«Non ci siamo dati la vita, risparmiarla è contro la nostra natura»

Padre Georgeon e il cardinale Scola raccontano la testimonianza dei 9 martiri cristiani di Tibhirine, raccolta in un libro in vista della loro beatificazione

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Foto dei monaci martirizzati nel 1996 nel monastero di Tibhirine, Tunisia

Tanto pubblico, di ogni classe d’età, e relatori d’eccezione alla serata della presentazione milanese del libro La nostra morte non ci appartiene, che racconta la vicenda dei 19 cristiani trucidati in Algeria negli anni della guerra civile fra islamisti ed esercito che fra il 1991 e il 2002 provocò 150 mila morti. Martiri che saranno proclamati beati il prossimo 8 dicembre, e che comprendono non solo i 9 monaci trappisti di Tibhirine, la cui storia è arrivata anche al grande pubblico grazie al film Uomini di Dio, ma suore, missionari dei Padri Bianchi e un vescovo, monsignor Pierre Claverie di Orano.

A evidenziare l’eredità spirituale che ci hanno lasciato e a rilanciare la lezione di vita che ci hanno impartito col sacrificio della propria, il Centro culturale di Milano ha chiamato uno degli autori del libro edito dalla Emi (Editrice missionaria italiana) e confratello dei trappisti martirizzati sui monti dell’Atlante, il padre Thomas Georgeon che è anche il postulatore della causa di beatificazione di tutti e 19 i martiri d’Algeria; e l’arcivescovo emerito di Milano, il cardinale Angelo Scola, che fra le tante cose è stato l’iniziatore della Fondazione internazionale Oasis, che dal 2004 promuove la conoscenza e l’intesa fra cristiani e musulmani, con particolare attenzione alla condizione dei cristiani d’Oriente.

UN’ESISTENZA CHE NON CI APPARTIENE

Si trattava anzitutto di spiegare il titolo del libro, e lo ha fatto il padre Georgeon: «La storia dei monaci di Tibhirine mi insegue dal giorno della loro morte», ha esordito. «Ero un giovane monaco in procinto di professare i voti definitivi, e quel sacrificio illuminò quel che significava dare la vita fino alla sua fine, senza sapere come la fine verrà. Quando doniamo la nostra vita a Dio, non ci appartiene più non solo la nostra vita, ma anche la nostra morte. Il sacrificio dei miei confratelli trappisti s’iscrive nello spirito della Chiesa in Algeria, che ha scelto all’indomani dell’indipendenza nel 1962 di essere Chiesa algerina, cioè Chiesa umilmente al servizio di un popolo che non condivide la nostra fede; in particolare al servizio dei più piccoli e dei giovani».

IL «DISAGIO» DI SCOLA

Il cardinal Scola ha subito introdotto una nota problematica: «Devo confessare che provo disagio a parlare stasera, perché noi viviamo in un clima di individualismo sfrenato che ci porta a mettere sempre davanti noi stessi, a cercare costantemente il riconoscimento di sé nel rapporto con l’altro. Parlare di uomini e donne che hanno dato interamente la propria vita agli altri come dono e come perdono, mi mette in difficoltà, perché noi siamo gente che consuma tutto. Ho incontrato l’esperienza dei monaci di Tibhirine subito dopo l’eccidio, quando ho potuto leggere il testamento spirituale di padre Christian de Chergé, che non esito a definire una delle espressioni più elevate del pensiero del secolo scorso».

A questo punto Scola ha citato alcuni brani del testo di padre De Chergé:

«Se mi capitasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era “donata” a Dio e a questo paese.
 Che essi accettassero che l’unico Signore di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. (…) La mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: “Dica, adesso, quello che ne pensa!”. 
Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i Suoi figli dell’islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze».

IL VERO SENSO DEL DIALOGO INTERRELIGIOSO

«Queste», ha ripreso Scola, «sono le parole più profonde che io abbia mai incontrato per descrivere cosa sono la conoscenza e il dialogo con i nostri amici musulmani. Dio stabilisce la comunione giocando con le differenze: questo è il senso del dialogo interreligioso, che è parte importante della nostra fede cristiana e motivo di speranza di risorgimento per la stanca Europa. E Dio non è estraneo al destino di sacrificio del martire cristiano. Come ha scritto anche Hans Urs von Balthasar».

La citazione da Cordula ovverosia il caso serio di Von Balthasar che Scola propone è la seguente:

«Lo stato di persecuzione è lo stato normale per la Chiesa nel mondo, e il “martirio”, cioè la testimonianza del cristiano è la sua situazione normale. Non nel senso che la Chiesa debba essere continuamente e dovunque perseguitata, ma se lo è per un po’ di tempo e in determinate regioni, essa dovrebbe subito ricordare che è partecipe di una Grazia che le è stata promessa».

«Il martirio dunque può non essere quello del sangue», ha ripreso Scola, «ma deve essere sempre quello della speranza. Siamo chiamati ad offrire circostanze e rapporti, di modo che il nostro abbandono alla volontà del Padre ci faccia di nuovo imparare la libertà. I fratelli martirizzati a Tibhirine ci sono di consolazione perché anche loro, come noi, hanno dovuto sfidare le loro fragilità, le loro paure. Come il ladrone pentito, si sono affidati a Cristo insieme al quale si sono ritrovati sulla croce. E Cristo al ladrone non ha chiesto una conversione morale, ma un atto di fede».

AMARE ANCHE I NEMICI

copertina del libro "La nostra morte non ci appartiene"Padre Georgeon ha ripreso la parola per spiegare il significato profondo delle imminenti beatificazioni: «Uno dei significati della canonizzazione è che siamo chiamati a vivere l’alterità, cioè ad accogliere la differenza dell’altro, che spesso ci fa paura. Preferiremmo vivere fra noi, insieme a quelli che ci assomigliano. Ma la differenza ci è donata per arricchirci e farci crescere nella nostra identità, non per farcela perdere. E in questo c’è il segno della fraternità universale di cui il mondo ha bisogno. Il fanatismo conduce all’odio, che fa di noi delle vittime, ma ai cristiani non è chiesto solo di amarsi gli uni gli altri, ma di amare anche i nemici. Il Vangelo ci spinge oltre le nostre paure e a superare l’inclinazione a vivere solo insieme a chi è simile a noi».

Per riportare questi concetti all’esperienza dei martiri di Tibhirine padre Georgeon ha letto brani di testi di fratel Luc, uno dei trappisti rapiti e uccisi:

«Perdere la vita: il Cristo non esiste per se stesso ed è per questo che noi troviamo la nostra salvezza esistendo per Lui, cioè per i suoi fratelli che sono anche nostri. (…) Se la fede salva, è perché fa volgere il nostro sguardo verso un altro, e quindi crea una relazione che ci strappa alla nostra solitudine mortale. Ogni volta che abbandoniamo la preoccupazione di noi stessi per la preoccupazione di un altro, viviamo questa fede, che è, magari inconsapevolmente, fede in Dio. (…) Noi non ci siamo dati la vita, risparmiarla è contro la nostra stessa natura. Ricercare la felicità conduce alla delusione e dunque all’infelicità, se vuoi essere felice, rendi felice qualcun altro».

UN LEGAME CHE SOPRAVVIVE

«L’Algeria è un paese giovane, il 60 per cento degli algerini di oggi sono nati dopo i fatti di Tibhirine», ha proseguito padre Georgeon, «ma continua il legame fortissimo fra la Chiesa e il popolo algerino, legame che i futuri beati hanno vissuto tantissimo, così come gli altri religiosi cristiani che hanno vissuto il cammino di spogliamento e di offerta di quegli anni, e sono ancora vivi e presenti in Algeria. Anche tanti algerini sentono questo legame: al funerale dei Padri Bianchi trucidati a Tizi Ouzou parteciparono 4 mila musulmani e 150 cristiani; molti algerini fra i 50 e i 70 anni ricordano con piacere il tempo trascorso presso le scuole professionali cristiane. Oggi il monastero di Tibhirine è mèta di pellegrinaggi, riceve anche 200 persone al giorno, e il 95 per cento di queste sono musulmane. I musulmani rispettano la Chiesa che ha sempre mostrato rispetto per la fede dei musulmani algerini. Senza nessun sincretismo, i monaci dell’Atlante hanno vissuto immersi nell’islam restando radicati nella loro fede cristiana. Non si è mai trattato per loro di creare chissà quali ponti. Padre Christian de Chergé come altri si cibava dell’islam non per costruire ponti, ma perché sapeva che Dio può insegnare a noi qualcosa attraverso la fede degli altri».

«DEVE ESSERE L’ISLAM AD APRIRSI»

Interpellato dal conduttore Giorgio Paolucci sulla questione della libertà religiosa nell’islam, alla luce di fatti come le proteste per l’assoluzione di Asia Bibi in Pakistan e i ricorrenti attacchi contro i copti egiziani, il cardinal Scola ha risposto: «Anzitutto bisogna che ci rendiamo conto che non esiste l’islam ma esistono gli islam, al plurale. Poi che non siamo noi che dobbiamo aprire l’islam, ma che deve essere l’islam ad aprirsi. Quel che tocca a noi è testimoniare come la fede cristiana apra e animi la nostra vita con la verità e con l’amore. Senza mai dimenticare che per aprirti all’altro e a Cristo devi lasciarti ferire dall’altro. Come scriveva Oscar Wilde riavvicinandosi alla fede: “Da dove può entrare Gesù se non attraverso un cuore spezzato?”. Io credo che veramente siamo ancora alla superficie nella percezione della fede che ci è stata donata, che ci è chiesto un grande cambiamento. Non è un evento casuale il martirio di padre Hamel, il sangue di un cristiano versato per la prima volta dopo molti anni sul suolo europeo in odio alla fede. Non sono un caso questi segni in un momento storico nel quale ognuno cerca nell’altro solo la conferma della propria eccellenza, solo il riconoscimento di sé. Mi ha detto il papa copto ortodosso Tawadros dopo l’ennesimo martirio di cristiani egiziani: “Così cammina la nostra storia e la forza della fede sulle strade del mondo”. Noi europei attualmente siamo piuttosto chiamati al martirio della speranza, ma bisogna pur viverlo! Asia Bibi, i martiri copti sono eventi che irrompono da fuori nel nostro quieto vivere, pro-vocazioni dentro al disegno di Dio che guida la storia, e il cui senso comprenderemo completamente solo in Paradiso».

«PASSARE ATTRAVERSO LA MORTE»

A padre Georgeon Paolucci ha posto la spinosa questione sul rapporto fra religione e violenza, così evidente in molti attacchi terroristici, i cui autori si appellano ai versetti del Corano. «Spesso si sente dire che a causa dei suoi sei secoli di ritardo sul cristianesimo l’islam non è ancora approdato all’esegesi del testo sacro», ha risposto padre Thomas. «Che la situazione del cristianesimo non era diversa prima della fine del XIX secolo. Il problema, in senso più spirituale, è che gli uomini tendono a non chiedersi se dietro l’interpretazione letterale della scrittura sacra c’è il desiderio di Dio o piuttosto il nostro desiderio umano. La domanda su religione e violenza io la intendo piuttosto così: cosa vuol dire oggi rendere testimonianza alla bellezza della fede in Cristo di fronte all’intolleranza e all’odio altrui? E la risposta è che Cristo ci insegna che per raggiungere la pienezza bisogna passare attraverso la morte. Oggi troppo spesso cerchiamo un rapporto con le altre religioni senza la croce, senza la sofferenza, ma questo non è possibile: la croce fa parte della nostra esistenza cristiana, e dobbiamo abbracciarla, anche se una cosa del genere non è di moda nella nostra società. Dobbiamo considerarci fortunati di poter ricevere il dono di questi martiri in via di canonizzazione oggi, perché diventano per noi modelli di vita e di forza evangelica».

Foto Ansa

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