Perché i brasiliani hanno votato ancora Lula
La rielezione di Luiz Inácio Lula da Silva al ballottaggio di domenica, con il 51,8 per cento dei voti validi contro Flávio Bolsonaro, ha sorpreso gran parte degli osservatori internazionali. Al primo turno, svoltosi il 4 ottobre, il senatore del Partito Liberale era avanti di oltre 2,2 milioni di voti, ma in sole tre settimane Lula è riuscito a ribaltare completamente il risultato. Non un miracolo, ma il prodotto di meccanismi strutturali consolidati della società brasiliana, rafforzati nelle ore decisive da una serie di mosse politico-istituzionali che hanno inclinato la bilancia a suo favore.
I pilastri del consenso di Lula in Brasile
Il primo pilastro del consenso lulista rimane geografico e sociale. Il Nordest continua a essere il grande serbatoio elettorale di Lula e del suo Partito dei Lavoratori (PT). In quella regione il presidente uscente ha superato il 69 per cento dei voti validi, imponendosi in tutti e nove gli Stati. È qui che i programmi di trasferimento di reddito raggiungono la densità maggiore e dove la dipendenza materiale dallo Stato è più marcata. Tutti gli istituti demoscopici mostrano con chiarezza che quasi la metà degli elettori di Lula indica come motivo principale del proprio voto la “protezione sociale e di classe”. Non tanto un’adesione ideologica astratta, ma la difesa concreta di un reddito di base e di servizi minimi di salute. La campagna del PT ha giocato su questo tasto con grande efficacia, alimentando il timore che un eventuale governo di Flávio Bolsonaro potesse tagliare quei benefici.
Accanto al fattore materiale esiste poi quello identitario. Lula, da oggi 81enne, continua a incarnare nella memoria collettiva la figura dell’operaio emigrato dal Nord-est, diventato sindacalista a São Bernardo do Campo e poi presidente della Repubblica per la prima volta quasi un quarto di secolo fa. Per milioni di brasiliani delle classi popolari e di quelle intermedie inferiori rimane “uno di noi”, qualcuno che conosce la povertà non dai libri, ma dalla scuola della vita. Questa identificazione genera una lealtà quasi tribale, che si trasmette di generazione in generazione soprattutto nelle periferie urbane e nelle piccole città del Nordest. Resiste agli scandali di corruzione, alle condanne giudiziarie (tutte successivamente annullate per vizi procedurali) e alle critiche sulla gestione economica degli ultimi anni.
Il voto contro Bolsonaro
Una parte rilevante del voto a Lula, tuttavia, non è un voto “per”, ma un voto “contro”. Contro la famiglia Bolsonaro, contro il ricordo degli assalti dell’8 gennaio 2023 ai palazzi del potere a Brasilia, contro la paura di una possibile deriva autoritaria. La campagna del secondo turno ha martellato sul tema della “difesa della democrazia” e delle istituzioni. Questo messaggio ha funzionato in particolare tra i giovani delle grandi città e tra coloro che al primo turno si erano astenuti. L’affluenza è salita di quasi due punti percentuali rispetto al primo turno, portando alle urne quasi tre milioni di elettori in più. Molti di loro hanno scelto Lula come male minore, convinti che l’alternativa rappresentasse un rischio più elevato per la tenuta democratica del Paese.
Il prolungamento del voto
A questi elementi strutturali si è aggiunto, nelle ore finali del ballottaggio, un episodio istituzionale che ha sollevato polemiche e che illumina un altro aspetto del successo di Lula: la capacità di attivare le leve istituzionali nei momenti per lui più critici. Pochi minuti prima della chiusura prevista dei seggi, infatti, il giudice della Corte Suprema Cristiano Zanin – ex avvocato di Lula nell’inchiesta Lava Jato, la Mani pulite brasiliana, e da lui stesso nominato alla Corte nel 2023 – ha accolto la richiesta del presidente di prolungare di due ore, fino alle 19 locali, l’orario di voto in tutto il Paese.
La decisione è arrivata dopo un duro intervento pubblico dello stesso Lula che aveva denunciato presunti tentativi di ostacolare il voto attraverso la riduzione dei trasporti pubblici, affermando che a San Paolo fosse stato ritirato dalla circolazione addirittura quasi il 40 per cento degli autobus e citando problemi analoghi a Salvador, Recife, Teresina e in altre città.
Lula aveva parlato apertamente di “banditismo”, di “sindaci criminali” e di “imprenditori senza scrupoli”, minacciando di chiedere l’arresto degli amministratori locali dopo le elezioni e richiamando il precedente del 2022. «Non permetterò che il popolo venga ingannato un’altra volta», aveva dichiarato, chiedendo esplicitamente di garantire a chi era in ritardo o senza mezzi di trasporto la possibilità di votare.
Il Brasile ha votato Lula non per un atto di fede
Il voto a Lula non è dunque un atto di fede cieca nella sinistra o nell’efficienza del suo governo. È il risultato di una combinazione di dipendenza materiale dai programmi sociali, identificazione personale con un leader carismatico, polarizzazione ideologica e, nei momenti decisivi, di un’influenza istituzionale che gli avversari faticano a contrastare. Finché queste leve continueranno a funzionare – soprattutto nel Nordest e tra i settori più vulnerabili della popolazione – il PT manterrà una base elettorale solida, anche quando i numeri economici e le aspettative di crescita deluderanno le attese.
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