Netanyahu ha vinto ancora in Israele. Ma potrebbe governare Eisenkot
Israele ha votato in un clima che difficilmente può essere descritto come quello di una normale elezione. L’affluenza ha raggiunto il 77,7%, il livello più alto dal 1999, in un Paese attraversato da tre anni di guerra, dalla memoria del 7 ottobre e da una profonda polarizzazione politica. Migliaia di israeliani residenti all’estero sono inoltre rientrati nel Paese per votare, segnale della percezione di queste elezioni come di un passaggio decisivo.
Boom dei partiti arabi in Israele
Ancora più significativo è il dato relativo agli elettori arabi, la cui partecipazione ha raggiunto livelli eccezionali. Le due formazioni arabe hanno ottenuto ben 19 seggi. In un sistema proporzionale a circoscrizione unica, nel quale i 120 seggi vengono distribuiti tra le liste che superano la soglia del 3,25%, una crescita così forte del voto arabo modifica direttamente l’aritmetica parlamentare.
Non significa che i nuovi seggi arabi siano semplicemente “seggi sottratti” alla destra. La distribuzione dipende dall’insieme dei voti, dalla soglia, dalla dispersione e dal metodo Bader-Ofer. Ma più forte è la rappresentanza araba, minore è lo spazio complessivo disponibile per gli altri partiti. Questo assume particolare importanza in un sistema caratterizzato dalla variegata composizione dei due principali schieramenti, entrambi formati da più liste, nelle quali poche migliaia di voti possono determinare il superamento della soglia e quindi l’accesso alla Knesset, oppure tradursi in voti che non producono rappresentanza.
Il Likud di Netanyahu è il primo partito
Per Netanyahu, però, la sfida principale era soprattutto un’altra: trasformare le elezioni in un referendum sulla propria leadership e dimostrare che il Likud aveva la capacità di rimanere il primo partito del Paese. Da questo punto di vista, il risultato gli offre un argomento importante. Il Likud emerge come prima forza politica, conquistando 26 seggi, mentre le formazioni più radicali del suo campo, in particolare Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir e il Partito del sionismo religioso di Bezalel Smotrich, risultano indebolite, conquistando rispettivamente 7 e 6 seggi.
I partiti ultraortodossi, Shas e United Torah Judaism, mantengono invece una presenza significativa e confermano il loro peso nell’architettura della destra religiosa con 7 seggi ciascuno.
Netanyahu non ha la maggioranza
Netanyahu ha dunque raggiunto almeno uno dei suoi obiettivi: il Likud è ancora il primo partito e la sua centralità all’interno del campo della destra non appare messa in discussione. Ma il primato del Likud non coincide con una maggioranza parlamentare. Il blocco da lui guidato resta infatti inchiodato a 53 seggi, 8 al di sotto della soglia di 61 seggi necessari per governare. Netanyahu può aver vinto il referendum sulla propria centralità politica, ma non ha ancora vinto la partita della maggioranza.
Qui emerge il principale paradosso del voto. Le elezioni sembrano aver espresso un chiaro rifiuto dell’attuale coalizione pro Netanyahu, ma non hanno prodotto automaticamente un’alternativa. I partiti contrari al premier e quelli arabi potrebbero infatti disporre insieme dei numeri necessari , ma la maggior parte dei partiti sionisti dell’opposizione ha escluso durante la campagna una vera coalizione con le formazioni arabe. Esiste dunque una possibile maggioranza numerica anti-Netanyahu, ma non necessariamente una maggioranza politica capace di governare.
Le difficoltà di Einsekot
Per Gadi Eisenkot (che con Yashar ha ottenuto 21 seggi) e i suoi alleati, la costruzione dell’alternativa sarà tutt’altro che semplice: la coalizione anti-Bibi, infatti, non ha superato quota 48 seggi. Il fronte che si oppone a Netanyahu comprende centro, destra moderata e sinistra, unite soprattutto dal rifiuto della sua leadership. Ora dovranno trovare un accordo su sicurezza e guerra, rapporto con i palestinesi, ruolo dei partiti religiosi e riforma istituzionale.
Anche gli ultraortodossi potrebbero diventare decisivi: integrarli in una coalizione alternativa aiuterebbe l’aritmetica, ma renderebbe più difficile intervenire sulla questione della leva militare. Più ampio è il fronte necessario per impedire a Netanyahu di tornare al governo, più difficile diventa trovare una piattaforma capace di tenerlo insieme.
Inizia in Israele il post-Netanyahu?
Il clima nel quale si è votato rende il risultato ancora più significativo. Nei giorni precedenti alle elezioni sono emerse indiscrezioni secondo cui Netanyahu avrebbe spinto per una nuova operazione contro l’Iran. Il premier ha negato, mentre secondo diverse ricostruzioni il capo di stato maggiore Eyal Zamir avrebbe espresso riserve su un’azione militare. Il confronto ha mostrato quanto la sicurezza continui a essere intrecciata alla competizione politica.
Ma forse il punto più importante emerge guardando oltre la formazione del prossimo governo. Il voto non dimostra ancora che Israele sia entrato in una fase post-Netanyahu. Può però aver aperto uno spazio politico nuovo. La questione non è soltanto chi sostituirà Netanyahu, ma se il Paese sarà in grado di superare le dinamiche che hanno caratterizzato il suo lungo ciclo politico.
Il significato delle elezioni
Questo riguarda almeno tre livelli. Il primo è il sistema partitico, ancora largamente organizzato attorno alla contrapposizione tra chi è pro o contro Netanyahu. Il secondo è la visione strategica del Paese: dopo il 7 ottobre e le guerre successive, Israele dovrà interrogarsi sulla propria politica di sicurezza, sul rapporto con i palestinesi e sul ruolo regionale che intende assumere. Il terzo riguarda le fratture interne alla società israeliana, tra cittadini ebrei e arabi, laici e religiosi, centro e periferia, che le vicende travagliate degli ultimi anni hanno spesso approfondito invece di ricomporre.
È qui che il voto del 27 ottobre potrebbe assumere un significato più ampio. Non necessariamente come l’inizio immediato di un’era post-Netanyahu, ma come il momento in cui il sistema politico costruito intorno alla sua leadership ha iniziato a mostrare i propri limiti. Netanyahu può essere ancora in grado di sopravvivere politicamente. Ma la domanda che le elezioni lasciano aperta è se Israele possa finalmente iniziare a costruire qualcosa oltre Netanyahu: un sistema partitico meno dipendente da una singola figura, una strategia più chiara per il futuro e un modo diverso di affrontare le fratture che attraversano il Paese.
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