Il M5s dall’apriscatole al cucchiaino

Hanno trangugiato di tutto pur di rimanere al potere. Volevano scassinare il Parlamento, ne sono diventati i maggiordomi

Che esista una fronda interna al M5s che dice “o Conte o morte” è nell’ordine naturale delle cose. Almeno loro cercano di rimanere dritti, ma vedremo come, nella loro sbilenca coerenza alle parole d’ordine del Movimento. C’è da capirli, poveretti. Da quando sono arrivati al potere hanno trangugiato tutto e quest’ultima crisi ha solo reso più evidente una metamorfosi iniziata da tempo. Giunti in Parlamento con gli apriscatole in mano al grido di “vi apriremo come una scatoletta di tonno”, aizzando le piazze vere e virtuali con urla ferine, insulti, la mistica dell’incompetenza rivendicata nel curriculum e gli applausi di una certa borghesia che li manovrava a loro insaputa (vero Corriere? vero Repubblica?), si sono via via geneticamente modificati fino a diventare la brutta copia di quella Casta che tanto odiavano. Il partito dei Ralph spaccatutto trasformato in quello degli steward del potere. Erano partiti con lo streaming, i meetup, i blog e le piattaforme e sono finiti a fare l’agenzia di maggiordomato all’ombra del Cupolone.

Arance per tutti

Ve la ricordate la foto in Campidoglio con i consiglieri comunali romani e Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Roberta Lombardi e Paola Taverna? Era il 3 dicembre 2014, conferenza stampa per chiedere la testa del sindaco di Roma Ignazio Marino. Poggiate sulla scrivania, accanto ai microfoni, una ventina di arance. “In galera, in galera, onestà, onestà!” e poi la retorica della scopa, della ramazza e del cappio accanto a quella della rendicontazione, degli scontrini, del «vi conteremo anche le caramelle», come diceva l’Elevato del Sacro Blog.

Poi il grillino ha iniziato a mangiare il suo cucchiaino di cacca tutti i giorni. Uno al giorno, piano piano, con un po’ di zucchero, tutti i giorni, perdendo per strada 16 senatori e 47 deputati. E prima gli scandaletti sui furbetti dei rimborsi, poi le storie sulla colf di Fico, il lavoratore in nero del padre del ministro del Lavoro Di Maio, l’auto diesel dell’ambientalista Toninelli, le inchieste su Raggi e Appendino (a lei le arance non le portiamo?). Mica è finita: lo streaming scomparso, il vincolo dei due mandati che ora ha aggiunto uno zero e quello delle “alleanze zero” che ora è diventato “alleanze con chiunque”. I maiali di Animal Farm hanno fatto meno giravolte.

Hasta la victoria, Tabacci!

Era già tutto chiaro fin dall’inizio, in verità. E dunque anche quest’ultima battaglia dei duri e puri alla Di Battista e Lezzi va classificata non come l’ultimo colpo di coda di una presunta fronda nostalgica degli ideali delle origini, ma solo come l’ennesimo tentativo di regolare i conti interni per rimanere in sella. “O Conte o morte” dicono i Che Guevara nostrani, aggrappandosi alla giacchetta del camaleonte Conte e di vecchie volpi come Casini, Tabacci, Mastella, come se fossero Fidel Castro, Juan Almeida e Camilo Cienfuegos in marcia verso L’Avana.

Come finirà non si sa. Quel che si sa è che la metamorfosi del grillino è arrivata allo stadio finale. Dopo aver fatto votare una legge sul taglio delle poltrone, ora non vogliono andare a votare per paura di non averla più. Dopo aver fatto la “rivoluzione giudiziaria”, adesso vanno in crisi perché la relazione del loro ministro non la vuole votare nessuno. Dopo aver predicato “l’uno vale uno” e la democrazia dal basso, ora sono giunti a sostenere uno che “vale tutti” e che governa a forza di dpcm. Per chi come noi non ha mai eretto a criterio politico questa malsana idea ricattatoria dell’onesta, non c’è nemmeno tanto da brontolare per questo passaggio dall’apriscatole al cucchiaino. Per loro, dovrebbe esserci. Ma anche questa volta se la caveranno dicendoci che “era un momento differente, no?“.

Foto Ansa