Migranti. La Turchia è un paese sicuro? Perché rischia di saltare l’accordo con l’Ue

I primi 202 profughi deportati dalla Grecia non avevano fatto richiesta di asilo e non fanno testo. Per processare le altre migliaia potrebbero servire settimane, mesi, anni

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L’accordo tra Ue e Turchia per il rimpatrio dei migranti è sempre in alto mare. Una settimana fa i primi 202 profughi, accampati sulle isole greche di Lesbo e Chio, sono stati deportati sulla costa turca a Dikili, segno che qualcosa si è mosso, ma come scritto dal Der Spiegel si è trattato solo di propaganda per mascherare i veri problemi del patto.

MESSAGGIO CHIAVE. La prima nave con i 202 migranti è stata fatta salpare al solo scopo di lanciare un messaggio a tutti: non venite, perché dovrete tornare indietro. Ma i primi profughi erano tutte persone che non hanno mai chiesto l’asilo in Grecia, volendo raggiungere il Nord Europa. E Atene può rimandare ad Ankara questo tipo di migranti grazie a un accordo risalente al 2002. Il nuovo patto non è stato dunque ancora applicato e non c’è niente di nuovo sotto il sole.

SETTIMANE, MESI, ANNI. Degli oltre 3 mila migranti che si trovano a Lesbo, l’isola che papa Francesco visiterà il 16 aprile, praticamente tutti hanno fatto richiesta di asilo. Il motivo è semplice: ora il governo greco non li potrà più deportare in Turchia, se non dopo aver analizzato i loro casi uno per uno. Chi otterrà l’asilo sarà ammesso in Europa direttamente, gli altri saranno rimandati indietro. Ma questo lavoro di verifica può richiedere settimane, mesi e anche anni. Atene al momento ha a disposizione solo 295 impiegati per processare tutte le richieste di asilo. La Commissione Europea ha promesso di inviare in aiuto 2.300 esperti, servono soprattutto traduttori, ma finora sono pochi quelli arrivati.

PRIME “SVISTE”. Il rischio è che non tutto venga fatto secondo legge: uno scoop del Guardian ha rivelato settimana scorsa che nel gruppo dei primi 202 migranti portati indietro in Turchia, 13 afghani e congolesi non hanno potuto fare richiesta di asilo. Secondo il direttore dell’agenzia rifugiati dell’Onu per l’Europa, la polizia ha “dimenticato” di farlo. Ad ogni modo, il problema per l’Unione Europea non sono i migranti economici o quelli che hanno scarse possibilità di ottenere l’asilo, ma i siriani.

IL NODO LEGALE. Fino all’anno scorso, riporta sempre il Der Spiegel, qualunque siriano poteva essere ragionevolmente certo di bussare alle porte dell’Europa e di ottenere asilo. Ora però l’Ue ha bisogno di respingerli e l’unico modo per farlo è dichiarare la Turchia un paese sicuro dove restare. Dal momento che quasi tutti i siriani arrivati in Grecia sono passati attraverso la Turchia, solcando il Mar Egeo, dal punto di vista legale gli agenti di Bruxelles hanno bisogno di dimostrare che non c’è bisogno di venire in Europa: per scappare dalla guerra ed essere al sicuro è sufficiente fermarsi a Istanbul.

TURCHIA PAESE SICURO? La domanda dunque diventa: secondo le regole europee, la Turchia ha tutti i requisiti per essere definito un paese sicuro? Gli esperti sono divisi. E molte organizzazioni per i diritti umani, come la tedesca Pro Asyl, hanno già annunciato che faranno ricorso alla Corte europea di giustizia e alla Corte europea per i diritti dell’uomo. Se i giudici dovessero bloccare anche una singola deportazione scoppierebbe il caos; il messaggio inviato dall’Ue con la prima tornata di deportazioni – non venite perché dovrete tornare indietro – non sarebbe più credibile. E anche l’accordo con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan potrebbe saltare.

Foto Ansa/Ap


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