Ma che ragionamenti fa la Lega sulle carceri?

Ancora sulla decisione «insensata» della Lombardia di rinunciare ai 900 mila euro della Cassa ammende per alleviare le condizioni dei detenuti all’epoca del coronavirus

Rivolta nel carcere di San Vittore a Milano per l'emergenza coronavirus

Cronache dalla quarantena / 55

Avrei voluto occuparmi dello scontro titanico tra Alba Parietti e Caterina Collovati. E invece mi tocca prima aggiungere alle ragioni per cui la presidenza del Dipartimento amministrazione penitenziaria fa gola lo stipendio mica male di 320 mila euri anno. Covid o non Covid, finché lo Stato esisterà. E, secondo, chiudere la partita con l’assessore di Regione Lombardia, Stefano Bolognini. Il quale, evidentemente in vena di confidenze, mi scrive «non sono l’assessore alle carceri, mi spiace».

Assessore lei vuole scherzare, vero? O ci vuole dare degli australopitechi prendendola un po’ alla larga? Allora per informazione dei nostri lettori, diremo che Stefano Bolognini, assessore alle Politiche sociali, abitative e disabilità, è precisamente la figura della giunta lombarda che avrebbe dovuto istruire la delibera per rendere usufruibili nel circuito penitenziario della Lombardia i fondi statali finalizzati ad alleggerire il sovraffollamento carcerario e a depotenziare il rischio Covid tra i detenuti. E invece l’assessore Bolognini non ha istruito un bel niente. E non si sogna di istruire alcunché in materia di detenuti, neanche lontanamente. Ragion per cui ci risponde con una battuta alla salamandra reale. Giacche’ non può o non vuole dirci che gli ordini del capo non si discutono.

Ma tutto questo è assurdo. Non sono neanche soldi della Lombardia… Si avverte una certa pusillanimità nella destrezza con cui ci fate il segno dell’ombrello in punta di sogghigno, cari leghisti. A noi, ai detenuti e a tutti coloro che, poliziotti penitenziari compresi, non si alzano al mattino col pensiero di ingraziarsi i consensi del popolo grazie alle disgrazie altrui. Perciò, non contenti di sogghignarci sopra, avete messo in piedi un piccolo circo.

E siccome Bolognini non è l’assessore alle carceri col naso rosso, hanno mandato avanti l’assessore alla famiglia con le gote a pois. «Quei fondi devono essere utilizzati per tutelare la salute degli agenti di polizia penitenziaria, come riconoscimento del lavoro che svolgono». Ma che ragionamento è? Tante volte le autoambulanze trasportano tossici che non stanno in piedi, marocchini fuori di melone, tunisini usciti neri da una rissa con i senegalesi. E allora? Perché non dirottate la benzina dalle autoambulanze alle mercedes delle pompe funebri, che male non fanno, come riconoscimento del lavoro che svolgono?

Ulteriori argomentazioni che la Lega di governo in Lombardia ha trasmesso per tramite dell’assessore alla famiglia Silvia Piani in una lettera inviata al presidente della Cassa delle ammende. «Manifestiamo tutte le perplessità dell’amministrazione regionale sul programma di intervento che, per fronteggiare l’emergenza epidemiologica negli istituti penitenziari, prevede il reperimento di alloggi per i detenuti». «Si ritiene di non procedere alla presentazione delle proposte progettuali a valere sul bilancio della Cassa delle ammende, valutando che tali risorse possano più proficuamente essere erogate in via straordinaria e in relazione all’emergenza Covid-19, direttamente agli istituti penitenziari per l’implementazione degli standard sanitari nei luoghi di detenzione, anche in riferimento ai presidi in dotazione agli agenti di polizia penitenziaria».

Morale della favola: a differenza del Veneto, che non ha fatto storie con analoghi fondi destinati ad alleviare le condizioni di detenzione all’epoca di una pandemia (ahi ahi, caro Salvini, Zaia ti ha bagnato il naso coi tamponi e adesso ti dà pure una lezione di educazione civica neanche troppo fanatica), la Lombardia ha deciso di rifiutare i 900 mila euro destinati a progetti di housing per ridurre il sovraffollamento delle carceri e favorire l’esecuzione penale esterna.

Così, alla fine, dopo tutto quello che abbiamo detto sui comunisti fuori e dentro, ci tocca dare ragione all’ultima vedova del comunismo che è rimasta in Brianza. Anita Pirovano. «Non pensavo che la ricerca di consenso (di bassa “lega”) e la demagogia che spesso accompagnano il dibattito politico sui temi della giustizia e del carcere potessero arrivare a scelte così insensate». È l’aggettivo giusto. «Insensate».

Foto Ansa