Monsey, tutto fa brodo per incolpare Trump

Per la sinistra è sempre il suprematismo bianco trumpiano l’origine di tutti i mali, anche quando non c’entra nulla

Thomas Grafton era tutto coperto di sangue quando si è consegnato agli agenti di polizia ad Harlem. Solo un’ora prima aveva fatto irruzione con un machete nella casa di Chaim Rottenberg, rabbino di Monsey, a 50 chilometri da New York, dove decine di ebrei ortodossi stavano festeggiando Hanukkah. Cinque accoltellati, due gravi, uno dei quali dilaniato da almeno sei fendenti, è il bilancio dell’aggressione avvenuta la sera del 28 dicembre che il governatore Andrew Cuomo ha definito «un atto di terrorismo domestico alimentato da intolleranza e ignoranza», «un’atmosfera di odio si è sviluppata in questo paese negli ultimi anni. In molta parte proviene da Washington e sta contagiando tutti noi», ha assicurato il sindaco di New York, Bill de Blasio.

SE L’AGGRESSORE È UN AFROAMERICANO

Thomas Grafton è un 37enne di Greenwood Lake afroamericano. Come afroamericano era l’uomo che ha pugnalato a Brooklyn un ebreo ortodosso nei pressi della sinagoga, e afroamericana era la coppia di killer affiliati al Black Hebrew Israelites (movimento settario che predica la separazione dall’uomo bianco) che qualche settimana fa ha preso d’assalto un supermercato kosher di Jersey City, uccidendo quattro persone: l’obiettivo, secondo il sindaco Steven Fulop, era la yeshiva attigua, dove 50 bambini si nascondevano sotto i tavoli, terrorizzati. L’episodio «è stato per lo più ignorato negli Stati Uniti. Nessun raduno o marcia contro l’antisemitismo che lo ha scatenato (…), l’abituale rabbia sulla violenza legata alle armi da fuoco che esplode dopo una sparatoria di massa non l’abbiamo trovata. Le vittime e i responsabili dell’attacco sono scomodi. L’America non può piangere gli ebrei ortodossi e non può affrontare i colpevoli quando questi provengono da una comunità minoritaria» ha scritto schietto il Jerusalem Post, riferendosi al tentativo dei media di liquidare gli omicidi come «irrilevanti e casuali», e affrontando senza mezzi termini il problema della grande rimozione americana in fatto di antisemitismo.

«WHITE SUPREMACY KILLS»

«Nella società americana – prosegue il giornale – c’è generalmente posto per un solo tipo di razzismo. Ci sono suprematisti bianchi di estrema destra e poi tutti gli altri. Questa visione del mondo manichea dell’antisemitismo e del razzismo significa che siamo a nostro agio con un solo tipo di responsabile. Uomini bianchi e arrabbiati, quelli sono i razzisti». Va da sé che la deputata dem Rashida Tlaib, appena saputo dell’attentato al supermercato, abbia retwittato una foto delle vittime di Jersey City con il commento «è straziante. White Supremacy Kills». Il tweet è stato rimosso, ma dice molto sull’incapacità dell’America di affrontare una narrazione più complessa di quella offerta dal calderone degli slogan “tolleranza zero per i crimini d’odio” se non ha da punire un suprematista bianco.

L’IMBARAZZO DI CHI DIVIDE IL MONDO IN IDEOLOGIE

Lo stesso Forward, quotidiano ebraico – dopo aver pubblicato un articolo che accusava gli ebrei di essere troppo duri con i leader neri sulla questione antisemitismo e un editoriale del dem Eric Swalwell dal titolo fin troppo esplicativo “Dobbiamo ritenere Trump responsabile di abbracciare l’antisemitismo” – ammette che gli autori degli ultimi attacchi ai danni degli ebrei in America non erano bianchi, «lasciando molti in imbarazzo su come spiegarli o addirittura parlarne. Vi sono poche prove che questi attacchi siano ideologicamente motivati, almeno in termini di ideologie di odio con cui abbiamo più familiarità. E qui sta il problema nel parlare dei violenti attacchi contro ebrei ortodossi: in un momento in cui l’ideologia regna suprema nelle chiacchiere e nei dibattiti politici, il ritorno del pogrom sul suolo americano trascende l’ideologia. Nella lotta all’antisemitismo non si possono incolpare così facilmente i nemici tradizionali – perché nell’era di Trump, con molte persone è una questione persa in partenza».

VIGNETTE, DISTURBI MENTALI E CORSI CONTRO L’ODIO

La questione è drammatica e complicata, lo è il nesso tra antisemitismo e la forte critica di Israele, lo è quello tra la retorica sulle categorie oppresse e la retorica sul privilegio bianco (che inevitabilmente cozzano spostando gli ebrei ora fra le vittime, ora fra gli oppressori colonialisti, o declassano l’antisemitismo a ostilità politica nei confronti di Israele). Ad aprile il New York Times ha pubblicato una vignetta che raffigurava il premier Benjamin Netanyahu come un cane, con la stella di David al collare, che trascina al guinzaglio un Trump cieco con la kippah (poi si è scusato). E nel lungo pezzo (a cura dell’Ap) che pubblica per raccontare con dovizia di particolari la storia dell’attentatore di Monsey (residente con la madre a Greenwood Lake, e che giocava a football alla William Paterson University etc), non dice mai che Thomas è afroamericano, soffermandosi piuttosto sulle dichiarazioni del pastore amico di famiglia che spiega come l’uomo abbia sofferto di disturbi mentali e che probabilmente sia questa la ragione dell’assalto. O ancora sulle dichiarazioni del sindaco Bill de Blasio che nei giorni precedenti all’assalto aveva annunciato «la formazione di coalizioni di sicurezza multietniche e interreligiose per mettere a punto strategie volte a disinnescare potenziali crimini d’odio prima che accadano», e che alcune scuole di Brooklyn introdurranno «corsi di sensibilizzazione contro i crimini d’odio durante le lezioni».

LE COLPE DI TRUMP

Nel frattempo la parola d’ordine è semplificare, rimuovere, liberare il paese dal «cancro» dell’odio che per Cuomo pervade la società e la politica. Ovviamente alimentata da quella che su twitter è già diventata «la più grave minaccia nel nostro paese: i legislatori repubblicani». Quando gli è stato chiesto se stava incolpando Trump per gli attacchi antisemiti, de Blasio ha risposto «non solo lui», e tra i dem è tutto un retwittare al popolo messaggi come quello di Nathan Schneider: «Trump è direttamente responsabile di questa violenza antisemita e se non prendiamo misure drastiche per affrontare questa minaccia, gli attacchi peggioreranno e saranno più frequenti».

ELEGGERE LEADER COME OBAMA

Il Washington Post ha dato spazio alle tantissime critiche mosse dai progressisti contro il presidente degli Stati Uniti, accusato di non essere stato sufficientemente risolutivo nel denunciare l’antisemitismo e di avere spesso perpetuato stereotipi offensivi sul popolo ebraico. Il dem Steve Cohen ha condiviso un tweet del comico Noel Casler che collega l’attacco alla casa del rabbino a «tre anni di antisemitismo da parte dell’amministrazione Trump. Per non parlare delle politiche anti-musulmane, latinoamericane e omofobe a livello nazionale applicate con gioia da un GOP rabbioso e razzista». E la corrispondente del WP Mairav Zonszein ha twittato senza mezzi termini: «Ritengo la Casa Bianca di Trump direttamente responsabile delle crescenti violenze contro gli ebrei ortodossi in America». E dopo: «Io personalmente sono stata attaccata e insultata da quella che sembra una moda coordinata per sostenere un presidente che ha rafforzato il nazionalismo bianco e normalizzato l’antisemitismo. Mi sento minacciata in quanto ebrea per la prima volta in vita mia». Contro Trump e l’ondata di antisemitismo sotto il suo mandato anche lo scrittore Jonathan Safran Foer che invita a «eleggere leader che plasmino la civiltà, sopprimano i pregiudizi, legiferino per la giustizia. Non è una coincidenza che i crimini d’odio siano stati molto più bassi durante l’amministrazione Obama».

TRA WASHINGTON E NEW YORK

Da parte sua Trump ha definito l’assalto alla casa del rabbino di Monsey «Orribile, dobbiamo unirci per lottare, affrontare e sradicare il malefico flagello dell’antisemitismo». Più dura sua figlia Ivanka, di fede ebraica, che rispedisce ai Cuomo e ai De Blasio le accuse a Washington. «L’attacco feroce a Monsey, è stato un atto di pura malvagità. L’aumento della violenza antisemita a New York e nel paese riceve troppo poca attenzione da parte della stampa nazionale e troppo poca azione dai governi locali». Nella sola settimana della Festa delle Luci si sono registrati tra Mahattan e Brooklyn non meno di 10 aggressioni ai danni di persone ebree.

Foto Ansa