Che cosa c’entra l’Aldilà di Buzzati con le Olimpiadi?
C’è un quadro di Dino Buzzati che sarebbe stato perfetto come logo delle Olimpiadi di Milano-Cortina. È probabilmente il più famoso dipinto dal giornalista, scrittore, pittore e poeta nato centovent’anni fa a Belluno e adottato da Milano fino al giorno della sua morte, nel 1972: si chiama Piazza del Duomo di Milano, è del 1957, e rappresenta la più famosa chiesa meneghina trasfigurata in montagna dolomitica. Come tutti sanno il logo dei Giochi invernali è un altro, e anzi la piazza del Duomo buzzatiana è scomparsa all’ultimo dal video della cerimonia iniziale, dove avrebbe dovuto comparire (perché?, si chiede giustamente Francesco Chiamulera sul Corriere del Veneto). Il quadro, solitamente custodito dagli eredi dello scrittore in quella che fu la sua abitazione, oggi si può ammirare a Palazzo Reale all’interno della mostra Metafisica/Metafisiche.
Due libri e una mostra a Milano
Dino Buzzati resta però incontrabile in questi giorni grazie al lavoro di Lorenzo Viganò, presidente della Fondazione dedicata al grande giornalista del Corriere e curatore della sua opera, e a quello di Zelda Buffoni, vicepresidente della Fondazione. Innanzitutto con due libri usciti da poco, un’edizione aggiornata de I fuorilegge della montagna (in cui ci sono anche tredici articoli sulle Olimpiadi invernali del 1964), e un gioiello inedito dedicato proprio alla città che ospita i Giochi assieme a Cortina, Scusi, da che parte per piazza del Duomo?. Ma soprattutto con una mostra, imperdibile per buzzatiani e non, intitolata Dino Buzzati e l’aldilà, giustamente inserita nel programma della Olimpiade Culturale di Milano-Cortina 2026.

Inaugurata con la partecipazione di centinaia di persone il 29 gennaio scorso, e visitabile fino al 6 aprile, occupa gli spazi della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori nel cuore di Brera, a Milano, e nel 2027 farà parte del programma di Pordenone Città della cultura italiana. La mostra è un viaggio oltre i confini della morte attraverso le tavole di Poema a fumetti, prima graphic novel italiana in cui Buzzati rivisitò il mito di Orfeo e Euridice, e le immagini e le scenografie di Orfeo, film di Virgilio Villoresi (curatore anche lui con Viganò) che si ispira proprio al Poema.
Una bambina che ci guarda dall’alto
Del lungometraggio abbiamo già scritto qui, ma non serve averlo visto per inoltrarsi nelle sale della mostra e scoprire come il regista ha reso in movimento il mondo misterioso disegnato dall’autore bellunese. «L’idea ci è venuta quando era in corso la lavorazione del film», spiega Viganò a Tempi, «per far vedere come è stato girato, tra stop motion, animazione e attori veri. Contemporaneamente volevamo far vedere la genesi di un libro disegnato e scritto da un uomo nato 120 anni fa eppure modernissimo per le tematiche che tocca e per il modo in cui lo ha realizzato».

Ad accogliere il visitatore, fuori dal palazzo, la silhouette di una bambina con le trecce che ci osserva da una finestra in alto: è Onizia, la figlia perduta di una donna nel racconto che Orfeo fa alle anime dell’aldià quando canta loro «il grande mistero che voi non avete più», e che viene ritrovata addossata alla finestrella della mansarda mentre guarda fuori un volto che svanisce nella nebbia. Altri volti buzzatiani ci osservano dalle finestre sul cortile che si attraversa per vedere da vicino le scenografie di Orfeo e lo zootropio, macchinario ottocentesco che precorse il cinema ricostruito da Villoresi per animare i personaggi del suo film davanti agli occhi dei visitatori.

Il viaggio di Buzzati nell’Aldilà

Dentro all’aldilà immaginato dal regista e Viganò si incontrano schermi con le immagini e il backstage della pellicola, un piccolo diavolo illuminato in modo da proiettare un ombra gigantesca e incombente, ci sono i mostri che Orfi incontra viaggiando nel regno dei morti, decine di miniature dei personaggi dipinti da Buzzati nelle pagine del suo libro e poi c’è una grande sala dedicata a Poema a Fumetti e al suo autore: quindici tavole originali ancora da colorare, gli appunti e gli schizzi di Buzzati, c’è la mappa di Milano con l’indicazione dell’inesistente (nella realtà) e misteriosa via Saterna, c’è un quaderno col disegno del Babau, una teca con la macchina da scrivere di Dino, i suoi sci – una parte della mostra è dedicata al suo amore per la montagna – la sua tessera del Cai.
Ci sono le foto di Almerina, sua moglie, usata come modella per i disegni di Eura, l’Euridice di Poema, ci sono riviste erotiche francesi degli anni Sessanta dalle cui immagini Buzzati ha preso spunto per i numerosi disegni di donne provocanti del suo libro, dipinti e disegni famosi che lo hanno ispirato, c’è il dipinto di una giacca stregata che si intitola Ritratto di un vecchio nobile austriaco, e quello di una donna che grida in una stanza troppo piccola e spoglia guardando negli occhi, il capo reclinato dal terrore, noi che la guardiamo (L’urlo).

Tutti abbiamo una «villa con grande giardino apparentemente abbandonato»
Siamo sinceri, un po’ bisogna conoscere Buzzati per apprezzare a fondo questa mostra, e questo è probabilmente uno degli aspetti che più piacciono ai buzzatiani, spesso gelosi del proprio amore per un autore così unico. Il giorno dell’inaugurazione le sale della Fondazione Mondadori erano piene di ragazzi, signore impellicciate, uomini di ogni età, dandy, studenti, giornalisti, cinefili, amici giunti col passaparola, coppie innamorate, lupi solitari, donne che sembravano uscite da un suo racconto. Ci si riconosceva senza parlare, tutti sapevano di essere nel posto giusto e di portare, ognuno con sé, «una villa con grande giardino da moltissimi anni apparentemente abbandonata» – come da incipit del Poema – dietro la cui porta, però, si accede all’aldilà e al mistero delle cose.
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