“Orfeo”, un film buzzatiano bello da morire

Di Piero Vietti
27 Novembre 2025
Virgilio Villoresi porta al cinema "Poema a fumetti", viaggio d'amore nell'aldilà che si interroga sul senso della vita e della morte. E lo fa con una regia sorprendente. Da oggi in sala
L'attore Luca Vergoni sul set di
L'attore Luca Vergoni sul set di "Orfeo" (foto di Sara Costantini)

«O morte, o morte/ dono sapiente del Dio./ Da te le grazie del mondo/ anche l’amore./ E ora qui, dove tu non ritorni/ con occhi vuoti guardiamo/ le nubi, il mare, le selve/ senza più misteri».

Era cara la morte a Dino Buzzati – sebbene temuta più di ogni cosa – perché in fondo dà un senso alla vita. I versi citati compaiono in Poema a fumetti, graphic novel del 1969 (la prima in assoluto in Italia) che racconta la discesa agli inferi di Orfi per riportare in vita Eura, la ragazza che ama. Mito di Orfeo e Euridice ai giorni nostri, ma anche Divina Commedia buzzatiana che si interroga sul confine che c’è tra il nostro mondo e quell’altro, tra la vita e la morte, è un’opera che sbudella le domande sul tempo che passa, le attese, il mistero delle cose e la loro inevitabile corsa verso la fine.

“Orfeo”, storia di un amore e di una perdita

La locandina di "Orfeo", film di Virgilio Villoresi ispirato a "Poema a fumetti2 di Dino Buzzati

Onirico, scandaloso (ci sono un sacco di nudi di donne che all’epoca scandalizzarono), profondo, malinconico e commovente, Poema a fumetti adesso è diventato un film, Orfeo, che lo reinterpreta senza snaturarlo e riempie lo schermo di oggetti, simboli, disegni e suoni che, proprio come in un racconto di Buzzati, rimandano sempre a qualcos’altro. Presentato all’ultima Mostra del cinema di Venezia e da oggi in alcuni cinema selezionati (lo ha girato Virgilio Villoresi, lo distribuisce Double Line, l’elenco delle sale in cui lo proiettano, in aggiornamento costante, lo trovate qui), Orfeo non è un film “facile”, ma neppure una chicca che solo gli appassionati dello scrittore, giornalista e pittore bellunese possono apprezzare. Girato con attori veri, tecnica stop motion e animazione, è «una storia d’amore ma anche di una perdita, e la scoperta di un mondo sconosciuto».

La storia d’amore è quella tra il pianista Orfeo (in Poema suonava la chitarra) e la bella e misteriosa ballerina Eura, interpretati da Luca Vergoni e Giulia Maenza. È una storia che Buzzati non racconta e che Villoresi immagina ispirandosi alle pagine di altre opere dello scrittore – la lettera che lui scrive a lei è il «Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno» di Inviti superflui, da La boutique del mistero. Un amore che inizia a finire al suo culmine, quando «un suono ci colse di sorpresa» in una baita sulle Dolomiti: c’è tutta la poetica buzzatiana in quel rumore inquietante che rompe un idillio, ricordando a chi lo sente che qualcosa – la morte – incombe come un triste presagio su ogni istante della nostra esistenza.

Una scena di "Orfeo", film di Virgilio Villoresi
Orfeo scende nell’aldilà in una scena del film

Il viaggio nell’aldilà

Eura sparisce, dopo non essere riuscita a dire a Orfeo che sta male. E quando, affacciato dalla finestra della sua casa in via Saterna, strada immaginaria che Buzzati colloca proprio dietro a via Solferino a Milano, lui vede l’ombra di lei attraversare la porta del giardino di una villa misteriosa in cui nessuno è mai entrato, vuole correre a salvarla, e riportarla tra i vivi per amarla ancora. Quella porta è una delle innumerevoli sparse per il mondo che conducono all’aldilà, e il bussare insistente di Orfeo, come nel mito, la fa aprire.

Il viaggio nel mondo dei morti in cui Villoresi accompagna spettatore e protagonista è pieno di musica malinconica e bellissima, arazzi, oggetti come nostalgie, donne provocanti che però non sono Eura; ci sono anime che guardano da certi spioncini il mondo dei vivi e rimpiangono ciò che poteva essere e non sarà mai più; c’è il palazzo dei maniaci dove i morti a due e due passano l’eternità a cercare di ricordare.

C’è il diavolo custode, una giacca stregata che spiega e fa vedere gli inferi al pianista innamorato, così simili a Milano; c’è il tempo che sta per finire prima di potere riabbracciare Eura, un corno da suonare sulle montagne, emissari della morte che portano via il cadavere di Orfeo bambino; c’è un treno «direttissimo espresso dell’eternità della morte» che sta per partire, una voce che attraversa gli «Himalaia delle anime» per amore e c’è un anello verde che è una promessa.

L'attrice Giulia Maenza in una scena del film di Virgilio Villoresi "Orfeo"
Giulia Maenza è Eura nel film “Orfeo”

Che cos’è la vita? E la morte?

Orfeo è un pezzo di cinema di altissima qualità, ha il ritmo di un sogno ed è girato con tecniche artigianali e sperimentali insieme; soprattutto, ha il pregio di parlare di qualcosa che la cultura contemporanea non osa più affrontare, la morte, e lo fa parlandone come la fine di tutto, ma come di qualcosa che c’entra con la vita e con il significato delle nostre attese, paure, gioie. È nell’al di là di Poema a fumetti che i morti «con occhi vuoti» guardano «le nubi, il mare, le selve senza più misteri». Che cos’è la vita? Perché si muore? Né Poema a fumettiOrfeo si azzardano a rispondere. Ma all’uomo che accanto alla porta del giardino misterioso dice che dall’altra parte non c’è nulla, e tutto era fantasia, Buzzati e Villoresi rispondono con una promessa sussurrata: «Un giorno ci rivedremo».

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