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Non basta creare lavoro, bisogna creare “buon lavoro”, ad alto valore aggiunto

marzo 15, 2018 Caterina Giojelli

Come leggere i dati Istat positivi sull’occupazione, il reddito di cittadinanza, l’Italia divisa in due. Qualche domanda a Francesco Seghezzi, direttore Fondazione Adapt

Prima i numeri: dati Istat alla mano possiamo finalmente parlare di occupazione al top dall’inizio della crisi. I dati relativi al quarto trimestre del 2017 confermano infatti il terzo calo consecutivo del tasso di disoccupazione, sceso nel corso dell’anno di 0,5 punti: 11,2 per cento rispetto all’11,7 del 2016. Sono 265 mila le persone in più al lavoro (1,2 per cento), 105 mila quelle in meno in cerca di occupazione (-3,5 per cento). Tuttavia, nota l’istituto, mentre nel centro-nord il tasso di occupazione raggiunge livelli pressoché analoghi a quelli del 2008, prima della crisi, arrivando al 66,7 per cento nel nord e 62,8 per cento nel centro, nel Mezzogiorno l’indicatore è ancora al di sotto del 2008 di 2 punti (44 per cento).

UN PAESE SPACCATO. «È la fotografia di un paese spaccato. E di un mercato che sta cambiando profondamente», spiega a tempi.it Francesco Seghezzi, direttore Fondazione Adapt, commentando i numeri dell’occupazione trainata dai lavoratori a tempo determinato (+298 mila unità contro i 73 mila a tempo indeterminato). «A livello generale si è confermato il trend: aumentano gli occupati, calano i disoccupati, calano gli inattivi, quindi, da un certo punto di vista, il 2017 ci restituisce un quadro positivo. Attenzione, però: 9 su 10 di questi occupati sono lavoratori a termine e buona parte degli occupati resta concentrata nella fascia degli over 50, sono questi due elementi ad avere caratterizzato nell’ultimo periodo il mercato del lavoro».

POLITICHE ATTIVE. In altre parole, possiamo continuare ad incaponirci con la battaglia per il lavoro a tempo indeterminato, oppure «possiamo prendere atto che il mercato del lavoro sta cambiando (le imprese assumono in modo diverso, gli stessi lavoratori hanno esigenze diverse) e fare finalmente quello che nessuno ha fatto negli ultimi anni: implementare un sistema di politiche attive centrato sulle persone protagoniste di questi passaggi da un posto di lavoro all’altro». Attenzione anche a leggere i dati, se confrontiamo quelli del quarto trimestre rispetto all’anno il dato è preoccupante: «C’è stato un forte rallentamento rispetto ai trimestri precedenti: il numero degli occupati cresce pochissimo, il numero degli occupati a tempo indeterminato diminuisce, perdendo 25 mila unità e andando sotto lo zero, cosa che non era mai accaduta negli ultimi trimestri. Dovremo aspettare i dati dei primi mesi del 2018 per capire se le imprese hanno aspettato ad assumere in vista di nuovi incentivi, soprattutto per ingaggiare i giovani, o se si tratta di un rallentamento strutturale».

GLI ATTORI DEL TERRITORIO. La cartina della distribuzione di occupati e disoccupati sembra ricalcare quella dell’elettorato del 4 marzo, c’è un’Italia che lavora nei grandi centri urbani, «soprattutto nel nord ma non solo», e poi ci sono le periferie, «intese come territori logisticamente più scollegati dalle città e dei grandi centri di ricerca, come le università, i poli di innovazione. Per questo ribadisco che dobbiamo ripartire dai territori: le politiche di riforma nazionale sono importanti, ma per recuperare le realtà che abbiamo lasciato indietro – e che hanno generato tutto questo malcontento, senso di esclusione, di disuguaglianza – abbiamo bisogno di una politica reale, che comprenda tutti gli attori (non soltanto quello istituzionale o politico in senso proprio), che raduni imprese, sindacati, università, scuole, centri di ricerca per fare innovazione, investimenti, formazione, welfare. Attori del territorio, perché ogni territorio è diverso, pensare di inquadrare tutto a livello nazionale o anche solo a livello regionale oggi è parere mio difficile». Sicuramente un primo passo per Seghezzi può essere rappresentato dall’autonomia regionale, «ma la dimensione regionale è in alcuni casi fin troppo vasta. Pensiamo solo al Veneto, le province di Venezia, di Verona e di Belluno sono tre realtà completamente diverse per tipo di impresa, di mercato, di università. Ci vuole qualcosa di più diffuso».

REDDITO DI CITTADINANZA. Seghezzi ricorda che quello del lavoro è un discorso che va oltre la dimensione del reddito – è inclusione sociale, è dignità, realizzazione della persona -: venendo meno il lavoro il senso di esclusione, la convinzione di essere “tagliati fuori”, ha avuto la meglio, premiando partiti che proponevano soluzioni semplici a problemi ben più complessi. «Magari assolutamente costose, irrealizzabili, ma che nello sconforto generale si sono poste, appunto, come un’alternativa. E abbiamo visto con che risultati. Quello che non abbiamo ancora visto è cosa genereranno queste promesse: posto che il reddito di cittadinanza sta già diventando qualcosa di diverso dal “regaliamo i soldi a tutti” sbandierato in campagna elettorale e che è irrealizzabile a livello di costi, milioni di persone hanno creduto a questa promessa a buon mercato. E sarà un ennesimo tradimento che creerà ancora più problemi dal punto di vista della coesione sociale. Certo, c’è da chiedersi perché partiti meno populisti e più strutturati non siano stati in grado di proporre una alternativa convincente».
Non basta infatti creare lavoro, bisogna creare «buon lavoro, ad alto valore aggiunto. Il lavoro in sé, se a reddito basso, porta lo stesso malcontento della disoccupazione. Molto del lavoro creato in questo anno “positivo” è lavoro di servizio, a basso valore aggiunto, spesso part-time che non consente una vita dignitosa». Detto ancora più esplicitamente «abbiamo creato al contempo poveri e lavoro, quest’ultimo tale da non essere sufficiente a vivere in uno stato che non sia di povertà relativa».

REDDITO DI NASCITA? In questa situazione è ancora più difficile capire se questo benedetto reddito di cittadinanza vada inteso come un grande sussidio di disoccupazione allargato, dunque uno strumento delle politiche del lavoro, o se piuttosto, almeno dal punto di vista sostanziale, come uno strumento assistenziale da annoverare tra le politiche sociali a contrasto della povertà. «Questo dipende da cosa hanno in testa, se andiamo a vedere il disegno di legge che i Cinquestelle hanno presentato in parlamento nella passata legislatura pare un assegno di disoccupazione allargato anche a chi non cercava lavoro. Se invece ascoltiamo quello che ha detto Beppe Grillo (rilanciando l’idea di un “reddito per diritto di nascita”, ndr) è una forma di sostegno ad una società in cui non si lavora più perché non c’è più bisogno di lavorare. Sono due concezioni diversissime, direi che il modello del disegno di legge, quello Di Maio, sta raccogliendo più spazio, ma la situazione mi pare ben precaria».

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