Noi, sfollati e abbandonati

Scomparsi dagli schermi tv, imbrigliati nelle ragnatele burocratiche, siamo stati dimenticati da tutti. Dolente lettera da Macerata

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – È tempo di ribellarsi. Lo suggerisce George Orwell che osserva: nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. Voglio raccontare la verità del terremoto, la mia verità è quella di uno dei 40 mila deportati dalle proprie terre, dalle proprie case perché si perda la memoria così che si possa applaudire alle promesse dimenticando le incapacità. Ma se ogni santa notte – dal 24 agosto – ti trema la terra attorno e dentro l’anima come puoi dimenticare? Se il piancito fibrilla al passare di un autobus e tua figlia implora sicura carezza mentre gioca con i brividi negli occhi come puoi obliare? Ci lasciano in balia della burocrazia e della vanagloria: siamo come i vagabondi di Orwell e non sappiamo parlare di altro se non della nostra (non) vita perché non abbiamo nessuna certezza. È che il nostro dire è afono di fronte al brusio conformista dei media che ci hanno ridotti a comparse dello show-biz delle macerie. Questo è il primo terremoto della post-verità. Pesa solo l’immagine e se non c’è evidente tragedia la vita può passare in non cale. Il 24 agosto ad Arquata e a Pescara del Tronto ci sono stati i morti, così ad Amatrice e ad Accumuli. E sono comparsi sui teleschermi a reti unificate i professionisti dell’antisisma: il sindaco dell’Aquila Cialente, Boschi, De Vincenti. Non c’entravano nulla, ma avevano il verbo che ha consentito di dirottare da subito altri soldi in Abruzzo.

La retorica paga. Lo ha imparato subito il sindaco di Amatrice, l’amatriciana è diventata piatto solidale. Dei morti marchigiani nessuno ha più parlato, ma in quei giorni si additava Norcia a modello di città perfettamente anti-sismica. Poi ci sono state le scosse del 26 ottobre e quelle tremende per forza e durata del 30. Ma non ci sono stati morti, c’erano solo vite da ricostruire. A Norcia è venuta giù la cattedrale di San Benedetto e mezzo centro storico e improvvisamente questo è diventato il terremoto di Norcia. Il mondo della post-verità ha bisogno di simboli: Amatrice offusca Arquata, Norcia cela le Marche! Eppure tra le province di Macerata – le terre più colpite – e quelle di Ascoli e Fermo è venuto giù tutto: 40 mila senza tetto, oltre 140 paesi colpiti. A Norcia però sono già arrivati i container, a Castelsantangelo sul Nera – paese raso al suolo – neppure un sacco a pelo!

Nelle terre marchigiane è stato cancellato il 4 per cento del Pil nazionale, tra industria agricoltura e turismo, due università – Camerino e Macerata – hanno dovuto fare da sole per rifugiare gli studenti e non chiudere, qui cento scuole, sei ospedali, decine di case di riposo, un carcere, 500 chilometri di strade sono stati inghiottiti dalla terra, qui un immenso patrimonio d’arte è stato lasciato in balia degli eventi e poi deportato, qui 40 mila persone sono state sradicate dalle loro comunità e deportate. Di tutto questo non si sa nulla e per tuto questo non si è fatto quasi nulla. La burocrazia ha impedito tutto: dal recupero delle opere d’arte, alla messa in sicurezza della case. Il volto buono è solo quello dei volontari, dei vigili del fuoco e delle forze dell’ordine.

Sono passati cinque mesi e gli allevatori non hanno avuto le stalle provvisorie e ora perdono gli animali e la vita, i sindaci sono stati lasciati soli, sono passati cinque mesi e la Protezione Civile è rimasta a Rieti perché le telecamere da Roma fanno prima a inquadrare i nostri eroi. Così nulla si sa del fatto che i borghi di Appennino sono destinati a sparire e con loro la nostra anima, le nostre radici. Fa freddo, un freddo cattivo, ma le casette non sono arrivate. Nevica, ma quelle che erano le nostre montagne di gaie sciate oggi sono deserti bianchi dove gli animali muoiono di freddo. Grandina e nelle nostre chiese che custodiscono da Paolo da Visso ai Salimbeni, dal Lotto al Crivelli, nei nostri musei dove ci sono le memorie picene e le Ricordanze di Leopardi piove incuria perché Fabrizio Curcio – gran capo della non Protezione Civile – obbedisce ai burocrati. La verità rivoluzionaria è che non sono stati fatti i rilievi dei danni, che non sono arrivati i soldi per sostentare chi è sfollato, che le scuole vanno a singhiozzo, che le strade le ha riaperte la Provincia che doveva scomparire, che della rinascita economica nessuno se ne occupa.

Il caos è sommo: Vasco Errani emette ordinanze che nessuno conosce compresa quella per i contributi per la ricostruzione che scade tra un mese senza che nessuno lo sappia. Così domenica 15 gennaio ad Accumuli le avanguardie dei profughi sono andate a protestare per dire: non hanno fatto nulla, le macerie sono ancora tutte lì e di ricostruzione non si parla. Non lo hanno raccontato né i grandi giornali né i telegiornali. Perché questo è il terremoto della post verità. Matteo Renzi, Sergio Mattarella, Paolo Gentiloni accompagnati dal “generale cordoglio” promettono: non vi abbandoneremo, ricostruiremo tutto.

Non si sa né quando, né come, né con che soldi. E nessuno che chieda loro conto. Il più discreto è stato il Papa: Bergoglio non è andato neppure a Loreto per vedere se nella Santa Casa era tutto a posto. Ah già; ma lì ci pensa la Provvidenza. A noi sarebbe bastata una previdenza! 

Foto Ansa

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