Nicola, la sentinella di Cristo che fece l’impresa giussaniana al Sud

Mucci ha raggiunto in paradiso il suo amico per la pelle Goffredo. Quei due sono, con la loro tribù, le colonne dell’umanesimo cristiano in Molise

Nicola Mucci

Cronache di mezzo lockdown / 30

Adesso è molto peggio di quando, nella sua ultima video intervista a Roberto Fontolan, il carisma di don Luigi Giussani percepiva che la Chiesa ha cominciato ad abbandonare l’uomo quando ha cominciato ad avere «vergogna di Cristo». Adesso la Chiesa – o meglio, gli uomini di Chiesa – hanno l’ansia di convivere con il potere che combatte e sottomette l’uomo. La «vergogna di Cristo» è diventata mutismo. E il Gesù celebrato in parole – e perfino in opere di carità – il cagnolino che scodinzola cercando grazie, riconoscimento, consensi. Un alibi quasi perfetto se l’uomo, al fondo, nell’essenza, nel suo imprinting originario, non fosse una creatura intonsa alla ricerca di Dio.

Mi ha sempre ricordato l’essenza dell’uomo e la natura del cristianesimo, una colonna dell’umanesimo cristiano in Molise. Nicola Mucci, che proprio nei giorni scorsi ha seguito in paradiso il suo amico per la pelle Goffredo. Quel giorno Nicola ha avuto come sempre negli ultimi anni la compagnia delle suore di clausura di San Vincenzo. Che il giorno del suo dies natalis hanno ricollegato la vita di Nicola alla gioventù che a frotte e a generazioni secolari ha cercato Dio. E trovatolo in Cristo, non è scappata dal mondo cercando consolazione allo specchio. Non ha smesso di trovarLo nel dissodare la terra bruciata dai barbari, trasformando le lance in vomeri, dando inizio alla civiltà del Cielo sulla terra.

Hanno scritto le suore il giorno che la sentinella di Cristo in quel di Termoli concludeva la sua bella battaglia terragna: «Volevamo ricordare che oggi è la solennità dei nostri santi padri fondatori Paldo, Tato e Taso. A noi non sembra una coincidenza. Siamo vicine alla famiglia».

Famiglia? Più che una famiglia una tribù. Quella longobarda che dietro i Cesana e i Sanvito scendeva l’estate a scorpacciarsi il mare. E quella dei Mucci, di sua moglie Rachele e degli altri fieri discendenti del popolo che impose ai romani le forche caudine. Soprattutto, tribù che impone l’amicizia aperta a tutti, sempre imbandita a tavola, nei casolari e sotto file di ombrelloni.

C’è una piazza dedicata all’“educatore Luigi Giussani” a Termoli. E ci sono questi qui, appunto, Nicola e Goffredo, che non avrebbero potuto fare niente senza il “sì” di tutte le loro gigantesche donne – mogli, figlie, nipoti –, che fecero l’impresa giussaniana al Sud. E che riaprirono un pellegrinaggio dell’epoca di Carlo Magno sugli Appennini. Dalle sorgenti del Volturno alle sorgenti dell’Europa, l’abbazia di Montecassino.

Uno di questi (Goffredo) muore camminando verso la cima dove si sarebbe piantata la croce nonostante un monsignore ritenesse ingiusto violare il bel paesaggio con quel segno forse a lui divenuto estraneo. Nicola se ne va dopo quattro anni di fiero combattimento – e risoluta ragione d’essere – con un cancro.

L’ultimo videomessaggio di Nicola è per salutare i pellegrini col suo potente affetto radicato nella bellezza stupenda della verità cristiana. Quel pellegrinaggio, appunto, ricreato dopo più di un millennio, da Nicola, Goffredo e tutta la compagnia cantante che arriva fino alle migliaia di giovani che, prima ancora di Carlo Magno, perfino negli ancora oggi disabitati Appennini centrali, cercarono e trovarono Dio facendo. Erigendo amicizia e forme storiche di una vita di amici: campi perfettamente coltivati, monasteri e paesi. Giovani che, infine, a Col Volturno, vennero trucidati dai saraceni. Sì, proprio là dove Nicola e i suoi amici hanno riscoperto, dissodato, vissuto da oltre quindici anni l’antico cammino verso Montecassino.

Ecco, oggi mi sono arrampicato come passero solitario su una torre spagnola a guardia dei saraceni che presidia la spiaggia austera di Vignola. Ho scrutato l’orizzonte come il Dpcm non sa e non vorrebbe si facesse per intimorirci sempre di più e non farci cercare Dio ogni mattino. E credo di aver trovato la tua anima, caro Nicola. Non laggiù in fondo al mare. Ma qui, orizzonte e cielo in terra, nella bella figura di un cardellino sardo. Com’è bello nella sua livrea rossa e gialla di un rosso caldissimo e in paglierino purissimo. Com’è bella la nostra compagnia, cardellino Nicola!