Maltempo, Dio ci salvi dalla nutria (e dai suoi difensori animalisti)

L’allarme di Coldiretti: l’esondazione del Secchia nel modenese è colpa delle tane dei roditori, che rendono friabili gli argini. Vallo a dire a chi ne vieta la caccia

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nutriaMaltempo, moriremo tutti per colpa delle… nutrie. Eh sì, tutto vero. Nei giorni in cui l’Emilia si trova a fare i conti con danni e allagamenti, sul banco degli imputati per una volta non finiscono le speculazioni dell’uomo e il global warming, né le incapacità dell’amministrazione comunale di turno a far fronte al dissesto idrogeologico, bensì il simpatico roditore, le cui tane scavate negli argini dei fiumi rendono troppo friabili i muri naturali di contenimento dell’acqua, e avrebbero provocato le esondazioni del fiume Secchia nel modenese. L’allarme è stato amplificato dal leghista Roberto Caon, che ieri alla Camera ha rilanciato la proposta di legge che consentisse l’abbattimento di questi animali, e replica gli appelli già lanciati dalle associazioni degli agricoltori, Cia e Coldiretti in testa: oltre a rovinare gli argini dei fiumi con gallerie lunghe da 1 a 5 metri e larghe 30-50 centimetri, le nutrie si cibano dei germogli di piante erbacee e arboree che trovano direttamente nei campi di cereali, e ad esse i contadini imputano danni fino a 20 milioni di euro l’anno nelle campagne attorno ai fiumi.

È ANIMALE ALLOCTONO. Troppa enfasi sul problema? Forse. O forse no, perché, per quanto gli animalisti parlino di attacco all’ambiente e ai suoi equilibri, la nutria è un animale alloctono, non originario delle nostre terre. Nasce in Argentina, da dove è arrivato negli anni Trenta, importato per fare pellicce. Negli anni Sessanta ha iniziato a colonizzare i fiumi delle nostre campagne, dove non trova contrasti naturali alla sua moltiplicazione: in Sud America è il caimano a cacciarlo, da noi ci provano le volpi, ma con risultati esigui visto il crescente numero di roditori. E visti i continui danni che provocano: qualsiasi contadino lo sa, e sarebbe pronto a difendersi nella maniera più semplice, ossia compensando lui ciò che la natura non riesce a fare, limitando questi animali con quel che può. Gli unici che non lo sanno, o che non vogliono vedere il problema, sono gli animalisti: i roditori, poveri, non hanno colpe. Se gli argini crollano non è per le gallerie delle nutrie, bensì per colpa dell’uomo, che come al solito arriva con prepotenza e sconvolge gli equilibri, magari privando di vegetazione argini pericolosi, oppure continuando a cementificare corsi d’acqua.

CONTRO OGNI ORDINE NATURALE. Tutto ciò fa sì che la nutria diventi sacra, praticamente intoccabile nonostante i danni che provoca. Se una Provincia prova a mettere reti lungo gli argini viene accusata di sconvolgere l’habitat naturale del roditore. Quando i comuni tentano di risolvere il problema armando i cacciatori, ecco che vengono etichettati come assassini. Il tutto in nome di una difesa dei diritti degli animali ormai ideologica e nauseabonda, sovvertendo qualsiasi ordine logico la natura abbia realmente creato. Dare la colpa dell’esondazione dei fiumi solo alle nutrie è parziale, ma la polemica mette in luce quanto impazzito sia diventato il dibattito in Italia quando si parla di natura e animali. Scrive bene sul Foglio di oggi Camillo Langone: «La religione, proprio come la natura, non tollera vuoti, e l’arretramento dell’antropocentrismo cristiano ha coinciso con l’avanzata del geocentrismo neopagano di ambientalisti e animalisti. Un fenomeno all’inizio quasi impercettibile e ora evidentissimo a chiunque non abbia gli occhi foderati di fotografie di cani e di gattini. “Siamo a quella sorta di indistinzione metafisica e fisica fra uomo e natura che caratterizza il buddismo”, ha detto monsignor Luigi Negri, uno dei pochi ad aver capito subito. E, come ha scritto Hal Herzog della Western Carolina University, “se ci si rifiuta di tracciare una qualsiasi linea morale tra le specie, si finisce in un mondo in cui le termiti hanno tutti i diritti di divorarti la casa”».

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