‘Ndrangheta, pentito scomparso ritratta le accuse: «Ho subìto pressioni dalla procura antimafia»

Antonino Lo Giudice si rimangia le ammissioni di colpevolezza su due attentati a Reggio Calabria, parlando di parla di «pressioni della procura antimafia». Il pentito delle cosche calabresi era già stato accusatore del procuratore antimafia Alberto Cisterna, poi prosciolto

Un giallo nel giallo. Il pentito di ‘ndrangheta Antonino Lo Giudice, divenuto celebre quando si è autoaccusato per gli ordigni esplosi davanti alla procura generale di Reggio Calabria e alla casa del procuratore generale Salvatore Di Landro nel 2010, stamane avrebbe dovuto testimoniare nell’aula bunker di Reggio in un processo contro le cosche locali. Ieri sera era tuttavia giunta la denuncia della sua scomparsa dalla località segreta in cui abitava: non si avevano più sue notizie da ieri pomeriggio. Oggi però nell’aula bunker è giunta una novità altrettanto clamorosa, perché attraverso il figlio Lo Giudice ha fatto consegnare ai giudici del tribunale una busta regolarmente affrancata (inviata in precedenza proprio al figlio da una località del centro Italia) che al suo interno, in un’altra busta chiusa, conteneva una lettera, una sim, una chiavetta usb e un memoriale.

«RITRATTO TUTTO. PRESSIONI DALLA DDA». Nella chiavetta sono contenuti file video e immagini che mostrano lo stesso Lo Giudice mentre legge il memoriale spedito, in cui il pentito ha dichiarato di voler ritrattare tutte le accuse, perché frutto «di pressioni di alcuni magistrati della procura antimafia». Lo Giudice ha quindi escluso di essere il regista degli attentati di Reggio, per i quali era stato condannato nell’ottobre scorso a 6 anni e 4 mesi (agli arresti domiciliari per l’appunto in una località protetta) insieme ad altre tre persone da lui indicate ai pm come esecutori materiali. La busta chiusa contenente il memoriale è indirizzata all’avvocato del superboss della ‘ndrangheta Pasquale Condello, imputato nel processo di stamattina, e al pm Giuseppe Lombardo, che ha chiesto e ottenuto la secretazione del memoriale. Nella lettera, secondo quanto riportato dalle agenzie stampa, il pentito ha invece chiesto che il documento fosse divulgato, scrivendo anche che «mio fratello Luciano (altro celebre pentito, ndr) ha resistito a quelle pressioni della procura antimafia, mentre io non ci sono riuscito».

LE ACCUSE INFONDATE A CISTERNA. Nino Lo Giudice era stato anche il principale accusatore dell’ex procuratore nazionale antimafia Alberto Cisterna, che in seguito è stato prosciolto dalle accuse perché ritenute prive di riscontri e fondamento. Cisterna, dopo il decreto di archiviazione firmato dal gip lo scorso dicembre, ha tuttavia chiesto l’apertura di un processo per difendere la sua piena innocenza in sede dibattimentale. Ricostruendo la vicenda in un’intervista esclusiva a Tempi, Cisterna aveva spiegato: «Non vedo come un cittadino si possa liberare da una situazione di sospetto come quella costruita a piene mani su di me, con un’interpretazione unilaterale e, quindi, sbagliata dei fatti. Le accuse dovevano accertare due elementi ma nessuno di essi è stato riscontrato. È stata scritta una mole di dati che non riguardano in alcun modo l’accusa di corruzione, ritengo solo per tenere in piedi a oltranza la difesa dell’attendibilità di un collaboratore di giustizia, mettendo in soffitta le palesi falsità che dice. C’è stata ed è in atto sin dal primo momento una difesa strenua dell’attendibilità di un pentito a dispetto di ogni verità e delle sue calunnie, almeno di quelle nei miei confronti».