Un mondo di anziani

Di Robi Ronza
05 Maggio 2026
La crisi demografica non riguarda solo l'Europa, ma anche Stati Uniti e l'Asia/Pacifico. Preoccupante, in particolare, la situazione di quest'ultima area dove è carente l'assistenza sanitaria e il sistema pensionistico
Anziano a passeggio con mascherina

Negli ultimi settant’anni la popolazione umana mondiale si è triplicata, ma adesso (salvo il caso dell’Africa subsahariana) ristagna o declina. È questo un preoccupante fenomeno globale, molto opportunamente al centro di un dialogo in corso in questi mesi sul substack Lisander.

A tale dialogo ho tra l’altro contribuito con un mio intervento dal titolo “La crisi demografica non è innanzitutto una questione politica”. È un intervento che prende le mosse dal fatto che negli anni della Seconda guerra mondiale nacquero in Italia circa il doppio dei bambini (tra i quali io stesso) che nascono oggi, il che a mio avviso conferma definitivamente che sulla scelta di avere figli le condizioni di contesto socio-economico e politico non hanno in influsso decisivo.

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Il crollo degli Stati Uniti

La crisi demografica non riguarda soltanto l’Europa, come spesso si pensa. Significativo il caso degli Stati Uniti che – mentre le loro fondazioni diffondevano nel mondo la paura della crescita demografica – al proprio interno, pur senza proclamarlo, hanno puntato su tale crescita con tutte le forze passando dai poco più di 203 milioni di abitanti del 1970 agli oltre 348 milioni dello scorso aprile.

Negli ultimi anni anche negli Usa il tasso di fertilità è però crollato. Nel 2024-2025, ha raggiunto nuovi minimi storici, scendendo a circa 1,6 – 1,7 figli per donna, ben al di sotto del livello di sostituzione di 2,1 necessario per mantenere la popolazione stabile senza immigrazione.

Asia e Pacifico

Il fenomeno è in ogni caso, come dicevamo, planetario, ed è soprattutto nei Paesi semi-sviluppati, dove il sistema pensionistico è incompleto o insufficiente, che le conseguenze potranno essere drammatiche.

Colpisce in particolare il caso dell’Asia/Pacifico, ove vive il 60 per cento della popolazione del pianeta. Secondo uno studio recente della Commissione economica e sociale dell’Onu per tale area (citato da Asia News, l’agenzia di notizie del Pime di Milano), entro il 2050 nell’Asia/Pacifico il numero di persone sopra i 65 anni raddoppierà, sfiorando il miliardo.

Il cambiamento sarà così rapido che serviranno appena 26 anni per passare da una società “in invecchiamento” a una società “anziana”. In alcune parti d’Europa lo stesso processo ha richiesto quasi un secolo.

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Cultura e politica

La prospettiva è tanto più drammatica se si considera che nell’Asia/Pacifico due terzi dei lavoratori (si stima circa 1,3 miliardi di persone) operano oggi nel settore informale e sono quindi privi di protezione sociale. Non hanno accesso all’assistenza sanitaria e non avranno pensioni di anzianità. E in un contesto nel quale – non meno che nelle economie più sviluppate – sta ciononostante diventando ormai impraticabile la solidarietà inter-generazionale primaria che era ovvia e possibile nelle antiche società contadine.

Fermo restando che una prima risposta al problema può venire dall’allungamento dell’età di lavoro e dalla crescita del mercato dei servizi agli anziani, è evidente che innanzitutto importa rimotivare alla famiglia e alla fertilità. Un’urgenza alla quale, come scrivo su Lisander, la risposta può venire dalla cultura assai più che dalla politica.

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