Il manuale (inedito in Italia) che ha segnato il trionfo di un’omosessualità da gay pride

Quando uscì nel 1989 le reazioni furono quasi unanimemente di ironico scetticismo. Ecco come Marshall Kirk e Hunter Madsen hanno “pianificato” quel che sta accadendo oggi

gay-pride-shutterstock_143311240Domenico Dolce (Dolce & Gabbana) ha detto, in un’intervista al settimanale Panorama, che per fare un figlio ci vogliono un padre e una madre. Non sarebbe quella gran dichiarazione, anzi, sarebbe proprio banalotta; se non fossimo nel 2015, l’anno del trionfo dell’ideologia gay. L’anno in cui, se qualcuno dice una cosa ovvia che in qualche modo ha a che fare con l’omosessualità, viene attaccato manco fosse il mostro di Düsseldorf. Domenico Dolce vive nel 2015, e queste cose le sa; per questo gli va dato atto del coraggio. Ma come si è arrivati a questo punto?

Sono passati ormai dieci anni da quando abbiamo scoperto l’esistenza di un manuale di strategia gay volto a cambiare il pensiero comune sull’omosessualità. Si tratta di After the ball (Dopo il baccanale), mai tradotto in Italia e pubblicato negli Stati Uniti nell’anno fatale 1989 da Marshall Kirk e Hunter Madsen, rispettivamente neuropsichiatra ed «esperto di tattiche di persuasione pubblica e social marketing». I due strateghi, entrambi militanti del movimento, partono dalla constatazione che la «rivoluzione gay» degli anni Settenta e Ottanta è fallita. Vediamo che conseguenze ne trassero Kirk e Madsen e, soprattutto, quale nuova strategia vincente proposero. Se negli anni 1970-1980 “The gay revolution has failed” (La rivoluzione gay è fallita) (p. XV), gli anni Novanta presentano tuttavia una nuova possibilità per rilanciare la Rivoluzione gay. Quale possibilità? Gli autori lo spiegano senza pudore: «Per quanto cinico possa sembrare, l’Aids ci dà una possibilità, benché piccola, di affermarci come una minoranza vittimizzata che merita legittimamente l’attenzione e la protezione dell’America» (p. XXVII). Kirk e Madsen intendono questo: «Pensiamo a una strategia accurata e potente (…). I gay devono lanciare una campagna sul larga scala – che noi abbiamo chiamato Waging Peace campaign – per raggiungere gli eterosessuali attraverso i media commerciali. Stiamo parlando di propaganda» (p. 160). La denominazione della campagna è costruita sulla base di un gioco di parole, dal momento che “waging war” significa muovere guerra. Gli autori analizzano i «bottoni sbagliati» (p. 134) premuti dal movimento gay nei due decenni precedenti, «La discussione, o l’aumento della consapevolezza» (p. 136). Questa tattica non ha funzionato, secondo Kirk e Madsen, perché fondata sul presupposto erroneo che il «bigottismo antigay» non è una credenza che si possa confutare argomentando, ma un sentimento da affrontare come tale.

I tre «bottoni giusti»
Dopo di che, ecco come cambia l’agenda tattica. Basta con il «combattimento o l’assalto alle barricate» (p. 140). Stop a «Lo shock o l’inversione di genere» (p. 144). E dimenticate che sarà con la cultura e le marce dell’orgoglio che si cambia la mentalità di una società. Tali manifestazioni di affermazione della “diversità” sono controproducenti. Perciò occorre capovolgere il paradigma. Come? «Per prima cosa mettere un piede nella porta, rendendosi il più simile possibile a loro; dopo, e solamente dopo – quando l’unica tua piccola differenza è stata accettata – puoi iniziare a imporre altre tue caratteristiche, una alla volta» (p. 146). I tre «bottoni giusti» (p. 147) da premere sono: “La desensibilizzazione”. Come tutti i meccanismi di difesa psico-fisiologici, spiegano gli autori, anche il pregiudizio antigay può diminuire con l’esposizione prolungata all’oggetto percepito come minaccioso. Bisogna quindi «inondare» la società di messaggi omosessuali per «desensibilizzare» la società stessa nei confronti della minaccia omosessuale. “Il grippaggio” (p. 150). Questa tattica consiste nel presentare messaggi che creino una dissonanza cognitiva, per esempio mostrando a soggetti che rifiutano l’omosessualità per motivi religiosi come l’odio e la discriminazione non siano “cristiani”; oppure mostrando le terribili sofferenze provocate agli omosessuali dalla crudeltà omofobica. “La conversione” (p. 153). Con questa tecnica s’intende infondere nella popolazione sentimenti positivi nei confronti degli omosessuali e negativi nei confronti dei “bigotti antigay”.

Otto princìpi pratici
Gli autori indicano poi «otto princìpi pratici» (p. 172) per la persuasione della popolazione tramite i mass media. Primo. “Non esprimere semplicemente te stesso: comunica!”: «(…) gli eterosessuali devono essere aiutati a credere che tu e loro parlate lo stesso linguaggio». Secondo. “Non curarti dei salvati e dei dannati: rivolgiti agli scettici”: gli autori individuano tre gruppi di persone divisi in base al loro atteggiamento nei confronti del movimento gay: gli “intransigenti”, stimati in circa il 30/35 per cento della popolazione, gli “amici”, circa il 25/30 per cento, e gli “scettici ambivalenti”, circa il 35/45 per cento; questi ultimi rappresentano il target designato: a loro bisogna dedicare gli sforzi maggiori applicando le tecniche di desensibilizzazione con quelli meno favorevoli e di blocco e conversione con i più favorevoli. Le altre due categorie, i “dannati” e i “salvati”, vanno rispettivamente «silenziati» e «mobilitati». Terza strategia: “Parla continuamente”. Il metodo migliore per desensibilizzare gli “scettici ambivalenti” sta nel «parlare dell’omosessualità finché l’argomento non sia diventato assolutamente noioso». Inoltre, è bene dare spazio ai teologi del dissenso perché forniscano argomenti religiosi alla campagna. Quarto punto. “Mantieni centrato il messaggio: sei un omosessuale, non una balena”. Gli attivisti sono invitati a parlare esclusivamente dell’omosessualità; associare questo messaggio ad altri può essere controproducente per vari motivi: le organizzazioni che si battono per cause umanitarie o ambientalistiche si occupano di argomenti remoti ed effimeri, come – per esempio – il destino delle balene; inoltre si rischia di confondere le idee rispetto al target. Molto meglio rimanere centrati esclusivamente sull’omosessualità. Quinto. “Ritrai i gay come vittime, non come provocatori aggressivi”. Per stimolare la compassione i gay devono essere presentati come vittime. Vittime delle circostanze – perciò, dicono gli autori – «sebbene l’orientamento sessuale sembri il prodotto di complesse interazioni fra predisposizioni innate e fattori ambientali nel corso dell’infanzia e della prima adolescenza», l’omosessualità dev’essere presentata come innata. E vittime del pregiudizio, che dev’essere indicato come la causa di ogni loro sofferenza. Sesto punto. “Dai ai potenziali protettori una giusta causa”. Ossia: non bisogna chiedere appoggio per l’omosessualità, ma contro la discriminazione. Settimo. “Fai che i gay sembrino buoni”. I gay devono essere presentati non solo come membri a tutti gli effetti della società, ma addirittura come «pilastri» di essa. Un ottimo modo per farlo sta nel presentare una serie di personaggi storici famosi, noti per il loro contributo all’umanità, come gay: chi mai potrebbe discriminare Leonardo da Vinci? Ottavo: “Fai che gli aggressori sembrino cattivi”. Un ottimo metodo consiste nell’accostare gli “intransigenti”, per esempio, ai nazionalsocialisti. Poiché intendono proporre agli attivisti gay un metodo pratico, gli autori non trascurano d’inserire nella loro opera un portfolio di manifesti pro-gay, valutati in base alla loro aderenza agli “otto princìpi pratici”. Non mancano neppure un’attenta analisi dei mass media per la scelta dei più efficaci e un piccolo manuale di fund-raising per il finanziamento delle campagne sui mezzi di comunicazione sociale.

Il primo ostacolo sono i gay
La messa in opera della “strategia” deve però affrontare un notevole ostacolo: gli stessi gay, o meglio: lo stile di vita gay. Questo stile di vita, descritto da Kirk e Madsen come amorale, «narcisistico» e patologico, rischia di rendere gli attivisti testimonial poco credibili per il messaggio normalizzante e rassicurante che si vuole trasmettere. A questo scopo è accluso un “Codice di autocontrollo sociale” che comprende “regole” per le relazioni con gli eterosessuali, con altri gay e con se stessi. Se ancora fosse possibile stupirsi a questo punto della lettura, sarebbe il caso di farlo di fronte a questo “codice”: proibendo una serie di condotte, esso costituisce l’ammissione degli stessi comportamenti che si vogliono negare; per esempio, nell’elenco si trova “Non farò sesso in pubblico”, “Se sono un pedofilo o un masochista lo terrò nascosto e starò lontano dalle parate del Gay Pride”, “Non tradirò il mio compagno”, ”Smetterò di tentare di essere perennemente un diciottenne e mi comporterò secondo la mia età”, “Non mi punirò perché non sono ciò che vorrei”, “Non berrò più di due drink alcolici al giorno e non farò assolutamente uso di droghe”, e così via.

Quando l’esistenza di questo testo fu resa nota, le reazioni furono quasi unanimemente di ironico scetticismo: il libro era senz’altro un falso, non era possibile che una strategia tanto cinica quanto ambiziosa avrebbe avuto successo. Sono passati dieci anni da allora, e le reazioni sono molto diverse. Per la maggior parte delle persone la notizia semplicemente non esiste: è ovvio che i gay sono una minoranza discriminata, lo sono sempre stati. È nella natura delle cose, non il frutto di una strategia. È ovvio che c’è una parte della popolazione che «odia» i gay: hanno un nome, si chiamano omofobi. È una patologia mentale e andrebbero curati. Questo dimostra che Kirk e Madsen sono dei geni, meriterebbero il Nobel: la loro strategia ha funzionato in pieno. In pochi anni, ci pensate? Quando vieni chiamato a parlare in una parrocchia sulla legge contro l’omofobia e la domanda più pressante è «Come possiamo insegnare ai nostri figli a non discriminare i gay»; quando un media cattolico ti chiede un articolo sull’omosessualità e scopri che il titolo è «Gli omosessuali…» (anziché «le persone con tendenze omosessuali»; quando, in un consesso cattolico, ti scappa che «la famiglia è una sola» e ti guardano strano, e qualcuno chiede «E chi l’ha detto?», ecco, ci siamo: stai assistendo al trionfo di Kirk e Madsen.

La stessa cosa, siamo onesti, è successa con l’ideologia di genere. Gli italiani se ne sono accorti da un anno, un anno e mezzo al massimo, e si sono parecchio agitati. Se ne sono accorti perché nelle scuole dei loro figli sono entrati i famigerati libretti Unar. Come se ci fosse stato un «attacco improvviso» da parte di qualche Spectre nascosta nell’ombra. Ma non c’è stato nessun attacco improvviso e, soprattutto, l’ideologia di genere ha già vinto.

Ora tocca all’ideologia di genere
Sapete quando è cominciata la diffusione dell’ideologia di genere nella nostra cultura? Nel 1994, alla Conferenza su Popolazione e Sviluppo del Cairo; e l’anno dopo, alla Conferenza sulla Donna di Pechino. È lì che è stata coniata la locuzione «pari opportunità» (insieme a «salute riproduttiva», a «sviluppo sostenibile» e altri terribili eufemismi). Nessuno si è accorto del cambiamento culturale che da lì a poco avrebbe travolto l’Occidente. Nessuno? Non è vero. Giovanni Paolo II se n’era accorto, e in quell’occasione scrisse la sua famosa (ma poco letta) Lettera alle donne, il più importante manifesto contro l’ideologia di genere che sia mai stato scritto. E se ne è accorto papa Francesco. Tant’è che non a caso, di ritorno dal viaggio nelle Filippine, ha evocato Il padrone del mondo e ha parlato di «colonizzazione» proprio a proposito dell’imposizione a livello planetario – via apparati burocratici transnazionali e moneta sonante di governi e multinazionali – della propaganda e del proselitismo gender. Nella circostanza, accennando a un fatto preciso e di sua conoscenza diretta, Francesco rivelò che in Argentina gli aiuti economici internazionali al sistema d’istruzione scolastico furono condizionati all’adozione nelle scuole argentine di testi propagandistici della “teoria del gender”. Le cose non avvengono all’improvviso: quando scoppia, una rivoluzione è già finita. 

Foto Gay pride da Shutterstock