli stupefacenti. Il problema era che, lasciando quella “casa”, gli rimaneva soltanto la strada.
Qualche settimana fa, siamo dovuti andare a cercarlo per portarlo in ospedale, perché stava molto male. Durante quel periodo la sua salute è peggiorata e martedì sera, l’8, è morto.
«Forse avrei potuto fare di più», mi dicevo. Non mi consola l’idea di «fare quello che si può»; è facile confondere il realismo con il pessimismo. Durante la cena ho attraversato un momento di profonda tristezza.
La vita
Alcune ore dopo ho ricevuto la telefonata di Zoe, una ragazza di sedici anni, anche lei senzatetto, che stava affrontando un problema con suo figlio Geremia. Non so come, ma qualcuno le aveva dato il mio numero di telefono. Mi ha chiamato a mezzanotte. Piangeva. La mia prima reazione è stata quella di risponderle: «È tardi; vediamo domani». Ma poi mi sono ricordato che, una volta, padre Aldo Trento mi aveva detto: «Per i poveri esiste solo l’adesso, non farli aspettare». Così, senza sapere bene che cosa fare, mi sono alzato e sono andato all’ospedale dove si trovavano lei e Geremia, suo figlio di un mese. «Che bel nome», le ho detto. Lei mi ha risposto: «È l’unica cosa che ho imparato a scuola su Cristo e, siccome non sapevo altro, ho scelto questo nome per mio figlio».
Mi ha raccontato i suoi sedici anni: una vita piena di abbandono e miseria. Eppure, nonostante quella storia, amava la vita e aveva cominciato ad amare il suo bambino. Non aveva voluto abortire, ma aveva dichiarato davanti alla giustizia di voler dare suo figlio in adozione: «Non posso tenerlo con me, per strada; è un dono di Dio e non posso lasciarlo vivere così». Tuttavia, quando Geremia è nato (8 agosto), Zoe ha cambiato idea. Si è commossa davanti a suo figlio e, nonostante la giovane età, è maturato in lei l’istinto materno.
La giudice aveva già deciso di dare il bambino in adozione, anche a causa della situazione precaria della madre, che, inoltre, non ha famiglia. Così, subito, abbiamo cominciato a cercare la giudice che voleva separarli, oltre ad un avvocato che potesse aiutarci.
Casa Chiquitunga
Oggi è venerdì 11 settembre. La situazione ha iniziato a sbloccarsi quando ho minacciato di rivolgermi alla televisione — in questi luoghi, talvolta, l’ortodossia non funziona -. Allora mi hanno detto che, se avevo un posto dove portarla, ci avrebbero consegnato entrambi: madre e figlio. Quando ho sentito il tono della voce, ho capito che per loro era una punizione; per me, invece, una benedizione. Mi sono rallegrato fino alle lacrime nel ricevere la notizia.
In questo momento si stanno sistemando nella nostra «Casa Chiquitunga», che considero l’opera più bella realizzata da padre Aldo: una casa per ragazze che attraversano difficoltà di questo tipo. Qui, insieme al dramma, si respira una lotta per la vita che commuove.
Che dono è per noi peccatori la carità! È un sollievo lottare per un Altro. Ci fa uscire dal nostro nulla e ci rende testimoni privilegiati della modalità con cui agisce Cristo, di come guarda Cristo e di come solo Lui ama. La carità è una carezza. La carità è un grido nella mia vita: «Convertiti».
Così è il Paraguay: in due ore tutto cambia e, per me, «c’è una voce nella mia vita»: si chiama Geremia e, a un mese dalla sua nascita, mi ha strappato dalla morte per portarmi alla vita, la Sua vita.
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