I quattro No Tav a processo rivendicano l’assalto al cantiere di Chiomonte: «Fieri di averlo fatto»

I quattro antagonisti in carcere per aver danneggiato il cantiere dell’alta velocità hanno rivendicato la loro azione. Per il movimento trenocrociato «non è terrorismo, ma sabotaggio»

A processo per l’assalto al cantiere di Chiomonte, avvenuta nella notte fra il 13 e il 14 maggio 2013, Claudio Alberto, Niccolò Blasi, Mattia Zanotti e Chiara Zenobi, in carcere dallo scorso 9 dicembre, hanno ammesso di avere partecipato all’azione. «Abbiamo deciso di intervenire oggi – ha precisato Zanotti, che però non si è fatto, come i compagni, interrogare  – prima che questo processo si trasformi in una sede di perizie e controperizie. Non posso dire come possa essere trascritto quel gesto nella grammatica del codice penale. Posso solo dire che quella notte c’ero anch’io. Che fossi lì per dimostrare la mia inimicizia verso il cantiere e sabotarlo ve lo dico io stesso». «La procura – ha proclamato in chiusura –  ha costruito un castello di accuse contro di noi, ma la verità è più semplice e meno roboante». «L’incriminazione nei nostri confronti è ardita», ha in supporto denunciato Alberto. «Io c’ero e ne sono fiera», ha aggiunto Zenobi. «Dietro a quelle reti – ha parlato per ultima Blasi – c’eravamo tutti. Quali che siano le conseguenze delle nostre azioni ad affrontarle non saremo soli».

SEMPLICE DANNEGGIAMENTO? Un’ammissione netta, che ha anche determinato un taglio dei tempi del procedimento: non si dovranno più ascoltare gli esperti e le loro perizie sulle intercettazioni. Secondo i legali, che contestano l’aggravante di terrorismo, «si è trattato di un semplice danneggiamento». Anche se, rileggendosi le dinamiche, è difficile non evidenziale come si sia trattato di una vera e propria azione di guerriglia. «In una trentina, a volto coperto – ricordano le Forze dell’Ordine – hanno iniziato un fitto lancio di bombe carta, molotov, bengala e razzi. I No Tav, entrando in azione simultaneamente in più punti della recinzione, hanno poi cercato di bloccare con alcuni cavi d’acciaio tre cancelli – il 4, il 5 e l’8 – per non far uscire il personale. Tagliando infine il lucchetto del varco 8 bis sono riusciti a entrare nel cantiere e, lanciando bottiglie incendiarie, hanno dato alle fiamme un motocompressore. Due molotov sono state gettate anche verso i poliziotti di guardia al cantiere col rischio di colpire qualcuno». Non precisamente la descrizione di una nuova “marcia del sale” di gandhiana memoria.

TERRORISTA E’ LO STATO. Una lettura – «non è terrorismo, ma sabotaggio» – che tutto il movimento trenocrociato fa propria, sulla scorta dello scrittore Erri De Luca, tra l’altro anche egli a processo ma per contestazioni più lievi. Buon ultimo, a sostenere la legittimità degli assalti, è il senatore grillino (ed esponente No Tav), Matteo Scibona, che giunge quasi a ribaltare l’accusa di “terrorismo” verso lo Stato. «Vale la pena di segnalare – sostiene il parlamentare grillino – che, dopo mesi passati ad incontrare le più autorevoli personalità dell’antimafia per segnalare il grave vulnus contenuto negli ultimi accordi franco-italiani, finalmente il ministro degli Interni ci dà ragione. Da parte degli oppositori chiare le finalità e la responsabilità dei gesti, mentre non ci sembra altrettanto da parte di chi indegnamente rappresenta lo Stato. I politici invece di distorcere la realtà, dovrebbero per primi rendersi conto che le popolazioni valsusine aspettano risposte politiche e tecniche basate sui fatti e sui dati e non solo olio di ricino e manganello».