Te lo do io il Mondiale. Il caldo, le morti sul lavoro e il rischio default. E mancano ancora nove anni a Qatar 2022

Anche Joseph Blatter, il numero della Fifa, riconosce i limiti della competizione nell’emirato arabo, dove tra lavoratori sfruttati e migranti sottopagati si rischia il patatrac economico

Una settimana fa, per la prima volta, Joseph Blatter ha mostrato una crepa nel suo muro di certezze sul Mondiale 2022: forse assegnare la competizione al Qatar non è stata la scelta più azzeccata. Il presidente della Fifa in un’intervista a InsideWorldFootball ha dovuto riconoscere che disputare nel piccolo Stato arabo una rassegna calcistica d’estate è praticamente impossibile viste le temperature roventi, contro le quali a nulla servirebbero neppure i maxi-impianti di condizionamento che verrebbero applicati sugli stadi.
Dopo due anni di conferme e rivendicazioni sulla bontà della scelta presa dalla Fifa, ora anche il numero uno del massimo organo calcistico si è dovuto arrendere alla più evidente ed elementari delle difficoltà di un Mondiale in terra araba: il caldo torrido. E ha dovuto accogliere così l’alternativa che da sempre il calcio europeo vorrebbe evitare, ossia spostare il Mondiale in inverno, inserendolo forzatamente in calendario tra coppe e campionati.

GLI STADI VERRANNO SMONTATI. Mancano ancora 9 anni alla Coppa del Mondo in Qatar e crescono le contraddizioni dell’investitura dell’emirato a sede della più importante rassegna calcistica per Nazionali. In principio era l’edificazione degli stadi, ben 12 maxi-arene tirate su dal nulla in un raggio di trenta chilometri, tutte costruite con lo scopo di essere poi smantellate una volta finita la Coppa (d’altronde, quale utilità avrebbero avuto in una Nazione da 2 milioni di abitanti, dove il campionato calcistico locale è nulla e risulta noto solo per l’ospitalità offerta ad alcuni vecchi big sulla via del tramonto, da Batistuta ad Effenberg, da Romario a Guardiola?). Sullo sfondo, come detto, la querelle su caldo e afa cui di mese in mese si è aggiunta quella, ben più seria, sulle condizioni di lavoro dei tantissimi immigrati impiegati nella realizzazione degli impianti.

CONDIZIONI DI LAVORO DEGLI OPERAI. Sono 1,2 milioni i lavoratori giunti negli ultimi due anni nel Qatar. Gran parte arriva da India, Filippine, Nepal, Indonesia. Lavorano senza le minime garanzie di sicurezza sui cantieri, sottopagati, costretti a duri turni di lavoro e privati di qualsiasi garanzia sindacale.
La Ituc (International Trade Union Confederation) non si è fatta problemi a definire il Qatar «Stato schiavista del XXI secolo», dove gli incidenti sul posto di lavoro sono saliti da 600 in un anno (dato del 2008) a più di 1000 (2013), con tassi di incidenti mortali otto volte più alti di quanto avviene, ad esempio, nel Regno Unito.

TROPPI MIGRANTI, SI RISCHIA IL DEFAULT. Tutto ciò non ferma il costante arrivo di lavoratori dalle nazioni asiatiche, un flusso costante che spalanca le porte ad un nuovo problema: come infatti spiega il blog erebmedioriente, il Qatar ha una crescita demografica di 11 punti percentuali all’anno su una superificie geografica però decisamente ridotta, poco più piccola del Trentino Alto-Adige. Ai 2,2 milioni di abitanti se ne aggiungono altri 2 milioni di migranti, tutti concentrati attorno all’unico centro metropolitano dell’emirato, Doha. L’economia nazionale cresce a gran ritmo (+6,8 per cento all’anno), ma potrebbe non bastare per sostenere un boom demografico simile, in uno Stato che importa il 99 per cento di cibo e acqua. Il rischio è quello del default. Per non parlare poi del problema traffico: in quattro anni il numero di automobili del paese è triplicato.